#perlcultura – Roberto Castello e l’economia nell’arte. La bocciatura di Lucca? “Mi sarei stupito del contrario”

LUCCA – Uno spettacolo sull’economia esilarante quello messo in scena da un coreografo, Roberto Castello e da un attore, Andrea Cosentino, che ci ha incuriosito alquanto per i temi affrontati. Stiamo parlando di “Trattato di Economia”, che lo scorso fine settimana ha riempito la platea del Teatro Nieri di Ponte a Moriano; con piacere ed interesse è sorta spontanea l’esigenza di conoscere meglio il coreografo, danzatore e docente torinese che da anni ormai risiede a Lucca, ma la cui fama supera i confini nazionali. Anima dell’associazione ALDES e del centro di arti performative SPAM! che ha sede a Porcari, Roberto Castello, uno dei massimi esponenti della danza contemporanea in Italia, proprio con lui abbiamo voluto parlare di una materia tanto attuale quanto oscura, l’economia.

Trattato di Economia: come si è arrivati all’ideazione e realizzazione di questo tuo lavoro insieme ad Andrea Consentino?

“L’idea di “Trattato” è nata assistendo a “Not here not now” di Andrea che abbiamo programmato nel 2013 a SPAM!. Una delle tantissime cose che Andrea dice durante lo spettacolo è che un giorno gli sarebbe piaciuto fare un lavoro sull’economia. Finito lo spettacolo gli ho chiesto se intendesse davvero quello che aveva detto, dal momento che anche io da tempo pensavo la stessa cosa, e se gli avrebbe fatto piacere provare ad affrontare insieme l’impresa. Qualche settimana dopo Andrea è tornato a Porcari per discutere del progetto, ci siamo capiti e abbiamo deciso di lanciarci nell’impresa”.

Perché si è sentita la necessità di parlare proprio di economia dal punto di vista di due artisti?

“Per quanto mi rigarda, l’economia, intesa come rapporto che ciascuno ha col denaro, cioè in che misura e in che modo ciascuno è disposto a farsi guidare dalle logiche finanziarie nelle sue scelte quotidiane, mi sembra la cartina di tornasole più limpida dell’idea che ciascuno ha di sé, del mondo e del senso, insomma della finalità, della propria esistenza. Noi comunque non ci occupiamo in alcun modo di calcoli finanziari e statistici. Quello su cui noi giochiamo ad interrogarci è l’attendibilità dell’unità di misura utilizzata per effettuarli. Insomma quanto il denaro abbia veramente a che fare con l’economia e con la realtà. Dal momento che tutto viene misurato in denaro, forse dobbiamo chiederci: abbiamo fatto collettivamente tutte le verifiche per accertarci se l’unità di misura con cui valutiamo ogni aspetto dell’esistenza di chiunque sia davvero affidabile e attendibile? Perché in caso contrario, come mi sembra lecito sospettare, l’infinità di numeri che vengono prodotti per rappresentare le nostre vite in termini finanziari rappresentano una realtà di puro arbitrio e fantasia”.

Qual è la più grave colpa del denaro oggi, considerati anche i recenti fatti di cronaca riguardanti le banche?

“Quella di avere perso ogni relazione con il reale, con un’idea di ricchezza che abbia un senso, unita alla presunzione di sostituirsi alla realtà delle cose invadendo anche ambiti dai quali dovrebbe assolutamente essere assente. Credo che tutte le cose davvero essenziali per la vita delle persone non dovrebbero essere regolate delle logiche finanziarie”.

Avevi già sentito in passato il bisogno di parlare di denaro e dunque di economia?

“Si, è un tema che mi è già capitato di affrontare in passato, ma in termini molto diversi. Negli anni ’90 in “Siamo qui solo per i soldi” (traduzione del titolo di un LP di Frank Zappa) scherzavamo sulle motivazioni della professione artistica, nel “Duca delle prugne” (2007), altro lavoro di ispirazione zappiana, invece mettevamo gli spettatori nella condizione di essere spontaneamente, giocosamente e materialmente acquirenti di piccoli, assolutamente casti, giocosi, ma inequivoci, atti di prostituzione da parte degli interpreti”.

Qual è il valore del denaro nell’arte?

“Credo che non sia giusto chiamare arte anche prodotti seriali, prodotti commerciali che intendono solo produrre reddito. Leggevo recentemente l’affermazione un po’ paradossale di un grande collezionista che sostiene che le uniche opere d’arte per cui vale la pena di pagare sono quelle realizzate sulla base di un principio di assoluta gratuità”.

Parliamo un po’ di te: come ti sei avvicinato alla danza contemporanea? Che percorsi hai seguito? Quali sono stati i tuoi punti di riferimento?

