“Non ha senso dubitare delle azioni umanitarie rivolte alla salvezza degli ebrei”. Roberto Malini spiega perché Giovanni Palatucci, morto a Dachau il 10 febbraio 1945, è stato un “Giusto”

MILANO, 10 febbraio – Il 10 febbraio 1945, nel campo di concentramento di Dachau, moriva all’età di 36 anni Giovanni Palatucci. Influirono gli stenti e le privazioni ma fu, probabilmente, un’epidemia di peste petecchiale a portarsi via il giovane funzionario della Polizia italiana che fu, poi, insignito del titolo di Giusto tra le Nazioni per aver salvato “vari ebrei”. Una meritoria opera che è stata riscoperta negli ultimi anni e messa in discussione da alcuni storici in particolare dal gruppo di studi del Primo Levi Center di New York che, durante una tavola rotonda del giugno scorso, hanno formulato una serie di accuse contro il poliziotto a cui, nel nostro piccolo, abbiamo risposto raccogliendo vari e autorevoli consensi.

In questi mesi il dibattito si è affievolito. Si è formato un gruppo di studio per (ri)studiare i documenti e cercare di trovarne altri. Gli storici e gli esperti che, però, hanno deciso-sin dall’inzio- di difendere il povero Palatucci sono stati pochi. Tra questi spicca, per lucidità di analisi e diversità di prospettiva, la riflessione di Roberto Malini, poeta e scrittore (suo il primo libro uscito nel 2014, “Il giardino dei poeti quantici”), vincitore, lo scorso anno, del Premio Internazionale per i Diritti Umani “Phralipé”.

Da sempre impegnato per i Diritti Umani e per lotta alla discriminazione razziale, è fondatore e leader del Gruppo EveryOne. Storico della Shoah, nel 2005  ha pubblicato “Le 100 Anne Frank” libro patrocinato dal museo Yad Vashem di Gerusalemme. Al genocidio ebraico ha dedicato cortometraggi e testi teatrali.

Nel 2011 ha donato al Museo Nazionale della Shoah di Roma una collezione di circa  200 opere che rappresenta l’arte delle comunità ebraiche perseguitate durante l’Olocausto. Afferma: “Sono convinto che si debba perseguire in ogni caso la verità, anche quando essa presenti un volto doloroso, perché sarà solo la verità a garantire la preservazione della memoria dell’Olocausto, affinché le generazioni future non dimentichino. Nessuna forma di paura deve mai prevalere sull’oggettività della ricerca storica”.

Malini, inizialmente, come ha preso le affermazioni e le tesi del Primo Levi Center?
“Il tono non mi è piaciuto, perché manca completamente di rispetto non solo verso Giovanni Palatucci, ma anche nei confronti dei testimoni che negli anni hanno deposto a suo favore. Devo ammettere, però, che, nonostante non condividessi la forma della missiva, all’inizio ho pensato che l’iniziativa del Centro Primo Levi fosse comunque un contributo alla ricerca della verità”.

Ha quindi avuto dubbi sulla figura di Palatucci, quali?
“A un primo esame, è difficile identificare le tracce dei cinquemila ebrei salvati da Palatucci. Cinquemila, però, è proprio il numero che riferì Rafael Cantoni, delegato italiano alla prima Conferenza Ebraica Mondiale, tenutasi a Londra nel 1945. Sulla base di un numero così consistente, sorgeva naturale un altra domanda: come mai solo poche voci avevano testimoniato a suo favore? Perché la documentazione è scarsa e la si si ritrova principalmente fra le carte dello zio vescovo? E come poté Giuseppe Maria salvare tanti ebrei inviati presso il campo di concentramento di Campagna? Secondo il Centro Primo Levi, gli ebrei di Campagna furono salvati dalla fine della guerra e non dal vescovo, con la sua rete umanitaria. In ragione di tali dubbi, quando corrispondevo con gli studiosi del museo Yad Vashem – con cui ho più volte collaborato – o con i testimoni della Shoah che mi onorano della loro amicizia, specificavo, a proposito del caso Palatucci, che è importante preservare il ricordo dei Giusti tra le Nazioni, perché rappresentano il lato migliore dell’umanità, ma contemporaneamente dobbiamo credere nel valore della ricerca storica, perché il nostro obiettivo di studiosi ed educatori non può essere che la verità”.

Cosa le ha fatto cambiare idea?
“Ho cercato di rispondere con obiettività, in base ai documenti disponibili, a ciascuno dei miei dubbi. Innanzitutto, le testimonianze. Sono numerosissime, le deposizioni e le voci a favore di Palatucci e alcune di esse – come quella del testimone Rodolfo Grani, ebreo fiumano –  risalgono al 1952 e furono pubblicate dai quotidiani di Tel Aviv HaBoker e Uj’Kelet. Il Centro Primo Levi mette in discussione l’esistenza di tali pubblicazioni, che invece sono conservate presso il museo Yad Vashem”.

