Claudio Cupellini, presidente di giuria al Lucca Film Festival 2022

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Claudio Cupellini, regista e sceneggiatore
Locandina Lucca Film Festival 2022

La forza della scrittura della grande storia del nostro cinema, intensità di visione. In tanti ne conoscete lo sguardo, da appassionati della serie Sky Gomorra. O forse ne avrete scoperto l’intensità espressiva ne La Terra dei figli, il suo film tratto dalla graphic novel di Gipi, o in Alaska, con la sempre trascinante interpretazione di Elio Germano, tra gli altri. Claudio Cupellini è regista e sceneggiatore, presidente della giuria di lungometraggi al Lucca Film Festival. Lo abbiamo incontrato per una riflessione sul cinema presente e sulla potenza della scrittura.

Come è avvenuto l’incontro tra il Festival e Claudio Cupellini?

Il Lucca Film Festival chiaramente lo conoscevo, ed è stato con piacere che ho ricevuto l’invito a presiederne la giuria dei lungometraggi. Compito sempre non facile e altresì stimolante, perché offre l’opportunità di intercettare nuovi linguaggi e guardare in modo ravvicinato all’orizzonte del cinema internazionale presente. Anche per questo ringrazio l’ottima organizzazione del Festival.

Che tipo di orizzonte le si è presentato?

Sorprendente, per qualità e intelligenza. Sono arrivati in finale 12 lungometraggi provenienti dall’Europa, dal Sud America e dall’Asia, che presentano come massimo comun denominatore la freschezza dello sguardo dei giovani registi.

La “freschezza” dello sguardo è davvero un parametro strettamente relativo all’età anagrafica e in che modo lo si misura?

Comprendo ciò a cui allude, ma per me la gioventù anagrafica non è un dato opinabile in relazione alla resa espressiva. La forza di analisi e rappresentazione che può avere un giovane risponde all’immediatezza e alla completa aderenza alle dinamiche correnti che intercorrono nelle nuove generazioni, molto veloci a cambiare, compresi i linguaggi predominanti. Tutto ciò si compone in uno sguardo fresco. E si misura, come dici tu, nella scelta dei temi, originali, coraggiosi, più coraggiosi di altri, a guidare il racconto del mondo attuale.

Gomorra, la serie

Il grande pubblico, e non solo gli addetti ai lavori, come può godere di questo tesoro di conoscenza ed espressività, nutrimento essenziale per il confronto, l’integrazione culturale e la crescita di ogni comunità…Dove può fruirlo questo cinema?

Bella domanda… sicuramente la strada del Festival, anche se immagino che seguirli, in ogni città, non sia comodo. Però pensi a quante opportunità di nuove visioni, aperte a tutte, offre anche il Festival di Lucca, ad esempio. Tuttavia esistono alcune piattaforme più coraggiose e curiose, che consentono di frequentare uno spaccato di cinema più ampio. Per il resto sappiamo che ci vorrebbe un cambio di passo, ma francamente tarda ad arrivare. Sempre più difficile uscire dalle logiche di consumo facile, che non mettano in discussione nessuno e che sostanzialmente ripetono un po’ i soliti racconti, spesso vuoti di significato.

La terra dei figli

Quando si è acceso il suo sguardo per il cinema?

Una naturale convergenza di tante passioni. Sono sempre stato un lettore appassionato e curioso. Amo le storie e ancora di più raccontarle, invitare alla partecipazione di un viaggio che ogni volta ti porta un po’ più in là. Proprio quello che sto cercando di trasmettere anche a mio figlio piccolo. Spero faccia tesoro dell’amore e della curiosità per le storie e della consapevolezza che la lettura è lo strumento per viaggiare dentro un mondo, un’esperienza che ti fa sognare, e che ti fa crescere in modo esponenziale.

Le storie vivono grazie a chi le racconta e indubbiamente una caratteristica che le appartiene è proprio una capacità di scrittura potentissima. Quali sono le fasi attraverso le quali costruisce l’architettura del racconto?

Prima di tutto voglio ricordare che ho accanto due straordinari professionisti come Guido Iuculano e Filippo Gravino che scrivono con me le sceneggiature. Partiamo da un’analisi granitica di tutta l’architettura ma senza preclusioni, seguendo gli sviluppi della trama man mano che si dipana e soprattutto quello che ci insegnano i personaggi stessi. Un po’ proprio come succede in un viaggio, quando intraprendi una strada imprevista. La mappa ci guida nel percorso, ma lungo il percorso siamo pronti ai cambi di marcia. La “Terra dei figli” è nato come la storia di un figlio che voleva scoprire cosa c’era scritto su un quaderno e con esso l’amore di suo padre. È diventato una storia che racconta l’importanza della memoria e della consapevolezza che senza la memoria vigile non si va avanti, perché si rischia di restare annodati nei propri vecchi passi. Per la scrittura è fondamentale restare disposti e aperti alle trasformazioni, ma sempre vicini alla coerenza del proprio sguardo, alla sincerità e alla naturalezza espressiva.

Personaggi, i suoi, come in Alaska, tenaci, resilienti e allo stesso tempo pronti al “cambio di marcia”, al ribaltamento. Chissà fino a che putno la storia anima i personaggi o i personaggi ispirano l’autore… L’ispirazione, anche se è piuttosto esplicito, ma glielo chiedo ugualmente: chi sente più forte come maestro della sua ispirazione?

Tantissimi… sebbene come stella polare per me brilli François Truffaut. E poi, per il fatto che il mio linguaggio si nutre di tante convergenze, direi soprattutto dal mondo musicale, sicuramente Lou Reed e Bob Dylan.

Progetti in corso?

Sono particolarmente entusiasta di un progetto di serialità molto originale sul quale stiamo alacremente lavorando per poter procedere alla realizzazione nel 2023 e un nuovo film…quindi a presto, con nuovi racconti.

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