L’Argonauta – La manifattura tabacchi, una città nella città

L’Argonauta – La manifattura tabacchi, una città nella città

Il tabacco a Lucca, storia di un rapporto che ha segnato indelebilmente l’economia, il lavoro e la vita dei lucchesi

Entrando a Lucca da porta Sant’Anna ci accoglie piazzale Verdi, largo spazio dove i pullman scaricano studenti, lavoratori o turisti pronti ad addentrarsi nel dedalo di viuzze che compongono il centro città. Oltre il capolinea sormontato dalle folte chiome degli alberi che colorano e riempiono il piazzale, proteggendo i passeggeri dalla calura estiva o dalle piogge invernali, sorge un imponente complesso silenzioso e austero che per quasi due secoli ha rappresentato il motore dell’economia lucchese: la manifattura tabacchi.

Il complesso appare oggi svuotato e decadente, lontano dalla frenesia della produzione e dai rumori dei macchinari che lo hanno reso centrale nella società lucchese soprattutto per il lavoro di tantissime donne, le sigaraie, che grazie ad esso si sono emancipate e attraverso i loro sacrifici hanno contribuito alla ricchezza della città e alla crescita di generazioni di lucchesi.

L'ex Manifattura Tabacchi di Lucca, vista da Via Vittorio Emanuele II

L’ex Manifattura Tabacchi di Lucca, vista da Via Vittorio Emanuele II

ph. by Alex Scarcella

interni della manifattura (Foto Alex Scarcella)

Del tabacco a Lucca si hanno notizie fin dalla metà del XVII secolo, nel resto d’Europa le monarchie del tempo si arrogarono la gestione e la trasformazione della pianta arrivata dalle Americhe. L’economia lucchese viveva un periodo di crisi sia per gli effetti della guerra dei trent’anni, sia per lo spostamento dei traffici commerciali dal mediterraneo ai porti del nord Europa e nell’Atlantico. La repubblica lucchese vide nel tabacco un’opportunità, ma al contrario di altri regni come la Francia o il granducato di Toscana, non tenne per sé il monopolio, preferendo piuttosto la sua cessione di tre anni in tre anni, incassando in questo modo un’entrata sicura dagli appaltatori.

La manifattura fu istituita nel XIX da Elisa Baciocchi, sorella di Napoleone, sotto la quale cadde il governo di Lucca, divenuta con il dominio napoleonico un principato. La manifattura rappresentò uno dei pilastri del rinnovamento messo in atto da Elisa; nella sua idea le imponenti mura seicentesche diventavano un enorme e avvolgente parco verdeggiante per lo svago dei lucchesi. L’antico offizio sopra l’abbondanza, i granai della città, collocati in prossimità del baluardo di San Paolino, vicino ad uno dei canali che percorrevano la città ed oggi tomabto, venivano invece destinati al lavoro ovvero alla manifattura. Il vicino convento delle suore domenicane venne soppresso, sostituito da un collegio di educazione per le fanciulle del principato, dopo la restaurazione del 1815, subentrò al governo di Lucca Maria Luisa di Borbone, una fervente cattolica, che restituì il convento alla sua originaria funzione. Ma la manifattura accresceva sempre di più la sua rilevanza nell’economia lucchese grazie alla produzione del sigaro toscano, e conobbe un ulteriore sviluppo nei primi decenni del ‘900 a cavallo della grande guerra. Il fiorire sempre maggiore di questa attività portò allo spostamento delle suore e all’inglobamento del convento negli edifici della manifattura.

La crescita della manifattura portò dunque all’unione di diversi edifici e alla costruzione di nuovi, creando un imponente complesso industriale. Al suo interno arrivarono a lavorare migliaia di persone, ma le indiscusse protagoniste della produzione furono senza dubbio le sigaraie.

le sigaraie entrano in manifattura

le sigaraie entrano in manifattura

Le sigaraie furono tra le prime donne ad entrare a pieno titolo, con gli stessi diritti degli uomini, nel mondo del lavoro. Proprio nella Manifattura Tabacchi, infatti, si registrò l’incremento più alto della manodopera femminile, a cui furono demandate tutte le fasi di lavorazione dei sigari. Le mani minute, la delicatezza e la cura nel trattamento delle foglie di tabacco le rendevano le figure ideali per la produzione dei sigari toscani, che da sempre si distinguono per la superiore qualità del prodotto e del confezionamento. Un lavoro duro e dispendioso sottoposto a rigidi controlli sia nel processo di produzione, sia per la prevenzione di ipotetici furti con perquisizioni corporali che si ripetevano all’entrata e all’uscita della fabbrica. Il lavoro imponeva molti sacrifici, si lavorava dalle sette alle quattordici ore effettive a cottimo, in base dunque alla quantità di sigari prodotti, con pesanti sanzioni se non si raggiungeva la quota giornaliera di produzione. Ogni sigaraia aveva di fronte a sé un contenitore da 25 sigari che corrispondeva ad una medaglia, una moneta bucata che veniva legata al contenitore, la quota giornaliera corrispondeva a svariate medaglie.

