Storie della Grande Guerra: Luigi Gonnella, due occhi e una vita per l’Italia

LUCCA, 20 luglio- La prima guerra mondiale, o la “Grande Guerra”, come viene più comunemente nominata, fu un lungo conflitto di logoramento e di trincea che ridisegnò i confini dell’Italia, ma che causò anche la morte di 650.000 nostri giovani ed oltre un milione di feriti dei quali 700.000 invalidi.

A questi ultimi apparteneva il protagonista della nostra storia, una storia triste, come lo sono tante, troppe, che hanno come palcoscenico gli orrori della guerra: Luigi Gonnella nato il 14 di settembre del 1895 a Coreglia Antelminelli.

Era l’estate del 1915, l’Italia era appena entrata in guerra contro l’Austria Ungheria ed era necessario il reclutamento di giovani per occupare la lunga linea del fronte perché nella zona della Carnia si erano già verificate numerose perdite. Nell’estate di quell’anno, Luigi, che non aveva ancora compiuto vent’anni venne arruolato nel corpo di fanteria con l’incarico di guastatore ed inviato nell’alto Cadore.

Era stato costretto a lasciare i lavori nella sua campagna, ed a salutare la ragazza che aveva conosciuto durante le feste di paese e con la quale aveva stretto un rapporto che andava oltre la semplice amicizia. L’aveva lasciata con il pianto nel cuore dandole appuntamento, se il destino fosse stato benevolo, alla fine della guerra.

Era la prima volta che Luigi usciva dal suo paese.

Appena giunto nella zona delle operazioni il giovane venne subito a contatto con la cruda realtà della guerra. Il suo compito era quello di scavare trincee di giorno e di aprire i reticolati la notte per permettere ai compagni di andare all’assalto.

Per ben due anni fu costretto a sopportare il tormento della trincea, con il freddo, la pioggia e gli odori nauseanti che da essa emanavano. Odori di sterco e di urina, di sudore e di marcio provocato dai cadaveri in putrefazione rimasti a lungo sul terreno. Il sangue versato dai commilitoni che vedeva morire a centinaia durante azioni eroiche ma insignificanti ai fini di una strategia bellica, invadeva quelle fosse simili a tane di topi.

Con la sua compagnia Luigi tentò per ben tre volte la scalata della parete est del monte Piano, un’altura atipica nel palcoscenico delle Dolomiti, perché a differenza delle altre acute vette il suo culmine è costituito da un grande pianoro. I soldati austriaci avevano occupato quell’altura strategicamente importante perché dominava l’intero panorama dolomitico e vi avevano scavato trincee e piazzato pezzi di artiglieria. I comandanti italiani tentavano di strappare quell’altura al nemico con attacchi frontali che producevano soltanto carneficine.

Qualche reparto, rendendosi conto di essere solo carne da macello, elevava vibrate proteste ed in quel caso venivano estratti a sorte alcuni soldati ed immediatamente fucilati. Il battaglione al quale apparteneva Luigi, durante i tentativi di scalare la ripida parete del monte Piano, fu decimato a più riprese dagli austriaci che si trovavano in posizione privilegiata.

Quando finalmente a prezzo di enormi perdite la cima del monte Piano venne raggiunta, non fu mai possibile fugare definitivamente il nemico, ma si venne a creare un contrapporsi di forze che si annientavano a vicenda con continui, logoranti assalti. Non ci furono mai però furiosi corpo a corpo perché i militari degli opposti schieramenti avevano raggiunto un tacito accordo e quando arrivavano a contatto fraternizzavano.

Era invece la mitraglia che falciava i soldati appena mettevano piede fuori dalla trincea. Dopo un anno e mezzo di assalti e di ritirate, dopo notti insonni per il freddo e la fame, dopo la visione continua di corpi dilaniati, Luigi riuscì ad usufruire di qualche giorno di licenza.

Ritrovò la famiglia e gli affetti, fra i quali la ragazza che era entrata con insistenza nei suoi pensieri. Ritrovò la quiete del suo paese che continuava la sua vita agricola laboriosa nella campagna e sulla collina. Per pochi giorni poté evitare l’ascolto dei rumori della guerra: lo scoppio delle granate, le raffiche di fucileria, il rombo del cannone ed il lamento dei feriti.

Quella per Luigi fu però soltanto una breve parentesi, perché la guerra crudele lo stava ancora aspettando. Ripresa la vita in trincea i giorni si susseguirono fra assalti furiosi e commilitoni feriti e dilaniati che si contorcevano fra gli spasimi del dolore.

Era un giorno di settembre del 1917, un giorno uguale a tanti altri, pieno di angoscia e di paura per il continuo crepitare della mitraglia austriaca e Luigi assieme a due compagni viveva l’ansia di chi deve uscire dalla trincea per l’ennesimo assalto, fissato per le ore dodici. “Che ore sono?” – chiese un commilitone. “Manca un minuto. E’ l’ora di saltare fuori” – fu la risposta di Luigi.

E quella fu anche l’ultima frase pronunciata dal giovane fante guastatore, perché un destino atroce lo stava aspettando con l’amaro calice che aveva approntato per lui. Non appena messo piede fuori dalla trincea una granata lo colpì in pieno volto e lo fece ruzzolare lungo una china.

