A Lucca c’è la prima soglia d’inciampo d’Italia

A Lucca c’è la prima soglia d’inciampo d’Italia

LUCCA – È stata inaugurata ieri mattina e si trova proprio di fronte alla Pia Casa, il luogo che nel 1944 fu trasformato in un terribile luogo di detenzione: una prigione, dove i nazisti, con la complicità dei fascisti, rinchiusero centinaia di uomini, poi deportati nel Reich, molti dei quali mai più tornati a casa.

“Per dolorose strade – Ad memoriam dei rastrellati per il lavoro coatto nel Reich”, questo il titolo dell’iniziativa organizzata e promossa dall’amministrazione comunale, insieme alla Provincia e all’Istituto storico della Resistenza e dell’Età contemporanea di Lucca, che stamani ha visto la partecipazione del sindaco, Alessandro Tambellini, del Prefetto di Lucca, Francesco Esposito, del Questore, Maurizio Dalle Mura, del Comandante dei Carabinieri, Ugo Blasi, dell’assessora alla continuità della memoria storica, Ilaria Vietina, il presidente del consiglio comunale, Francesco Battistini, il presidente dell’Isrec-Lu, Stefano Bucciarelli. Presenti anche Gunter Demning, l’artista tedesco ideatore delle pietre e delle soglie d’inciampo nel 1993, Divo Stagi, anche lui passato dalla Pia Casa, e alcune classi delle scuole superiori lucchesi.

Lucca è la prima città italiana ad avere sul proprio territorio comunale una soglia d’inciampo: infatti, diversamente dalla pietra d’inciampo, che ha la dimensione di un sampietrino e che ricorda una singola persona deportata nei campi di sterminio e di concentramento nazisti, la soglia nasce con l’obiettivo di portare alla luce e di imprimere nella memoria e nel tessuto urbanistico e sociale cittadino un’intera vicenda e un intero gruppo di persone, unite – come nel caso della Pia Casa – da una tragica storia personale divenuta storia collettiva di una città, di un popolo, di un Paese, di un periodo storico.

Antico convento, la Pia Casa di Beneficienza fu requisita dai tedeschi e adibita a luogo di detenzione per quanti, rastrellati nelle aree di Livorno, Pisa, Versilia e della Piana lucchese, erano sul punto di essere deportati verso i luoghi del lavoro coatto dell’Organizzazione Todt nell’Italia centrale e settentrionale o in Germania.

Fu un vero e proprio campo di concentramento in piena città: si passava dalla Pia Casa, per poche ore o per qualche giorno, prima di essere forzatamente smistati. Al primo gruppo di deportati da Livorno, circa 400 persone controllate dalle SS tedesche che giunsero alla Pia Casa il 23 giugno 1944, ne seguirono molti altri fino a raggiungere la cifra complessiva di 70.000 persone transitate nei suoi locali con punte anche di 3000 persone al giorno: una cifra enorme considerati gli spazi a disposizione. Una situazione che si fece particolarmente pesante dopo il rastrellamento in città del 20 agosto e quelli del 22 e 23 nelle periferie e nelle aree di circonvallazione che durò fino alla notte tra il 31 agosto e il 1 settembre. Solo allora i tedeschi cominciarono a ritirarsi senza dare seguito alla minaccia di minare l’intero edificio.

Pessime le condizioni ambientali e igieniche in cui venivano tenuti i rastrellati nei cameroni del vecchio edificio, fatti oggetto di vessazioni e violenze fisiche e morali di ogni genere, sistemati su giacigli di paglia marcita, lasciati senza cibo né acqua.
Una limitata possibilità d’intervento fu lasciata solo agli Oblati del Volto Santo che riuscirono a fatica a garantire ai deportati acqua, pane e talvolta una minestra calda. A quattro crocerossine fu demandato il compito di una modesta assistenza medico-sanitaria e la consegna della posta e dei pacchi spediti da casa. Il 2 agosto 1944 nella Pia Casa fu rinchiuso anche don Aldo Mei, il giovane parroco di Fiano, con l’accusa di connivenza con i partigiani e di aver nascosto un ebreo. La sentenza sarà eseguita nella tarda sera del 4 agosto sugli spalti delle Mura, fuori Porta Elisa: il sacerdote prima di essere mitragliato volle benedire i suoi uccisori e cadde nella fossa che era stato appena costretto a scavarsi.

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