L’anfiteatro: storia di uno spazio reinventato

L’anfiteatro: storia di uno spazio reinventato

LUCCA – L’interessante volume del professore giapponese Taisuke Kuroda, Lucca 1938. Trasformazione e riuso dei ruderi degli anfiteatri romani in Italia (Maria Pacini Fazzi Editore, 2008), rappresenta un primo e fondamentale approccio per studiare e capire lo sviluppo storico delle città italiane, a beneficio sia degli addetti ai lavori sia di coloro che si vogliano avvicinare alla materia per la prima volta. L’analisi, ben condotta, non tecnicistica e di alto profilo internazionale, dà inizio alla collana Archetipo Architettura e ambiente, ideata dalla casa editrice in collaborazione con Campus Studi del Mediterraneo.

Chiunque abbia osservata una mappa di Lucca, come di qualsiasi altro centro italiano d’origine prima romana poi medievale, sarà rimasto esterrefatto dall’apparente irrazionalità rappresentata dagli intrichi di strade, viuzze, calli e chiassi che innervano l’agglomerato urbano, tanto da farlo risultare assai prossimo a un labirinto d’ardua leggibilità. La sedimentazione storica, caratteristica principale dello sviluppo urbanistico italiano, è croce e delizia dei nostri assetti cittadini: da un lato, cappio inevitabile per ammodernamenti e lavori pubblici d’ogni sorta, dall’altro, ricchezza inestimabile in senso storico, artistico e, perché no, turistico.

Lo studio presentato dall’architetto giapponese Taisuke Kuroda, professore associato di Architectural Plannig (alla lettera Pianificazione Architettonica)presso la Kanto Gakuin University di Yokohama, pubblicato da Maria Pacini Fazzi, rappresenta un importante contributo nella lettura dell’evoluzione urbanistica italiana, facendo di Lucca una sorta di caso paradigmatico per ciò che concerne il riutilizzo (in varie forme) dei ruderi romani a livello urbanistico, in un arco di tempo che va dal tardo medioevo sino a quasi i giorni nostri.

Introdotto da un puntuale intervento di Olimpia Niglio (docente di Restauro Architettonico presso l’Università di Pisa), il lavoro di Kuroda si segnala per alcune ottime qualità che cercheremo di illustrare in questa sede.

Innanzitutto, la possibilità di porre l’accento su un tema che prescinde dalla questione puramente architettonica, quale il rapporto, in chiave storica,tra passato e presente: ciò che per noi rappresenta l’atteggiamento “naturale” rispetto all’antichità, ossia una problematica tendenza alla conservazione e allo studio, non è affatto una costante nel tempo e, tutt’altro, costituisce un’evoluzione recente della sensibilità urbanistica e artistica in generale. La cosa è di non poco conto, se si considera come gli interventi sui materiali preesistenti (fabbriche, edifici, costruzioni) apportati a partire dal Medioevo sino al secondo Ottocento fossero volti, in genere, a “esaudire le necessità moderne piuttosto che a conservare i valori propri del (…) passato” (Olimpia Niglio, p. 7). La logica del riuso di strutture antiche è contraddistinta, sino almeno al XVIII secolo, dall’esigenza di riproducibilità e riadattamento, in un’evidente interpretazione di continuità rispetto al passato, visto non come qualcosa di cristallizzato e monumentale in sé.