 

sigaraie al lavoro (foto Domenico Bertuccelli)

sigaraie al lavoro (foto Domenico Bertuccelli)

Proprio per le pesanti condizioni di lavoro nel primo decennio del ‘900 si susseguirono molti scioperi nei quali le sigaraie furono protagoniste, chiedendo migliori condizioni di lavoro, un aumento del cottimo e una migliore qualità delle foglie, che rompendosi spesso compromettevano il raggiungimento del cottimo giornaliero. Le agitazioni sfociarono nel grande sciopero del 1914, che se non raggiunse l’obbiettivo dell’aumento salariale, ottenne l’istituzione dell’incunabolo, il nido per i figli delle operaie, posto di rimpetto ad uno dei lati del complesso in via Vittorio Emanuele.

Quello del welfare aziendale è stato uno dei fiori all’occhiello della manifattura rendendola un’azienda all’avanguardia in Italia in questa materia. Oltre al nido, che permetteva alle sigaraie di lavorare senza l’assillo di dover trovare una sistemazione per i propri pargoli, venne istituita la mensa aziendale nel chiostro dell’ex convento, prima azienda nel dopoguerra ad istituirla e fondamentale luogo di ritrovo e socializzazione all’interno della manifattura. Successivamente negli anni ’80 fu istituito un presidio sanitario di concerto con l’Asl, sempre all’interno della manifattura, per l’osservazione e la prevenzione delle malattie sul lavoro.

Il lavoro rimaneva comunque duro e non era semplice, soprattutto per le nuove assunte, raggiungere il cottimo giornaliero, si sviluppò così un fiorente mercato delle medaglie, che le più veloci ed esperte cedevano in cambio di denaro. Un baratto conveniente rispetto alle sanzioni pecuniarie legare al non raggiungimento degli obbiettivi di produzione.

Un momento della lavorazione del sigaro toscano presso la Manifattura Tabacchi di Lucca

Un momento della lavorazione del sigaro

La sigaraia veniva vista con ammirazione dalla cittadinanza ed era anche un mestiere ambito perché dava un reddito sicuro ed una certa indipendenza economica, ma soprattutto permise a tante donne di emanciparsi, a partire dal secondo dopoguerra, dalla cultura patriarcale, dall’idea di angelo del focolare ancora dominante in quegli anni. Donne emancipate che si riconoscevano in giro per Lucca, per i bei vestiti e le scarpe e che facevano girare l’economia. Negli anni ’50 e ’60 una parte del mercato di piazza dell’Anfiteatro si spostava nell’attuale piazza della Magione, aspettando le signore che appena uscite dalla manifattura si fermavano a fare la spesa per la cena; spesso non c’erano i soli pizzicagnoli ad aspettarle, ma anche una lunga serie di spasimanti, i dami, appostati fuori dall’ingresso, pronti al corteggiamento delle ragazze, che ribaltando la cultura del tempo, rappresentavano un buon partito da sposare per sistemarsi!

La manifattura arrivò ad impiegare più di 4000 persone fra sigaraie, la maggioranza, e operai, manovali, falegnami, colletti bianchi, una città nella città, anche perché tutti i dipendenti venivano assunti solo se residenti nella provincia di Lucca, da questo si intuisce quanto l’azienda sia stata fondamentale per la vita e l’economia di Lucca. Tutt’oggi girando la città facilmente si troveranno persone che hanno avuto una nonna, una mamma o una zia dipendenti della manifattura. Dall’inizio degli anni duemila la manifattura venne a poco a poco privatizzata, con la privatizzazione prese corpo il progetto di spostare la produzione dal centro città nel nuovo stabilimento di Mugnano per liberare la città da un centro produttivo che inevitabilmente portava rumore e inquinamento. Nel 2004 si completò la transizione e la grande fabbrica chiuse, cessarono gli sbuffi di vapore delle macchine, le abili e delicate mani delle sigaraie trasferirono i loro talenti a Mugnano. Il complesso rimase abbandonato con il suo carico di storia, di fatica, di sacrifici gigante silente abitato forse da qualche uccello che vi ha stabilito il proprio nido.

la manifattura abbandonata

i lavori di restauro

Oggi dopo anni di abbandono sta per essere portato a termine, dopo un percorso travagliato, il recupero di una parte del complesso, quella che affaccia su Via Vittorio Emanuele II, che ospiterà gli uffici del Comune per i rapporti con il pubblico in particolare quelli riguardanti le imprese. Ai piani superiori verrà invece ospitata l’università Campus, che entrerà dentro le mura traslocando dall’ex seminario a Monte San Quirico. La manifattura viene dunque restituita alla città, rinsaldando quel legame che negli anni divenne così saldo e importante per Lucca e per i suoi cittadini.

 

Mario Cecati

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