All’ombra della #mezzaluna: viaggio sulla faccia oscura della capitale europea (parte seconda)

All’ombra della #mezzaluna: viaggio sulla faccia oscura della capitale europea (parte seconda)

Pubblichiamo la seconda parte del reportage di un lucchese che vive a Bruxelles (per la prima puntata leggi qui). Ricordiamo che l’articolo è stato scritto due giorni prima degli attentati che proprio oggi, martedì 22 marzo, hanno duramente colpito la città.

La polizia ha setacciato il quartiere per mesi, in apparenza senza risultati di rilievo, mentre Salah si spostava attraverso Schaerbeek, a nordest della città, e poi Forest, a sudovest, dove il blitz di martedì ha stanato Abdeslam assieme a tre complici, uno dei quali, “Soufiane Kayal”, vero nome Najim Laachroui, è presumibilmente il contatto siriano o iracheno che l’ISIS ha messo a capo della cellula dei fratelli Abdeslam, e tuttora irreperibile. Un po’ parenti, un po’ amici d’infanzia, questi improvvisati artigiani del terrore i cui nomi hanno risuonato nell’etere per settimane hanno un passato di furtarelli e crimini di piccolo cabotaggio. Nel 2010 Salah era stato pescato con le mani nel sacco durante un tentato scasso ai danni di un garage, e ci aveva rimesso il lavoro presso l’azienda dei trasporti cittadina, la stessa per la quale aveva lavorato il padre. La famiglia di Abdeslam non navigava nell’oro, con quattro figli a carico, ma il padre era riuscito a piazzare tutti quanti dentro un alloggio popolare a canone calmierato, grazie alla collaborazione di lungo corso con l’ex borgomastro di Molenbeek, il quale aveva volentieri chiuso un occhio o due sui proventi del sodale, il cui ammontare superava di gran lunga la soglia di povertà consentita per usufruire del beneficio. Oggi gli Abdeslam ancora in vita sono lieti che questa faccenda si sia conclusa. A nessuno piace che la pecora nera della famiglia si metta al servizio di uno stato straniero per assassinare i vicini.

Rue Ransfort, la “via dei jihadisti” secondo la pacata definizione affibbiatale dai quotidiani belgi ai tempi delle prime operazioni di polizia, a dicembre, è a poca distanza da qui. È la strada più antica di Molenbeek, e vecchia roccaforte, prima che dello stragismo, dell’immigrazione dallo Stivale. Sull’angolo, un bar storicamente gestito da italiani. La proprietà è da pochi mesi passata al signor Daniele. “Vivo qua e frequento questo posto da vent’anni – dice – la strada era abitata da molti italiani fino a pochi anni fa. Mai avuto un problema. Salah era qui dietro, certo, dove volevate che si nascondesse? Tra gli inglesi? Tra i tedeschi? È tornata a casa sua, dalla sua gente. Per i giornali è la primula rossa del terrorismo, ma sono idiozie. È una pedina, un soldato, un nessuno. Lo hanno nascosto e protetto come si protegge un conoscente che ha fatto una grossa sciocchezza. Il problema è che finora nulla di tutto questo si è ripercosso sulla popolazione di Molenbeek. Se ad essere sparati fossero loro, cambierebbero in fretta idea”. Non è detto che non lo abbiano già fatto. Il governo belga non ha ancora diffuso dettagli precisi sulle piste che hanno portata al covo di Rue des Quatre Vents.

Fuori passa un matrimonio turco. Macchine di grossa cilindrata sfilano strombazzando allegramente, bandiere della Turchia al vento. L’UE ha appena concluso un accordo con lo stato di Erdogan perché si incarichi di affrontare la situazione dei migranti in vece nostra, presumibilmente con i mezzi di  gestione delle emergenze per i quali la Turchia è famosa nel mondo. Tanto varrebbe riconoscere l’ISIS e trattare direttamente con loro la fine degli attacchi terroristici.

Mentre il cielo si scurisce, il pubblico comincia a stancarsi e si avvia lentamente verso le proprie case. Il traffico ricomincia a scorrere. Da domani la curiosità si sposterà sul processo. Almeno fino al prossimo attentato. Si vive, si muore, si tira a campare, qui come altrove. Nihil sub sole novum.

(Fine della seconda parte)

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