“La mia storia inizia ad essere davvero lunga, raccontarla tutta renderebbe l’intervista indigeribile. Diciamo che mi sono avvicinato alla danza quasi a vent’anni per caso e che una serie di casualità ha fatto sì che in pochissimo tempo io mi sia trovato a mantenermi più che degnamente facendo il danzatore in giro per il mondo. Le mie principali esperienze precedenti ad ALDES sono state quattro anni con Carolyn Carlson al Teatro la Fenice di Venezia, dopodiché ho fondato e condiretto la compagnia Sosta Palmizi per sei anni. I miei punti di riferimento sono quegli artisti che sono riusciti ad aprire nuove strade, in qualsiasi ambito artistico”.

Dagli esordi ad oggi, cosa è cambiato nel mondo della danza in Italia? E come è cambiato lo spettatore? In altre parole puoi fare il punto della situazione sulla danza contemporanea oggi?

“Direi che è cambiato tutto. Quando ho iniziato nessuno aveva la minima nozione di cosa fosse la danza moderna, la nozione di danza contemporanea neppure esisteva e certo non si applicava a coreografi italiani, dal momento che non ne esistevano. Quelli che ora sono unanimemente considerati mostri sacri internazionali, i capisaldi storici della danza del ‘900, a partire da Pina Bausch a Merce Cunningham, ma addirittura la stessa Martha Graham, erano allora degli emeriti sconosciuti. Quello che ha fatto la mia generazione è stato far nascere e diffondere un nuovo ambito artistico, strutturalmente internazionale, che ha fornito al teatro italiano un stimolo prezioso per uscire dai suoi vetusti stereotipi”.

Oggi la danza contemporanea, pur se di nicchia, è un settore artistico conosciuto da quasi tutti, almeno per sentito dire.

“Il problema più grave che la danza contemporanea di qualità oggi soffre è quella di programmatori che, non essendo riusciti ad avvicinarla ad un pubblico più vasto, hanno incentivato generazioni di giovani artisti a trasformarla in una pratica per iniziati, in qualcosa di avulso dalla società e dai suoi problemi reali, qualcosa che scimmiotta, senza però neppure la speranza di un ritorno economico, tutti i peggiori birignao modaioli ed elitaristici del mondo delle arti visive. Penso che sia un errore gravissimo cui si può e si deve rimediare urgentemente. ALDES fa di questo uno dei suoi obiettivi prioritari”.

Parliamo della tua attività all’interno di ALDES.

“ALDES è una compagnia di produzione, ovvero produce e distribuisce spettacoli, miei e di una serie di giovani autori, e coproduce spettacoli anche con altre compagnie. È dunque attivissima sul piano produttivo riuscendo a mantenere standard qualitativi di cui siamo davvero molto soddisfatti. ALDES però è anche residenza artistica pluriennale, ovvero un luogo che ospita artisti indipendenti e compagnie per brevi periodi di creazione. C’è poi l’attività di programmazione, che spazia dalla danza, al teatro alla musica, alla videoarte, alla letteratura, a cui si aggiungono alcuni appuntamenti legati all’alta formazione dei danzatori”.

Che cosa ne pensi della recente esclusione di Lucca da parte dell’Unesco dal novero delle città creative della musica?

“Sono svariati decenni che vado in giro per lavoro vedendo cosa si produce e si programma e come viene vissuta la musica in altre città in Italia e all’estero e francamente mi sarei stupito se l’UNESCO avesse tributato questo titolo a Lucca. E’ più che legittimo che la città aspiri ad ottenerlo ma, se le fosse assegnato, in tutta onestà, mi sembrerebbe più un incentivo a meritarlo davvero che il riconoscimento di uno stato di fatto”.

4 commenti

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4 Commenti

  • Admin
    16 dicembre 2015, 12:58

    i punti di vista possibili sono tantissimi,artisticamente poi, infiniti, ma la realtà concreta della vita e dei bisogni materiali che noi tutti abbiamo, fa del baratto la invenzione più felice mai inventata, considerando che non tutti sappiamo o vogliamo produrre tutto ciò di cui abbiamo bisogno, ecco l’economia, e siamo certi che anche gli artisti ne usufruiscono, mentre possiamo benissimo fare a meno delle astruserie e delle vite virtuali che alcuni di loro ci raccontano, grazie

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  • Admin
    16 dicembre 2015, 16:36

    chiedo scusa
    ma senza i 300 e rotti mila euro che la regione toscana ti passa, come faresti a fare l’artista evoluto e intellettuale?
    Me lo spieghi, visto che abbiamo la determina del settore cultura e spettacolo di Rossi che ti ammolla sti soldi?

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  • Admin
    17 dicembre 2015, 02:16

    ..”…..io mi sia trovato a mantenermi più che degnamente facendo il danzatore in giro per il mondo”.

    ….”…qualcosa di avulso dalla società e dai suoi problemi reali, qualcosa che scimmiotta, senza però neppure la speranza di un ritorno economico,…”.

    Quindi???

    Quindi i soldi servono.

    Incommentabili le dichiarazioni su UNESCO. S vi interessa il punto di vista di questo signore sulla vicenda chiedetegli la cortesia di rilasciare dichiarazioni più articolate e motivate.

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  • Admin
    17 dicembre 2015, 11:13

    Caspiterina……..facile così. Lavorare senza rischiare!

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