L’Argonauta – La disordinata crescita di Lucca

L’Argonauta – La disordinata crescita di Lucca

L’espansione incontrollata della città fuori le mura

Lucca rappresenta un esempio unico di conservazione in Italia. Una cifra distintiva condivisa probabilmente solo con Venezia, per la quale la città dentro le mura ha mantenuto sostanzialmente intatto l’impianto storico della città. Se Venezia ha potuto rimanere immutata grazie al suo particolare insediamento lagunare che non permette particolari stravolgimenti urbanistici, Lucca ha conservato il tessuto urbano, stratificato dalla storia romana fino al XIX secolo, con assoluta continuità. Il fascino e l’unicità di Lucca derivano proprio dal fatto che i processi di trasformazione hanno avuto tempi e modalità uniche e inusuali. La storia della città, rimasta autonoma economicamente e politicamente fino alla metà del XIX, al riparo dalle dominazioni e dagli stravolgimenti geopolitici che hanno colpito il resto d’Italia per secoli, ha permesso al centro storico di rimanere pressochè invariato rispetto al passato, le case dei padri sono rimaste le stesse dei figli, le strade e le piazze sono sempre quelle. L’imponente cinta muraria, finita di edificare nel 1648 e perfettamente conservata tutt’oggi è sicuramente il tratto più distintivo della città. La conservazione di quel perimetro ha protetto il centro storico, sospendendolo in una realtà magica, fuori dal tempo, che nemmeno le devastazioni della seconda guerra mondiale hanno scalfito, se non marginalmente, mentre hanno imposto profondi cambiamenti in altre città come ad esempio Pisa, pesantemente colpita dai bombardamenti aerei.

Se da un lato questo ha permesso di tramandare un esempio urbano unico al mondo, dall’altro ha creato un difficile rapporto con il territorio circostante. C’è una separazione fisica, ma soprattutto mentale fra la città dentro e fuori le mura, tanto che spesso chi di noi vive nei quartieri esterni, da Sant’Anna a San Concordio, si esprime riguardo al centro storico con espressioni come “Vado a Lucca”, “Ci vediamo in città”. Questo è dovuto sicuramente alle motivazioni storiche di cui abbiamo appena scritto, ma in una buona misura alla disordinata espansione della “Lucca fuori”.

A partire dal dopoguerra molti fattori hanno contribuito alla crescita della città: l’aumento della popolazione, l’introduzione di nuove attività economiche, che hanno soppiantato quelle tradizionali legate all’agricoltura, che avevano come epicentro le corti, piccoli agglomerati di edifici che formavano vere e proprie comunità. Infine l’implementazione delle nuove infrastrutture di trasporti, dall’autostrada alla ferrovia.

Uno sviluppo che ha aggredito il territorio senza nessun tipo di programmazione urbanistica, lasciata in mano a lottizzatori e ditte di costruzioni, che hanno soffocato il territorio edificando villette e condomini ovunque vi fosse uno spazio libero, disposti a caso, dispersi in un nugolo di strade strette, senza verde, senza spazi pubblici di condivisione. Ad ovest della città, l’edilizia residenziale si è fusa a quella industriale e non è raro osservare capannoni e magazzini alternati a villette e piccoli condomini in un’area estesa e saldata ormai alla vicina Capannori.

I quartieri esterni sono cresciuti a macchia d’olio ai bordi delle principali arterie di accesso, congestionando la viabilità; la mancanza di una netta divisione fra aree residenziali e industriali hanno permesso al traffico pesante di impossessarsi della mobilità urbana fin sotto le mura, la vastità del territorio, urbanizzato ma dispersivo, non ha permesso la creazione di una solida rete di mobilità sostenibile facendo esplodere la mobilità fondata sul mezzo privato, indispensabile in un territorio disperso, ma fonte ulteriore di traffico e congestione.

Il disordine urbanistico si ripercuote sulla vita dei cittadini che non trovano in questi luoghi punti di aggregazione, di condivisione di spazi, la città fuori le mura non viene vissuta come tale e viene meno l’idea di comunità e convivenza, alla base di ogni agglomerato urbano, ne risente la qualità della vita, la salute pubblica, il benessere a cui ogni cittadino giustamente ambisce.

Una situazione complessa dunque e difficile da governare. Ovviamente non si può tornare indietro da quello che è stato fatto negli ultimi decenni, ma si può cercare di porre un limite al consumo del territorio, puntando sulla valorizzazione e il recupero di quello che già c’è.

Nel 2014 la regione ha redatto una nuova legge sul governo del territorio e del piano paesaggistico, L’attuale amministrazione si è impegnata nella redazione di un nuovo piano strutturale a cui è seguito il piano operativo, conformi alla nuova normativa. Questi si pongono l’obbiettivo di uno sviluppo sostenibile delle attività umane, cercando di armonizzarne gli effetti sul territorio. Fa propri i principi di riuso e riqualificazione, limitando il consumo del suolo e cercando di capovolgere il paradigma del benessere legato alla possibilità di costruire. I piani si pongono l’obbiettivo dell’affermazione della “città pubblica” cercando di restituire ampie zone della superficie territoriale interessata a spazi verdi e pubblici restituendo ai quartieri periferici spazi di vita e condivisione dando un nuovo respiro al territorio urbanizzato.

Un progetto ambizioso di cui giudicheremo la riuscita negli anni a venire, ma che ha già oggi il merito di aver messo al centro del dibattito pubblico e delle politiche comunali l’idea di una nuova connessione fra centro e periferie e l’importanza dell’urbanistica e degli spazi pubblici per la qualità della vita del cittadino.

 

Mario Cecati

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