Michele Cecchini: “Per il bene che ti voglio” è un romanzo necessario

Michele Cecchini: “Per il bene che ti voglio” è un romanzo necessario

Con il suo romanzo “Per il bene che ti voglio” ha incontrato numerose comunità italo-americane, tenendo  lezioni  a Palo Alto, Toronto, San Francisco, e molto altro ancora. Un’attenzione partita dalla periferia per una storia – quella di un italiano emigrato dalla Garfagnana alla volta della “Merica” – che ha risvolti sorprendenti. Una scrittura di alto livello – lode ad Erasmo Editore che l’ha voluto tra i suoi autori.  Michele Cecchini è scrittore e professore di lettere. Presenterà l’11 dicembre prossimo il “Carteggio Sardelli-Borzacchini”  e noi covavamo da tempo la conversazione avuta con lui quest’estate, quando abbiamo scoperto il suo libro nell’ambito di Caffè-O, gli eventi del Caffè delle Mura.

Cosa racconta questo romanzo?
“Per il bene che ti voglio” è la storia di un tizio che alla fine negli anni Trenta dalla Garfagnana si trasferisce a San Francisco. La sua “Merica”, come si diceva allora, consiste nel fare fortuna nel circuito dei off-Broadway. Questi mi parevano i presupposti giusti per parlare della ricerca, anche affannosa, di se stessi.
Le fonti di ispirazione sono state poi numerosissime: dalla saggistica alla lettura delle lettere degli emigranti, dalle opere di Emmanuel Carnevali a un certo cinema, e così via…

 

Anche l’idea è partita da lontano?
Quando si scrive un romanzo, sono tante le cause che convergono a definire il progetto e le esigenze che ti portano a realizzarlo, per cui è difficile dare una risposta univoca. La dfficoltà, anzi, consiste proprio nel tenere insieme le osservazioni, le suggestioni, gli stimoli, le letture, le idee e tutta la miriade di altre cose che contribuiscono alla realizzazione del testo e che lì confluiscono. Si tratta di un’operazione molto delicata di selezione, di dosaggio, di armonizzazione.
Volevo raccontare una storia di sradicamento, di perdita di identità, di vite sospese in un altrove non ancora definito.

Qualcosa racconterà anche di te?
Un elemento legato alla mia persona c’è. Devo infatti alle peripezie familiari parte dell’ispirazione per la stesura. Mio nonno Umberto nel 1923 sbarcò a Ellis Island e fu uno di quelli che finì a ” pala e piccone”, come si diceva all’epoca e come quasi sempre accadeva a chi andava oltreoceano. Nel corso del tempo, il ramo da parte di mio padre si è spostato  quasi per intero a San Francisco, come del resto hanno fatto tanti altri “americani di Lucca”. Persone che a me bambino, quando venivano a trovarci, parevano piovute da un altro pianeta, vestite in modo improbabile e che parlavano una lingua tutta loro. Scrivere di queste persone è stato un po’ riattraversare un pezzo della mia storia familiare.
Il libro è dedicato a loro, al loro coraggio e alla loro faccia tosta, perchè proprio loro, la prima generazione di migranti, ha avuto più coraggio e ha pagato il prezzo più alto: la perdita di se stessi e della propria identità, la rinuncia dolorosa alle proprie radici e l’impossibilità di metterne di nuove in una terra che, per la loro generazione, rimase straniera.

L’emigrazione..penso ai flussi migratori odierni, sempre più tragici.
Sia nell’ideazione che nella stesura del testo, non ho tenuto in stretta cosiderazione l’elemento “emigrazione”. Un romanzo non è un saggio storico, per cui il tema dell’emigrazione mi interessava soprattutto per osservare gli effetti di straniamento – un miscuglio di sofferenza e di fascinazione, si potrebbe dire – su un individuo improvvisamente catapultato da un paesino della Garfagnana a una metropoli. Un personaggio, per giunta, che rispetto ad altri connazionali è decisamente avvantaggiato: benestante  e con un lavoro da  attore come ha, dispone di un bagaglio culturale più ampio.
In ogni caso il tema dell’emigrazione c’è, nel libro. Ho anzi la sensazione che con questo fenomeno, che ha riguardato milioni di italiani, ancora non si siano fatti per bene i conti. Non c’è stata presentazione dove non sia stato avvicinato da qualcuno che aveva il desiderio di raccontarmi vicissitudini familiari che avevano a che fare con l’emigrazione. Vicende spesso assai dolorose. Il che, nel suo piccolo, ci fa comprendere quanto questo fenomeno sia insito nel nostro tessuto, quanto sia stato determinante nella storia di tante famiglie. Un dato su tutti, credo che sia assai esplicativo in proposito: dicono che a San Francisco ci siano più lucchesi che a Lucca.

