L’Argonauta – La collina dei matti

L’Argonauta – La collina dei matti

A Maggiano per secoli l’ospedale psichiatrico ha accolto e accudito pazienti psichiatrici. Un modello di assistenza reso famoso dallo scrittore e psichiatra Mario Tobino.

Il territorio di Lucca dalla città alle colline è da secoli costellato di conventi e monasteri. Molti di essi negli ultimi due secoli hanno cambiato destinazione: il convento di San Domenico, abitato dalle suore dell’omonimo ordine divenne una scuola femminile prima di essere inglobato nel complesso della manifattura tabacchi; il duecentesco convento di San Francesco oggi restaurato e sede dell’IMT, anche il Real Collegio che deve il suo nome alla scuola fatta insediare nel XIX da Felice Baciocchi, precedentemente ospitava un convento. A pochi chilometri da Lucca dalla pianura si alza dolcemente il colle di Santa Maria delle Grazie in cima sorge un monastero, che ben prima degli altri mutò la sua destinazione, divenendo manicomio.

Nel 1769 il senato della Repubblica lucchese in accordo col Papa  Clemente XIV ottenne la soppressione del Monastero dei Canonici Lateranensi di Santa Maria di Fregionaia a condizione che la struttura venisse utilizzata per opere di assistenza dello Spedale lucchese di San Luca della Misericordia, venne così deciso di destinare l’intera struttura al ricovero e alla custodia dei folli.

A quel tempo i malati psichiatrici erano considerati alla stregua di criminali e un monastero lontano e isolato sembrò un luogo perfetto dove trasferirli. Spesso inoltre venivano internati non solo matti, ma persone indesiderate, rifiutate dalla società confinate in cima alla collina.

Con l’avanzamento degli studi sulla psiche umana anche l’accoglienza ospedaliera migliorò e Maggiano divenne un esempio fra gli ospedali psichiatrici, reso famoso da Mario Tobino, che ha saputo trasfigurare nelle pagine dei suoi libri la propria esperienza di psichiatra nel reparto femminile dell’ospedale, in un intenso discorso umano sulle sue pazienti. Grazie anche alle preziose testimonianze e alla memoria storica del professor Pezzini, psichiatra che lavorò fianco a fianco a Tobino, abbiamo scoperto tanti aneddoti e dettagli sulla vita dell’ospedale, che ci hanno lasciato stupiti e ammaliati.

Nel 1978 venne approvata la legge 180, più conosciuta come legge Basaglia, la quale introdusse concetti rivoluzionari in tema di assistenza psichiatrica. Venne eliminato il concetto di pericolosità per sé e per gli altri introducendo il trattamento sanitario basato sul diritto della persona alla cura e alla salute, fino agli anni ’70 gli internati nei manicomi erano iscritti nel casellario giudiziario, considerati alla stregua di criminali. Venne introdotto il rispetto dei diritti umani, come quello a comunicare con l’esterno o il diritto di voto, dando ai malati psichiatrici la dignità di cittadini, fino quel momento negata, venne disposta inoltre la chiusura degli ospedali psichiatrici in favore di strutture alternative diffuse sul territorio.

Sulla collina nel grande manicomio molte delle linee guida della nuova legge erano già state applicate precedentemente. Già negli anni ’20 si cercava il più possibile di non legare i malati, facendo viver loro una vita quanto più possibile vicina alle persone normali. L’ospedale si configurava già come una piccola comunità munita di tutto quello che serviva per la manutenzione e la sussistenza vi era un panificio, una piccola azienda agricola, un allevamento di maiali che contribuivano ai pasti dei pazienti e del personale. C’era una sartoria e una tessenda che provvedeva al vestiario dei malati. Tutto questo grazie al ruolo degli infermieri che prima di essere tali erano muratori, elettricisti, manovali, falegnami. Questi venivano reclutati per la maggior parte a Maggiano, alle pendici della collina, quando c’era bisogno di personale suonava la campana del convento che richiamava il personale che non poteva che essere reclutato nelle vicinanze della struttura. Intorno all’ospedale venne a crearsi dunque una cultura dell’aiuto e dell’accoglienza ai malati che Tobino stesso riporta nei suoi libri: “gli infermieri del manicomio sono tutti campagnoli, nati intorno al manicomio o nelle frazioni vicine; posseggono un pezzo di terra […] nel manicomio vedono l’aiuto finanziario alla loro impresa familiare e trattano gli ammalati con quella sagacità, ed anche quel distacco, che hanno i contadini a portare le viti; e però mantengono sempre un solido fondo umano, anche se si deve togliere una corteccia per arrivarci.” Proprio per queste qualità già dagli anni ’20 determinati pazienti furono fatti uscire dall’ospedale e affidati alle famiglie degli infermieri, che tramandarono il mestiere di padre in figlio divenendo un tutt’uno con l’ospedale; sempre nelle parole di Tobino: “poiché il massimo spazio del loro orizzonte arriva soltanto al manicomio desiderano che i figli vi siano impiegati […] per assicurare loro un discreto benessere, infatti, lo stipendio da infermiere è scarso per uno della città che ha solo quel mestiere, per un contadino è tanto denaro da metter da parte. E gli infermieri sono così prudenti e diffidenti a difendere questa loro fortuna, che unanimemente, per accordo fraterno, su questo tema non fanno parola con nessuno e, se interrogati, eludono il discorso.”

Dal 2006 la fondazione Mario Tobino si è installata in una piccola parte del complesso e conserva e valorizza il lascito del grande scrittore-psichiatra, grazie anche alla fondazione di una scuola di narrazione. Nello sviluppare la grande eredità culturale di Tobino, cerca di riportare alla luce le vicende dell’ospedale della Fregionaia, recuperando la memoria storica di un’intera comunità. La fondazione promuove spesso tour dell’ospedale che vanno regolarmente esauriti. La struttura però rimane in una gran misura abbandonata e pericolante e si sono verificati furti e atti di vandalismo. Il FAI ha inserito la struttura nei “luoghi del cuore” con migliaia di persone che in due giorni sono accorse sulla collina per visitare e conoscere un luogo importante della storia e della cultura lucchese. Speriamo dunque che presto possano svilupparsi percorsi di recupero e valorizzazione della struttura e della sua storia fatta di dolore e malattia, ma anche di ristoro, pace e tranquillità, resa così affascinante dalle parole di Mario Tobino.

 

Mario Cecati

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