Nick Cave al Lucca Summer Festival: quando l’arte incontra la magia

Nick Cave al Lucca Summer Festival: quando l’arte incontra la magia

LUCCA – C’è qualcosa di magico in Nick Cave. Qualcosa che trascende un’esibizione live. Qualcosa che va oltre e parla direttamente all’anima di chi guarda, assiste, canta e partecipa a una grande ‘cerimonia’.

Lui è una sorta di ‘sacerdote’ laico, che celebra il suo rito. Sempre simile. Sempre diverso. Porta con sé le persone che sono accorse a vederlo. Le fa entrare nel suo mondo. Un mondo fatto di musica, di parole, di sensazioni, di atmosfere cupe e luminose allo stesso tempo. Un mondo magico, dove il tempo si sospende e diventa un qualcosa di rarefatto e impalpabile. Passa, trascorre senza che ci se ne renda conto.

 

Nick Cave ha il grande dono di non stare solo sul palco ed eseguire delle seppur splendide canzoni. Lui no. Lui coinvolge anche se uno non ne avesse voglia. Voce profonda, gestualità accentuata e un costante dialogo con il pubblico. Un dialogo che si svolge attraverso le canzoni principalmente ma anche attraverso i gesti e, ovviamente, le parole.

 

Il concerto si apre con uno dei brani più belli e suggestivi di ‘Skeleton Tree’, l’album più recente dell’artista australiano, ‘Jesus Alone’, che diventa in breve una ballata struggente che ben rappresenta il periodo tremendo passato dall’artista, quello che lo ha visto affrontare e cercare di superare (per quanto possa essere possibile), la morte del figlio.

‘Skeleton Tree’ è sicuramente un album che risente fortemente della tragedia umana che ha colpito Cave, ma nel live questa sorta di aura pesante che rende l’album a tratti anche difficile da affrontare, si trasforma magicamente in energia. Un’energia che travolge il pubblico e che forse ha anche un senso catartico per lo stesso artista che cerca sempre il contatto con il pubblico, ‘nutrendosi’ della sua energia e dandogli la sua.

 

L’apoteosi di questo scambio si ha quando, sul finire del concerto, ha fatto salire parte delle prime file sul palco. Un qualcosa che era già avvenuto nei concerti nei teatri dello scorso anno, ma che qua ha avuto una dimensione ancora più forte.

 

Nella scaletta non sono mancati alcuni ‘grandi classici’ di Nick Cave come ‘Do You Love Me’, o ‘Into My Arms’ e ‘The Weeping Song’, mentre la chiusura della parte ‘ufficiale’ del concerto è affidata a una versione realmente struggente di ‘Push the Sky Away’.

 

Il concerto si sarebbe potuto concludere anche su quelle note dolcemente maliconiche, ma c’è ancora tempo per due ‘encore’, ‘City of Refugee’ e una tiratissima ‘Ring of Saturn’.

 

Quando le luci della piazza si riaccendono, la magia non svanisce. L’energia di Nick Cave continua a permeare la serata, come se quell’atmosfera non si dissolvesse con la fine della musica, ma continuasse a fluire senza soluzione di continuità.

 

Non tutto però è stato perfetto. Se da una parte Nick Cave è stato semplicemente meraviglioso, dall’altra c’è stato un allestimento della piazza che ha lasciato quanto meno a desiderare.

L’organizzazione aveva deciso di dividere la piazza su due aree: quella ‘più cara’ e quella ‘più economica’. Le due aree sono state divise da transenne e corridoi, così come prevede la normativa della sicurezza, ma questo ha fatto sì che i posti più economici fossero relegati in punti della piazza veramente difficili per la fruizione del concerto. La sensazione era quella di stare a guardare una festa dalla finestra della casa dei vicini: non proprio il massimo per un concerto che si basa prevalentemente sull’emotività trasmessa dall’artista che si sta esibendo. Anzi va detto che è stato un vero peccato per coloro che non hanno pagato il biglietto di prima categoria, perché Si sono persiUna grande parte del concerto: quell’emotiva. Ai lati della piazza e in fondoAl parterreSi vedevano persone che assistevano al concerto senza prendervi parte guardando forse con un po’ di invidia quelli che invece stavano festeggiando assieme a Nick Cave. Viste le nuove norme di sicurezza che obbligano a questa disposizione forse varrebbe la pena pagare un po’ di più tutti lo stesso tipo di biglietto. È presumibile che questo sia uno degli spunti di riflessione da approfondire nel prossimo futuro.

 

[Foto: Laura Casotti]

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1 Commento

  • Simone Bigongiari
    20 luglio 2018, 12:11

    Bellissimo racconto Federica, io c’ero, seppur con il biglietto di seconda categoria, e ti dico che ancora oggi l’eco dell’emozione è sempre viva e sta ancora lavorando dentro di me come fossi appena uscito dal concerto. Certo, aver avuto la possibilità di stare sul palco con lui avrebbe aggiunto al tutto un’aura indelebile. Ho visto molti concerti in vita mia, ma questo, insieme a quello di Tom Waits di circa 10 anni fa a Milano (di cui ne parlai anche qua su Lo Schermo ^_^), staranno per sempre in cima alla mia personale classifica.

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