“Per quanto tempo il potere politico abuserà ancora della pazienza nostra?”

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Riceviamo, e pubblichiamo volentieri di seguito, l’intervento di un nostro lettore (Lettore ’40) sulla situazione politica complessiva e lucchese.

“Ancora per quanto il potere politico abuserà della pazienza nostra? Trent’anni fa in molti eravamo illusi che sarebbe nata una seconda Repubblica migliore della prima; anni nel corso dei quali ne abbiamo viste un po’ di tutti i colori. Dopo questo lungo tempo crediamo che sia arrivato il momento di ammettere che “è tutto (tanto) da rifare”. Cominciando dalla legge elettorale: certo, non è argomento che stuzzica l’attenzione, però è fondamentale per gettare le basi. Una decisione che sarebbe semplice, non fosse che i partiti guardano più ai loro interessi attuali che al buon funzionamento delle istituzioni. Eppure, visto che ormai ci rifacciamo sempre al modello europeo, basterebbe scegliere fra il sistema alla francese, alla tedesca oppure anglosassone. Attualmente la legge per i Comuni appare come la più funzionale alla stabilità, ma al parlamento è un’altra cosa, e poi spesso ci mettiamo del nostro, quando ad esempio ci tolsero la preferenza (una è la soluzione giusta, non quattro come fino agli anni Ottanta).

Trent’anni. Ricordate il quadro di quell’epoca? Il partito comunista era in crisi totale, Craxi lo avrebbe traghettato nell’Internazionale Socialista (diventando così il leader di una sinistra moderna), l’inchiesta “mani pulite”, ovviamente inarrestabile, fece saltare l’operazione, la più naturale che era sul piatto. I partiti cambiarono nome, ulivo, quercia, margherita finché Veltroni “l’americano” non partorì il Pd, con dentro i democristiani.

Fu vera gloria? A guardare oggi non si direbbe. Intanto c’è da osservare quanto gli ex comunisti si siano accodati agli ex avversari, saldamente sempre in sella ai vertici del partito (compreso Renzi) – e allora viene da pensare: l’opposizione di allora era strumentale e troppo a lungo retaggio del filo rosso con l’Unione sovietica? A molti lucchesi scapperà sicuramente da ridere se pensano a qualche rappresentante del vecchio Pci che fino a poco tempo fa difendeva il Pd di Renzi, nato e cresciuto nella Dc (e viceversa, del resto siamo in Toscana e le poltrone fanno gola). Se poi il segretario uscente Zingaretti sbotta nell’esclamazione “il partito è diventato un poltronificio” certifica che la coerenza non è al primo punto all’ordine del giorno. Senza contare che un giornale come l’Espresso non molto tempo fa ammetteva a proposito della sinistra: “Dall’identità incerta, prigioniera del proprio passato. Specializzata in scissioni, provvisorie aggregazioni, nuove scissioni. In Europa fatica a rappresentare le classi lavoratrici e i ceti medi proletarizzati. Che dunque finiscono per votare populisti e demagoghi”…

Sull’altro versante fece irruzione l’imprenditore Berlusconi, con la sua potente macchina di persuasione palese, e subito sdoganò Fini (ma poi sapete com’è finita). Il dibattito imboccò nuove direzioni, ben presto si capì che si sarebbe discusso più di nani e ballerini che di incompatibilità, ecc. ecc.

Ecco la seconda Repubblica si convenne, anche se la Costituzione non era cambiata, e non tardarono ad emergere i difetti della prima, con una classe dirigente improvvisata o riciclata. Qualcuno ricordò il napoletanissimo “Facite ammuina: tutti coloro che stanno a prua vadano a poppa e quelli a poppa vadano a prua; quelli a dritta vadano a sinistra e quelli a sinistra vadano a dritta; tutti quelli sottocoperta salgano sul ponte, e quelli sul ponte scendano sottocoperta, passando tutti per lo stesso boccaporto; chi non ha niente da fare, si dia da fare qua e là”.

Limitiamoci a denunciare tre questioni insolute: il crollo della partecipazione (causata anche dalle nuove tecnologie e da una informazione autoreferenziale), il frequente cambio di leggi elettorali dei vari governi, una generale mancanza di metodo e di visione per cercare di risolvere i veri problemi. Fermiamoci qui, per carità. Con una piccola appendice: il territorio, i nostri enti locali.

Lucca supposta

La dirigenza politica lucchese a quei tempi era più stimata, e all’altezza della situazione, basti pensare ai finanziamenti pubblici che arrivavano da Roma (e paragonarli con quanto pervenuto successivamente, dagli inizi del Duemila, nonostante avessimo addirittura un presidente del Senato e un ministro eletto qui). Il quadro nazionale oggi ovviamente si è riverberato anche a Lucca, una città che ormai è ferma da quindici anni (sarebbe stato diverso, pensiamo, se nel 2007 Tagliasacchi avesse vinto le elezioni).

L’anno prossimo si vota per rinnovare sindaco, giunta e consiglio comunale. L’improvvisazione regna sovrana, intanto il buon senso direbbe di partire da una base programmatica condivisa e poi decidere il candidato a primo cittadino. Invece centrodestra e centrosinistra, tramite giornali, hanno tirato fuori dal cilindro alcuni nomi e naturalmente l’intento era spiazzare dall’interno i rispettivi schieramenti (su questo si imitano). A lanciare Raspini è stato lo stesso Tambellini, a quanto pare nel Pd non era stato deciso ancora niente. Nel centrodestra il disorientamento è maggiore, Mario Pardini è stato mandato in campo con slancio da Marcello Pera a una manifestazione con Salvini e tanto è bastato a dare per certa la candidatura dello stesso (beata ingenuità?); in alternativa si parla di Santini, ci possiamo aspettare che solo da ottobre in poi sbucheranno i nomi veri.

Intanto, come in un sogno notturno di mezza estate, qualcuno si è messo a riflettere, e potrebbe emergere una supposizione, riguardo al profilo del candidato ideale (niente di nuovo, però è una dimostrazione che c’è ancora qualcuno che pensa): area moderata, capace di attirare voti, civico – tutti ipotizzano liste civiche, è la conferma della crisi partitica -, esperienza amministrativa nel settore pubblico perché ci sarà tanto da lavorare per rimettere in moto la macchina comunale, benvoluto, equilibrato con l’età giusta perché dovrà durare dieci anni. Post-scriptum: se qualcuno ha distrattamente pensato a Baccelli, è fuori strada, lui non ha il coraggio di candidarsi e al Pd locale manca la forza per imporglielo.

(Immagine di copertina intitolata “Gorilla Lettore” di Federico Feroldi)

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