“Bellissime” è un libro necessario e Flavia Piccinni la sua autrice

“Bellissime” è un libro necessario e Flavia Piccinni la sua autrice

LUCCA – “Avresti potuto anche farmi una domanda sull’essere antipatica.. sì, fra chi non mi conosce è voce diffusa.” Non l’ho fatta la domanda, Flavia Piccinni, nome e cognome, perché lo davo per assodato che tu fossi antipatica. Forse perché hai un incedere affrettato e  i ragionamenti accelerano anche loro. Ti lasci addomesticare poco dalle relazioni pubbliche e non ti soffermi troppo a lungo a guardare negli occhi, se non ne valga la pena; preferisci guardare quando gli altri non ti guardano. Dipende principalmente da questioni aleatorie e inutili questa idea che c’è, è vero.

 

Non lo dico, a chi stai antipatica, che hai pubblicato Lo Sbaglio (Rizzoli) e Adesso Tienimi (Fazi) oltre ad un saggio sulla ‘ndrangheta (La malavita, Sperling&Kupfer). Che hai vinto numerosi premi letterari (fra cui il Campiello Giovani, e La Metamorfosi) e radiofonici (l’ultimo è il “Marco Rossi”). Che sei autrice quindi di ampi reportage e documentari, e collabori con diversi giornali, Radio3 Rai, Rai1. Sei coordinatrice della casa editrice Atlantide e attualmente vieni pubblicata da Fandango. L’anno scorso il romanzo Quel fiume è la notte ( presentato allo Strega dalla Maraini e Ravera) e quest’anno Bellissime. Il tuo migliore, secondo me. Quello che racconta storie tanto vere da far paura, camminando funambolico tra gli abissi dell’innocenza che vorremmo saper perfetta, e la caducità spaventosa delle aspettative incrollabili.

 

“Bellissime” è il libro che non solo ogni madre e padre dovrebbe leggere, ma ogni individuo che fissi la “bellezza” come orizzonte della propria felicità.

 

cover bellissime

Questa tua nuova opera ha il profilo del saggio. Cosa ti ha stimolato per la scelta dell’argomento e del genere?

 

La prima volta che ho preso parte a una sfilata per bambini era il gennaio 2015. A Firenze faceva molto freddo, avevo la febbre, entrare a Pitti Bimbo pareva mettere piede in un sogno: bambini sorridenti, bellissimi vestiti, luci e gioco. Uno straordinario tepore. Sulla passerella, le bambine procedevano erette come piccole principesse incantate, i bambini erano scugnizzi dai sorrisi furbetti. Tutti, maschi e femmine, brillavano di una bellezza assoluta. La musica era frenetica.  L’atmosfera elettrica. In molti mi avevano parlato con toni di dubbio di questo piccolo mondo in miniatura. Eppure pareva una parentesi sospesa sopra tutto. Una fabbrica gioiosa di modelli festanti: stereotipi di struggente meraviglia e armonia, il mito glorioso del bambino bello e felice.
Nel corso della manifestazione, intervistai delle bambine che, davanti al microfono, fra pause e sorrisi, suggerivano note alternative: “non mi piacciono le sfilate perché mi cotonano i capelli e poi fanno male quando li lavo” e “non mi piacciono i servizi fotografici perché non ci danno da bere”.
Iniziai così a domandarmi se, forse, qualcosa in quell’universo così severamente silenzioso e autoprotettivo, così poco noto nel nostro Paese per quanto il segmento moda-bimbo equivalga a un giro d’affari di 2,7 miliardi di euro, andasse indagato con maggiore attenzione.

 

 

Avevi sicuramente delle aspettative, ma in cosa sei stata sorpresa?

 

Quando ho pensato che dietro i glitter e i sorrisi poteva esserci dell’altro. E che quell’altro volevo raccontarlo. Calarsi in un circolo chiuso, è sempre molto rischioso: è difficile non perdere i punti di riferimento e ascoltare la propria voce, o una voce che suoni in un altro modo, quando ti si dipinge davanti un quadro idilliaco. Confidare nella perfezione è rassicurante, eppure la realtà ha mille facce, e il compito del giornalista – o del cronista, o magari solo dell’uomo – è quello di restituire la complessità delle cose, senza paura e senza strumentalizzazioni.

 

 

Dici che non ti sei mai sentita bella da bambina. Come si fa a sentirsi belle?

 

Scrivo una cosa leggermente diversa. Scrivo: non sono mai stata bella. La percezione è un livello successivo, è il soggettivo per eccellenza. Queste bambine si sentono belle intimamente, molto prima che qualcuno lo ricordi loro.

 

 

Che differenza c’è, secondo te, tra la percezione della bellezza infantile e quella adulta da parte del soggetto che le rappresenta?

 

Le diverse età della vita costruiscono i paragoni. La percezione che un’adulto e un bambino possono avere del loro aspetto fisico è naturalmente e diametralmente opposta. E in “Bellissime” vive dei racconti delle mamme e delle bambine, delle agenzie di casting e delle stylist, dei fotografi e di un complesso mondo di adulti che sull’apparire dei bambini costruisce la sua esistenza.

 

L’epigrafe quasi dedicatoria del libro è un aforisma di Stendhal a me caro, che a me è sempre parso sardonico, “La bellezza altro non è che una promessa di felicità”… Se non c’è bellezza, quindi, non ci può essere nemmeno felicità?

 

La malinconia che ammanta questa frase è quella che, a volte, ho provato guardando delle bambine truccate, in pose da adulte, piccole principesse, minuscole donne. La bellezza promette la felicità, ma non sempre la mantiene. In questo caso, forse, soprattutto.

 

 

Dove sei e chi sei in questo momento?

Una domanda un po’ marzulliana….

 

 

Marzullo a parte, mi piace il contatto reale, anche quando non è possibile…

In questo momento sono a Lucca, ma già domani – salvo imprevisti – tornerò a Roma. Sulla mia scrivania le bozze di un libro meraviglioso, L’estate che sciolse ogni cosa dell’esordiente americana Tiffany McDaniel, che uscirà fra dieci giorni per la casa editrice di cui faccio parte, Atlantide.

 

 

Perché il tuo racconto è “necessario”?

Volevo raccontare un mondo in miniatura, che coincide con un business rilevante e che resta sempre nell’ombra. Volevo indagare il rapporto fra i bambini e la bellezza. Volevo raccontare come nascono modelli che coinvolgono le bambine di oggi a più livelli, e che molto avranno a che fare con quello che sarà l’Italia fra venti, trenta, quanant’anni. L’obiettivo era complesso, spero di averlo almeno in parte realizzato.

 

 

Cosa o chi ti fa pronunciare tra te e te l’affermazione “sei bellissima”?

 

Tiziana Triana, l’editor della narrativa di Fandango Libri che ha scelto di pubblicare questo libro e che con la collana Documenti – dove nei mesi scorsi sono usciti il libro di Serena Marchi “Mio, tuo, suo, loro” sulla maternità surrogata o la settimana scorsa quello della bioeticista Chiara Lalli, “Mitomani” – ha creato un’oasi per discutere liberamente di temi che spesso sono ammantati da superficialità e che hanno bisogno di uno sguardo lucido per alimentare un dibattito aperto e inclusivo. Come dovrebbero essere, sempre, tutti i dibattiti liberi.

 

( copy Pasquale di Blasio)

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1 Commento

  • UCT
    8 luglio 2017, 17:04

    Mi torna in mente l’articolo di questa scrittrice apparso su HuffPost qualche tempo fa… se non ricordo male si intitolava "Ho provato il burqa e mi è piaciuto"…

    RISPONDI

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