Il caso del riutilizzo degli anfiteatri romani è, in questo senso, notevole, per numerose ragioni che Kuroda esemplifica con grande chiarezza: in primo luogo, l’anfiteatro come struttura costituisce un esempio originale di architettura romana. Teatri e templi, infatti, tradiscono ascendenze ora elleniche ora etrusche, mentre l’anfiteatro (amphi, arena, attorno cui risiede una cavea, ossia teatron) “e le manifestazioni che in esso venivano allestite appartengono esclusivamente alla cultura romana” (Taisuke Kuroda, p. 19). Queste grandi costruzioni hanno come scopo primario quello di diffondere divertimenti e ludi romani in ogni provincia imperiale e, al contempo, sono espressione di potenza e magnificenza politica. Il loro sviluppo (Kuroda dedica a questo tema il primo capitolo, L’architettura del teatro romano) avviene in concomitanza della Pax Romana, tra il I e il III secolo d.C., in un periodo di relativa tranquillità in senso bellico e politico. Le mura urbane tendono a perdere la funzione difensiva, al punto che, spesso, i nuovi anfiteatri vengono costruiti al di fuori dei centri, per facilitare l’affluenza dalle campagne. La forma di queste strutture è fissa, al di là delle differenze dovute alle dimensioni della città: pianta ellissoidale, al centro l’arena (da rena, sabbia, area destinata agli incontri di gladiatori) circondata dalla cavea, ossia lo spazio delle gradinate riservate al pubblico. La struttura esterna, a diversi ordini di arcate sovrapposte, è composta da ingente materiale pietroso, di natura differente a seconda della zona di costruzione. L’edificio, costituito da blocchi di pietra e laterizi, assume una forma particolare negli spazi interni, detti cunei, che vedremo ricoprire un ruolo centrale nel riuso (in senso abitativo) degli anfiteatri.

La crisi imperiale, di natura economica e culturale, investirà puntualmente anche questi grandi spazi: le scorrerie barbariche distoglieranno l’attenzione da ludi e giochi e la nuova sensibilità cristiana rappresenterà un forte e decisivo avversario nei confronti dei divertimenti di marca latina, considerati inumani e “macchiati” dalle violenze perpetrate ai danni dei primi fedeli di Cristo. Abbandonati e in rovina, gli anfiteatri saranno dapprima sfruttati come cave di materiale edile (spesso indicati col termine grotte), per poi essere oggetto di svariate tipologie di riutilizzo che Kuroda categorizza in quattro gruppi di carattere tematico: Militare, Abitativo, Religioso e Pubblico.

Su 108 ruderi di anfiteatri tuttora rinvenibili in area romanza (non solo italiana, dato che viene variamente citato il caso francese di Arles), Kuroda ne isola 40, tutti afferenti a città del nostro paese, evidenziandone le tipologie di riuso: da sottolineare come il riutilizzo in un senso non escluda le altre possibilità, con interessanti evoluzioni storiche variabili a seconda del contesto (si vedano le tabelle esemplificative alle pp. 26-28).

A ognuno di questi diversi esempi di riuso sono dedicati i capitoli 2, 3, 4 e 5, che spiegano in modo assai scorrevole, e al contempo ricco di esempi corredati da ottimo materiale iconografico (fotografie, piantine storiche, planimetrie e sezioni di varia matrice), ogni gruppo di casi. Dal riuso fortificativo, in cui l’anfiteatro, convertito in fortezza, viene inglobato all’interno delle mura difensive urbane (è il caso dell’Anfiteatro Castrense, nei pressi di Roma, e della bellissima Arena di Verona) a quello religioso (interessante il discorso sulla memoria loci, l’importanza simbolica assunta dalle arene agli occhi dei cristiani, proprio a causa dell’essere state teatri dei martiri e delle persecuzioni di natura religiosa), sino a quello pubblico (che giunge sino ai giorni nostri, con il caso della già citata Verona), il discorso di Kuroda si dipana con chiarezza, rafforzato da esempi diretti e da un materiale documentale frutto di un anno sabbatico trascorso nel nostro paese.

Il capitolo centrale della pubblicazione è senza dubbio il terzo: Il riuso come abitazioni, caso individuabile storicamente nel periodo successivo all’anno Mille, in una situazione di ritrovata (e relativa) stabilità politica. In questa parte del libro, che investe in modo peculiare il caso di Lucca quale paradigma (dopo aver citate Ancona e Firenze), Kuroda illustra prima il riutilizzo dei materiali dei ruderi destinato ad altre costruzioni poi lo sviluppo abitativo in compresenza di svariate tipologie d’impiego. Le strutture interne fondamentali degli anfiteatri, i già citati cunei, hanno rappresentato infatti il nucleo base per l’utilizzo dei ruderi come abitazione, uno sfruttamento che registra alcune differenze con ripercussioni anche sulla proiezione planimetrica circostante. In questo senso, l’autore sfrutta lo studio della tipologia edilizia quale metodo di analisi dinamica in grado di evidenziare l’evoluzione storica dei mutamenti che investono un’area architettonica o urbana.