Il giovane seppur con la faccia divenuta una maschera di sangue, non perse mai conoscenza, pur percependo il dolore atroce del piombo che aveva lacerato le sue carni. Voleva gridare, ma gli era impedito da un frammento di metallo che gli ostruiva la gola. Appena giunti gli uomini della sanità con la barella, visto lo stato nel quale Luigi si trovava, proseguirono cercando altri feriti, pensando che per lui non ci fosse più niente da fare.

Mentre stavano tornando verso la trincea, dopo aver effettuato un ampio giro e dopo aver scorto soltanto cadaveri, si trovarono nuovamente davanti quel corpo immerso in una pozza di sangue. Quell’uomo si muoveva appena e decisero di caricarlo. Alcuni cecchini austriaci presero a sparare ed i barellieri ebbero per un attimo l’idea di abbandonare il ferito per poter correre veloci in cerca di un riparo. Stavano facendo la considerazione che era inutile rischiare le vita per salvare un moribondo. Fortunatamente la barella con il ferito riuscì ad arrivare al riparo della trincea. Dopo una prima, sommaria medicazione, Luigi fu trasportato in un ospedale da campo, ma considerata la gravità delle ferite ed il molto sangue perso, sembrava che per lui non ci fosse speranza di salvezza. Addirittura gli fu tolto il cuscino da sotto la testa per portarlo in un altro letto.

Luigi, alla sofferenza causata dal dolore delle ferite e dalla gola ostruita che gli impediva di parlare, dovette aggiungere la tortura di vedersi ormai considerato un uomo spacciato. Fu comunque fatto un tentativo per strapparlo alla morte e fu dato inizio ad una certosina opera chirurgica con la quale si procedette all’estrazione delle schegge del proiettile che erano sparse sulla fronte, in bocca e negli occhi, oltre che nelle braccia e su parte del petto.

Quella operazione fu priva di anestesia ed iniziò dopo aver fatto trangugiare a Luigi il contenuto di una mezza bottiglia di grappa. Dopo l’intervento il giovane fu fasciato con bende che lo fecero assomigliare ad una mummia. Quella fasciatura fu tenuta da Luigi per circa un mese ed il giovane viveva la trepida attesa del momento nel quale gli sarebbe stata tolta. Vedeva solo buio attorno a sé ed attendeva con ansia di poter tornare ad ammirare il mondo.

Il destino gli avrebbe purtroppo negato quella gioia. Non appena furono tolte le fasciature Luigi si rese conto che niente per lui era cambiato perché se le ferite erano in parte rimarginate, la vista era purtroppo perduta per sempre.

Seguirono ore e giorni di sconforto e di tormento.

Luigi fu riportato a casa e dopo aver vissuto per qualche tempo con i genitori, fu inviato a Firenze presso l’Istituto ciechi della Principessa Demidoff dove apprese il sistema di lettura Braille e dove gli fu insegnato a compiere piccoli lavori con le mani. In quell’istituto rimase per circa due anni. Durante la degenza, il giovane apprese la notizia della vittoria sugli austriaci da parte dell’esercito italiano.

Ne fu felice perché si sentiva anche lui partecipe di quell’evento. Luigi poté però piegare soltanto le labbra abbozzando un sorriso, perché dai suoi occhi non sarebbero mai potute scendere lacrime di gioia.

Tornato definitivamente a casa il giovane cominciò a riceveva le visite dei parenti e degli amici fra le quali quelle di Maria, la ragazza che aveva conosciuto prima della guerra e con la quale aveva instaurato un rapporto di affetto. I due continuarono a frequentarsi e fra di loro sbocciò definitivamente l’amore.

Manifestarono il desiderio di sposarsi, ma dovettero fare i conti con l’ostracismo dei genitori della donna che avrebbero voluto che la figlia chiudesse quel rapporto. La tenacia dei due giovani riuscì a vincere ogni ostacolo e nonostante le perplessità di molti, si unirono in matrimonio promettendosi eterno amore. Maria, donna coraggiosa, ebbe dall’unione con Luigi sette figli, due maschi e cinque femmine, che educò e fece crescere, seppure contornata da evidenti difficoltà.

Il marito sopportò per una vita intera la tortura di una mutilazione estrema, perché se è vero che ad ogni reduce rimangono per sempre impressi nella mente i ricordi degli episodi cruenti vissuti e dello stress accumulato nella continua convivenza con la paura, ancora più atroce è il calvario di colui che ritorna cieco dal fronte, perché si vede costretto a maledire la guerra in ogni giorno ed in ogni attimo della propria esistenza.

Luigi accettò però con grande rassegnazione il suo triste destino. Uomo semplice e buono, persona dal carattere gioviale e tranquillo, seppe mantenere unita la sua famiglia per tutta la vita. Nel maggio del 1978, all’età di ottantatré anni, il grande invalido di guerra Luigi Gonnella, che per una vita intera aveva portato i segni di un conflitto crudele, lasciò questo mondo con le sue tragedie e con le sue brutture ed andò ad occupare lo spazio che spetta agli eroi. I suoi occhi poterono tornare finalmente a schiudersi, questa volta per ammirare la luce sfolgorante delle profondità del cielo.

Roberto Andreuccetti

@LoSchermo

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1 Commento

  • Admin
    22 luglio 2015, 11:01

    Ho letto il pezzo con grande partecipazione emotiva giacché a metà degli anni ’70 ho svolto le funzioni di attendente ad un “ragazzo del ’99” che, perduta la vista in Albania, si è poi sposato etc… .

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