Altro che Mirko Scarcella, il vero mostro di Instagram siamo noi

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Sicuramente molti di voi avranno seguito, nei giorni scorsi, lo speciale delle Iene dedicato al “Guru” di Instagram, Mirko Scarcella. Avessero fatto a me la domanda ricorrente del lungo sevizio “Do you know Mirko Scarcella?”, avrei risposto: sì. 

Lo incontravo in giro per Milano qualche anno fa, quando anch’io abitavo nel capoluogo lombardo. Faceva parte del team di Fabrizio Corona. Ricordo che una volta mi trovavo nell’ufficio della Corona’s e dopo tre ore ad aspettare in sala d’attesa mi avvicinai agli uffici e dissi alla prima persona che incontrai: “comunicate a Fabrizio che passo un’altra volta, non posso star qui ad aspettare tutto il giorno”. Fu lui, a rispondermi, un giovanissimo Mirko Scarcella: “ricordati che stai aspettando Corona”. Non capii molto la frase e non gli detti tanto peso, quindi me ne andai perché, onestamente, mi ero annoiato e mi sentivo stupido. 

Ma come allora, nemmeno oggi do molto peso alle vicende in cui si ritrae Mirko Scarcella come un truffatore seriale, un poco di buono, il male vivente di questa società social. Perché non è così. Di Scarcella in giro ce ne sono molti e qualcuno, che magari abita dietro casa vostra a Lucca, Capannori, Altopascio, l’ho incontrato anche io lungo la mia strada professionale. Che poi, in realtà, credo che lui qualcosa sappia fare e che utilizzi lo stesso metodo di altri per far crescere i profili su Instagram. Niente di così assurdo. Non ci prendiamo in giro: quanti di voi hanno amici che da un giorno all’altro diventano dei piccoli influencer locali con decine di migliaia di follower? Come pensate abbiano fatto? Con tette e culi? Eh, le ragazze hanno quell’arma infallibile che nessun’epoca potrà rendere meno efficace, ma avessimo tempo di analizzare bene tutti i profili dei vostri amici scopriremmo, nella quasi totalità dei casi, followers quantomeno ambigui. E questo non significa niente. Ognuno faccia come vuole, nessuno ha il diritto di colpevolizzare questo sistema, ben chiaro a chi, come me, lavora da molti anni nel pianeta della comunicazione. 

È il modello di società che abbiamo costruito e assecondato il vero colpevole. E le sue radici non nascono parallelamente all’esplosione degli smartphone e dei social network, ma da molto lontano. L’idea dei guadagni facili, della bella vita: vacanze da sogno, auto e orologi di lusso, champagne ci hanno sempre attratto e intrattenuto, prima nelle commedie anni ’80 di Jerry Calà e De Sica, quindi sulle riviste di cronaca rosa e gossip, poi in televisione e oggi sui social network, in particolare con l’avvento di Instagram. 

Il mostro, però, non è questo giochino dove si pubblicano fotografie, scatti della nostra esistenza filtrati, modificati, camuffati, porzioni di una quotidianità di disperazione, trasformati in frame in cui sembra che tutto vada bene. Instagram è solo il mezzo, il mostro siamo noi. L’idea di una perfezione percepita che ha come ultimo fine l’accettazione sociale, la riconoscibilità in una comunità, la maggiore possibilità di scopare, ha messo a nudo tutta la nostra fragilità. Siamo costantemente alla ricerca del like, dell’approvazione degli altri e guardate bene, la questione non riguarda solo i ragazzi che utilizzano Instragram. In altro modo, anche quelli più grandi, quelli che si professano meno tossici di cuoricini, pollici, smile con le guance arrossate, sono alla ricerca del like in ogni azione della loro vita. In famiglia, sul lavoro, alla partita di calcetto con gli amici. 

I social network e Instagram non hanno fatto altro che spiattellarci tutti i giorni in faccia questi comportamenti. Vacanze in barca, ristoranti stellati, fisici tiratissimi, costumi quasi inesistenti, occhiali sempre più bizzarri, scarpe da clown, tatuaggi che non si sa più che senso abbiano, pacchi di soldi, bottiglie illuminate. Tutto sembra più vicino, più accessibile, dietro l’angolo. È il messaggio che passa: o sei così o non conti niente. Sei fuori. E siamo noi ad aver fatto tutto questo, non la tecnologia. Non gli Scarcella. Siamo noi che vogliamo diventare come loro. 

Abbiamo costruito un quadretto virtuale dove non c’è più spazio per i deboli, per quelli più brutti, per coloro che magari hanno più difficoltà a socializzare. Altro che immigrati, gay, lesbiche, i veri emarginati di oggi sono quelli incapaci di relazionarsi, vuoi perché hanno caratteristiche fisiche meno attraenti, perché non desiderano mettere in mostra la loro vita o perché non ci riescono. E, in questo contesto, si trasmette l’idea che con un filtro di Instagram o camuffando la nostra identità copiando quella di un altro, possiamo diventare tutti perfetti. Follia. Un po’ come diceva Agrado, il trans del meraviglioso film di Almodovar Tutto su mia madre: “Ognuna di noi è tanto più autentica, quanto più assomiglia all’idea che ha sognato di se stessa”. 

Ma attenzione, la nostra vita non è un film. 

Andrea Spadoni
Andrea Spadonihttp://www.andreaspadoni.com
A 25 anni potevo aver già fatto tutto: il diploma di ragioniere, il lavoro in banca e la villetta a schiera. Non è andata così. Sono un giornalista mio malgrado, e oggi mi guadagno da vivere aiutando le persone a comunicare su internet, ma il mio sogno è sempre stato quello di tagliare il prosciutto di Parma al banco di una gastronomia.

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