Quali sono state le storie che ti hanno più impressionato durante le tue ricerche?
Di storie interessanti ce ne sono una miriade. Storie di successo e di disperazione. Storie e figure particolari, che inducono a riflettere.
Basti pensare ai figurinai, i ragazzetti che giravano per le strade delle città statunitensi cercando di vendere le loro statuine di Garibaldi, di Lincoln o di qualche santo. Oppure al baliatico: ragazze che partorivano un bambino, lo affidavano alla “Casa della maternità” e poi partivano per svezzare con il loro latte i bambini dei ricchi, cedendo parte dei compensi all’uomo che le aveva messe incinta e che a malapena conoscevano. Ecco, ci sono una miriade di storie di questo tipo da raccontare.
Purtroppo invece è calato il silenzio e abbiamo dimenticato. Anche perchÈ questa Ë storia degli “ultimi”, quindi emarginata essa stessa.

Cos’è l’ “italiese”?
Coloro che partivano per l’America inevitabilmente si contaminavano con un altro mondo, per cui non era più possibile mantenere l’identità di partenza, a cui bisognava rinunciare. In primis, il nome: il protagonista del mio libro, Antonio Bevilacqua, si fa chiamare con un nome che è la traduzione letterale del suo: Tony Drinkwater. Non è un caso certamente isolato, anzi. Si pensi a tutti i Morgan o Martin, che derivano dai “nostri” Morganti o Martini.
Ecco, in questa “terra di mezzo” abitata da chi non era ancora pronto per una piena integrazione nel luogo di arrivo rientra pure la lingua: anche qui gli emigranti si trovano a metà, perchè parlano uno strampalato miscuglio di italiano e inglese. Non dicevano “buongiorno”, ma “curmoni” (da good morning), “disappuntare” invece di “deludere” (da to disappoint) e così via.
Questo miscuglio, che potrà apparire goffo, a mio avviso detiene una forte carica poetica, perchè in sè contiene il commovente tentativo di adeguarsi e integrarsi in una realtà tanto diversa e ben più ricca ed evoluta rispetto a quella di provenienza. Una terra linguistica di mezzo, insomma, simbolo di un’identità non ancora americana e neppure più italiana.

In che direzione sta andando il tuo percorso?
Non saprei. Sono una persona che ama scrivere. Scrivo perchÈ mi piace tremendamente e perchè è un’esigenza cui non posso proprio rinunciare.
Svolgendo anche il mestiere di insegnante (di Lettere, ndr), ho il privilegio di godere di grande libertà, in termini di contenuti e anche di tempistica.
Il mio romanzo precedente, ad esempio, è un lavoro completamente diverso da questo ultimo. Decisamente più sperimentale, basato su uno stile che aveva la funzione di togliere densità ai personaggi e alla vicenda. Credo che la sua pubblicazione sia stato un atto di coraggio da parte dell’editore, Franco Ferrucci, che ha creduto in me da subito.
Questo secondo, sul piano lessicale, è anch’esso anomalo: in calce ho messo anche un piccolo vocabolario ‘italiese-italiano’.
In definitiva, provo a misurarmi ogni volta con un tipo di scrittura che non sia mai identica a se stessa, soprattutto nel tentativo di renderla più  possibile funzionale alle esigenze espressive del momento.

Come definiresti il tuo tipo di scrittura?
Fondamentalmente credo che la scrittura sia un esercizio solitario, un  “borbottare di pentola”, come diceva il grande Borzacchini. Un percorso individuale, un sentiero impervio, una mulattiera. Se hai la forza e la tenacia di andare su, poi ogni tanto ti godi il panorama.
Io scrivo per raccontare qualcosa e per cercare di capire meglio, di approfondire il rapporto con ciò che mi circonda. Inevitabilmente, per fare questo sono portato a spostarmi indietro nel tempo: il mio promo romanzo si svolge negli anni ’50, questo secondo negli anni ’30. Non si tratta di rifuggire il presente: la distanza mi serve solo per capire meglio, del resto nel passato si va a cercare ciò che si rivela decisamente, profondamente attuale. In “Per il bene che ti voglio”, per dire, la condizione di “uomini a metà”, di chi “nonè più” e allo stesso tempo “non è ancora”,  vissuta dagli emigranti di prima generazione, credo sia efficace anche per raccontare qualcosa del nostro tempo.

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