Kuroda illustra schematicamente le possibilità di riuso abitativo:

tipo base, in cui a un cuneo corrisponde un’abitazione di limitata ampiezza;

casa a schiera, evolutasi con ampliamento verticale o in profondità e che costituisce il tipico modulo di sviluppo abitativo medievale, spesso inserito all’interno della planimetria del precedente anfiteatro (citati i casi di Venafro, in Piemonte, e Assisi in Umbria);

casa in linea, sviluppata lungo assi viari formatisi all’interno dell’arena (si veda l’esempio di Firenze, nell’attuale zona di Piazza Santa Croce);

palazzo, in cui porzioni di ruderi vengono riutilizzate da famiglie nobiliari per essere riadattate e sfruttate come strutture per grandi abitazioni signorili (è il caso di Ancona e di Padova: nella città veneta un esempio è rappresentato dalla famiglia Scrovegni, che a inizio Trecento commissionerà a Giotto di Bondone il celeberrimo ciclo di affreschi per la propria cappella).

Di peculiare interesse il discorso relativo alla proiezione planimetrica rappresentata dallo sviluppo abitativo dei ruderi d’anfiteatri: tali strutture ellissoidali, in assenza di specifiche barriere di altra forma geometrica, hanno impresso alle zone circostanti un caratteristico andamento circolare, in evidente contrasto, per esempio, con la squadrata urbanistica romana. Kuroda evidenzia il fenomeno col caso di Lucca, dove, in direzione nord-est rispetto al vecchio anfiteatro, si osserva una proiezione planimetrica concentrica, successivamente arrestata dall’erezione della cerchia muraria rinascimentale. Sui lati meridionale e orientale, tale proiezione non ha avuto luogo a causa della presenza delle mura romane a sud (in corrispondenza dell’attuale via Mordini, già Via Nuova), e del corso centrale a est, principale arteria commerciale cittadina rappresentata da Via Fillungo. Su questo versante l’anfiteatro evidenzia il riuso per l’edificazione di palazzi signorili. Lo sviluppo del quartiere intorno ai ruderi è analizzato in prospettiva storica, sino al fondamentale editto emanato da Carlo Ludovico di Borbone nel 1830 in cui si ordina il trasferimento del mercato alimentare all’interno di quella che era l’arena dell’anfiteatro (tale impiego della piazza si è protratto sino al 1972, meno di quarant’anni or sono). Quest’area era stata adibita in precedenza a sorta di aia per le abitazioni circostanti, case che registrano la compresenza di tutte le tipologie (base, a schiera, in linea, palazzi) precedentemente illustrate: sarà l’architetto di corte Lorenzo Nottolini a curare il progetto di ripristino, non in senso monumentale, bensì pratico, legato a un uso quotidiano.

La ristrutturazione viene completata nel 1838, data che dà il titolo al volume in oggetto. Kuroda passa dunque alla descrizione delle abitazioni ricavate intorno all’attuale piazza, con numerose fotografie d’epoca e citando i casi particolari, come la varietà di soluzioni compresenti e l’illustrazione attraverso sezioni geometriche d’esempio.

Lo studio, ben svolto e di scorrevole lettura, è stampato su carta riciclata Freelife Vellum, testimonianza dell’attenzione che Maria Pacini Fazzi Editore riserva alla tutela ambientale. Il libro presenta peraltro un particolare e divertente corredo, Lucca, l’Anfiteatro di carta. Si tratta di un kit per la ricostruzione tridimensionale della piazza in miniatura che permette di chiarire ulteriormente le tesi avanzate nel testo. Questo particolare gadget si inserisce in un più ampio progetto di sensibilizzazione dei giovani lettori: in tal senso, il primo esperimento dell’editore è costituito da Il teatrino di Puccini, riproduzione delle scenografie de La Bohème.

Il contributo di Taisuke Kuroda costituisce quindi un ottimo punto di partenza per l’analisi degli sviluppi architettonici e urbanistici del nostro paese, a conferma che il patrimonio artistico italiano è sempre oggetto di attenzioni da parte di esperti e studiosi di calibro internazionale.

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