All’ombra della #mezzaluna: viaggio sulla faccia oscura della capitale europea (parte prima)

All’ombra della #mezzaluna: viaggio sulla faccia oscura della capitale europea (parte prima)

Parte oggi un’inchiesta alla scoperta del nuovo incubo chiamato terrorismo. Un nemico spietato, che ormai è arrivato nel cuore dell’Europa per spargere sangue e seminare terrore, in nome di una guerra santa che cerca di colpire al cuore la cultura e la civiltà occidentale. Quel che sta accadendo non molto distante da noi è quasi surreale, eppure tremendamente vero: abbiamo chiesto a un lucchese che lavora a Bruxelles, che preferisce presentarsi come B.M., come si riesce a condurre una vita normale in una città blindata ormai da settimane. Quello che segue è il suo primo reportage.

BRUXELLES – Quando arriviamo, il circo è già cominciato. Durerà ancora a lungo. Nihil sub sole novum. Al numero 79 di Rue des Quatre Vents si consuma il primo atto di una sceneggiata che mentre scriviamo muove i primi passi, col destino di Salah Abdeslam, il terrorista la cui fuga è terminata da poche ore più o meno là dov’era cominciata, già conteso tra Francia e Belgio. Salah, che parla per bocca del suo avvocato, si è detto indisponibile all’estradizione. È facile intuire che la strategia del suo legale sia mantenerlo il più possibile sul suolo belga, dando il via ad una complessa partita a scacchi dove l’esigenza del governo di proteggere la sovranità nazionale nei confronti dell’ingombrante e poco amato vicino si scontra col desiderio di sbarazzarsi di questa gatta da pelare, che ha tenuto per quattro mesi in scacco l’intero paese semplicemente spostandosi lungo una traiettoria non più ampia di otto chilometri in linea d’aria.

Non è ancora chiaro quanto ci metterà l’uomo più ricercato del Belgio, o d’Europa, o del mondo, a seconda dell’enfasi con cui la notizia viene trasmessa, a rendersi conto di essere diventato una star. Forse lo ha già capito, forse è il desiderio che in fondo al cuore ha sempre nutrito: una notorietà che lo strappasse da un futuro di taccheggio e lavoro precario, come barista, meccanico e piccolo spacciatore, che questo rappresentante del cosiddetto Belgistan non particolarmente sveglio ha scambiato col martirio prima e con una romantica latitanza poi.

Sven Mary, l’avvocato di Abdeslam noto tra fiamminghi e valloni per l’accorto uso della dichiarazioni alla stampa, tra cui si ricorda quella secondo la quale sarebbe stato in grado di far assolvere Marc Dutroux sulla base soltanto delle irregolarità processuali, è un consumato attore uso a difendere la clientela più improponibile a colpi di processi spettacolo. Il lutto per i morti di Parigi non è ancora finito, ma la trasformazione finale di Salah nell’antieroe di una commedia dolceamara sul tema del Male è questione di ore. Mary non rivela i nomi, ma a contattarlo la sera dell’arresto, e prima ancora qualche settimana fa, sono stati alcuni dei membri di quello che lui chiama l’entourage di Abdeslam: la rete di protezione che Salah ha usato per sparire nel nulla a quindici minuti di cammino dal centro storico di Bruxelles.

Cinque poliziotti stazionano davanti all’ingresso del suo nascondiglio. Un uomo in tunica è costretto a scansarli per entrare in casa, quella stessa casa, ma sembra affrontare l’ostacolo con filosofia o rassegnazione. Una folla di curiosi è costretta a spartire il selciato con le telecamere e i giornalisti, alcuni dei quali sono arrivati dall’altra parte dell’oceano per riprendere questa stamberga. Un abitante del luogo che si presenta come una figura di spicco del posto non smette un attimo di parlare e di mettersi a disposizione di fotocamere e intervistatori. Un gruppo di donne velate chiaramente affascinate dall’attenzione dei media va a chiamare le amiche perché si presentino anche loro a fornire una qualche versione dei fatti alla stampa. Un giovane spiega a chi voglia starlo a sentire che per quanto lui personalmente non sia un complottista, è chiaro che c’è chi trama per scatenare la terza guerra mondiale contro l’Islam. I proprietari dei negozi cercano di capire se questo afflusso di occidentali porterà soldi o cattiva pubblicità. I più nervosi sono gli autisti, che la polizia cerca malamente di incanalare lontano dai furgoni delle tv che bloccano il traffico.

Molenbeek non è l’unico quartiere islamizzato della città. Tutta la zona a nord e a ovest della Piccola Cintura, il raccordo che circonda la parte centrale della capitale, lo è. Il canale che attraversa Bruxelles funge da spartiacque ideale, con i pochi belgi e i molti expats che popolano la cosiddetta eurobubble al di qua, e “gli altri” al di là. E’ facile, percorrendo le vie di Anderlecht, Saint Josse, Koekelberg, ritrovarsi ad essere l’unico occidentale. Per le strade, le macellerie halal si alternano ai negozi di abbigliamento per signora con gli ultimi modelli di hijab, che le ricche mogli dei pochi proprietari di Mercedes e Range Rover parcheggiate per strada possono permettersi di sfoggiare in barba a chi si deve accontentare di assai meno; ma il taglio del velo o del vestito indica anche la provenienza di chi lo indossa. Qui le popolazioni del Maghreb e quelle del Medio Oriente si mescolano ai turchi, a qualche africano, ai pochi belgi rimasti. Lungo le vie, i dialetti dell’arabo risuonano misti al francese e al fiammingo. Moltissimi tuttavia sono i marocchini e gli algerini, installatisi qui dopo che la convenzione del 1964 ne ha promosso l’ingresso nel paese per sopperire alla mancanza di manodopera.

In mezzo al nugolo di telecronisti, poliziotti e passanti, una giovane fissa l’ingresso del covo di Salah. È l’unica donna che indossa un niqab; il velo integrale non è troppo comune qui, o quantomeno chi lo indossa non si mostra molto in pubblico. Ma lei lo usa per nascondere le lacrime che le inondano gli occhi bistrati. Ha una borsa della BasicFit, la popolare catena di palestre low cost della città, con sopra scritte a pennarello come uno zaino Invicta qualsiasi. Fissa l’abitazione e piange immobile, per buoni venti minuti, poi se ne va. Un arzillo vecchietto passando mormora ‘Eccola la famosa abitazione’. (B.M)

(Fine della prima parte)

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1 Commento

  • Admin
    21 marzo 2016, 13:06

    due cose:
    – questo è paro paro ai mafiosi o camorristi, ricercati nel mondo ma scovati al paesello in casa di mamm
    – sti arabi ce l’hanno con l’occidente ma vogliono venire e vivere tutti qua…si chiama coerenza ahahaha

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