Che cosa pensa dell’accusa più grave che il Centro Primo Levi rivolge a Palatucci ovvero di aver denunciato una famiglia ebrea di Fiume?
“Il Centro sostiene che Giovanni Palatucci avesse denunciato una famiglia ebrea nascosta sotto falso nome, in risposta a un telegramma datato 23 maggio 1944, pervenuto alla questura di Fiume da parte di quella di Ravenna. Secondo i ricercatori del Primo Levi, se Palatucci fosse stato davvero un Giusto tra le Nazioni, avrebbe dovuto rispondere che i membri della famiglia non erano residenti a Fiume e che né il suo ufficio né l’anagrafe locale ne avevano conoscenza. Invece la questura ravennate ricevé in risposta al telegramma un biglietto: “Trattasi di ebrei apolidi fiumani qui irreperibili che identificansi per…” (a seguire, i dati anagrafici dei componenti della famiglia). Il biglietto era firmato “Pel reggente Palatucci”. Ammesso che il biglietto manoscritto (non un telegramma ufficiale, ma un comune pezzo di carta) sia autentico, va rilevato che coloro che operavano per salvare gli ebrei dall’interno delle istituzioni nazifasciste, potevano agire solo in determinate condizioni, senza destare sospetti nei superiori. Di fronte a una richiesta ufficiale di informazioni, negare la presenza di ebrei registrati all’anagrafe e negli schedari della forza pubblica sarebbe equivalso a fornire al regime una prova certa della propria attività clandestina”.

Per far capire meglio questo concetto, fondamentale, forse è bene chiamare in causa Oskar Schindler
“Infatti, il giornalista canadese Herbert Steinhouse, che conobbe e intervistò Oskar Schindler, riferisce come l’imprenditore-eroe si sforzasse in ogni modo di essere ben accetto ai nazisti, partecipando addirittura ai loro festini e alle loro bevute”.

Quindi bisognava dimostrarsi zelanti per poter avere un margine in cui agire…
“Certo. Questa tesi mi è stata confermata dal mio amico Wolf Murmelstein  che mi ha scritto: “In quell’epoca solo persone ritenute affidabili dal regime nazi-fascista potevano aiutare, evitando qualsiasi pubblicità e senza lasciare documentazione. Schindler ha potuto aiutare gli ebrei perché iscritto al partito nazista. Nel 1940 era grande l’impegno dei dirigenti ebrei italiani per ottenere che i profughi non venissero espulsi, consegnati alla Gestapo, ma mandati in internamento da qualche parte in Italia. I funzionari di polizia che hanno disobbedito all’ordine di espellere i profughi erranti, mandandoli invece in qualche comune dell’Italia del Sud hanno meriti che certamente non potevano documentare con cura notarile”. Ma l’atmosfera che si è creata intorno al caso Palatucci è ben definita dalla battuta di un cabarettista israeliano di tanti anni fa, che Thomas Gazit mi ha raccontato:  ‘Lo sai che durante l’assedio dei romani usavano mezzi di comunicazione senza fili? Incredibile! E come sono arrivati a questa affermazione? Gli archeologi, scavando sotto il tempio di Gerusalemme non hanno trovato fili!’”.

Ecco, ora però nella nostra storia arriva una località italiana: Altavilla Silentina. Cosa c’entra?
“Digitando “Salerno” (o “Altavilla”) nel database del museo Yad Vashem che raccoglie i martiri della Shoah, appaiono 32 nomi di ebrei. Altri nomi sono presenti in una serie di documenti conservati presso gli archivi dello stesso museo. La località di residenza abituale riportata da schede e documenti è Altavilla Silentina. Il giornalista e storico della Shoah Nico Pirozzi  ha dimostrato in “Fantasmi del Cilento – Da Altavilla Silentina a Lenti un’inedita storia della Shoah ungherese” (Editrice Cento Autori) che quegli ebrei erano parte della comunità ebraica di Lenti, in Ungheria. La comunità contava 52 individui in tutto e i restanti figurano anch’essi, purtroppo, fra le vittime della Shoah. Per trovare i loro nomi basta digitare “Lenti” nel database. Pirozzi documenta nel suo libro come fossero stati proprio Giovanni Palatucci e lo zio a organizzare il piano di salvataggio degli ebrei di Lenti. Attraverso Albertino Remolino, un soldato di leva di Campagna, Giuseppe Maria fece pervenire al nipote molti certificati di nascita e di residenza trafugati dal municipio di Altavilla Silentina (Salerno). I documenti, attraverso un altro corriere, furono consegnati alla comunità ebraica di Lenti, che nella primavera del 1944 tentò di utilizzarli per raggiungere Fiume”.

Però…
“Il progetto fallì e i nazisti arrestarono gli ebrei della cittadina ungherese, che per la maggior parte furono assassinati nelle camere a gas di Auschwitz-Birkenau”.

Furono anche interrogati?
“Sì e probabilmente- considerati i metodi brutali di interrogatorio attuati dai nazisti – è plausibile che il nome del questore reggente di Fiume sia emerso in seguito agli arresti di Lenti  e che tale azione gli sia costata un’accusa di tradimento e di conseguenza l’arresto”.

L’operazione per tentare di salvare gli ebrei di Lenti, comunque, è significativa…
“Sì perché è la prova tangibile di come operasse Giovanni Palatucci per evitare la deportazione degli ebrei verso i campi di morte, non solo trasferendoli nei campi del sud Italia, dove la speranza di sopravvivere era più alta e migliori le condizioni di vita, ma anche producendo documenti falsi, correndo grandi rischi, per ingannare il regime”.

L’archivio di Yad Vashem è in possesso di qualche documento in merito?
“L’archivio di Yad Vashem conserva le schede di ebrei ungheresi che risiedevano in città diverse da Lenti, muniti dei certificati contraffatti dai Palatucci e purtroppo deportati e assassinati nei campi di morte. Per esempio, Izso Eppinger, che viveva a Nagykanizsa, Arpad Deutsch, che abitava a Zalaegerszeg, Jolan Rosenberger, che aveva residenza a Papa. Considerato che l’operazione “Altavilla Silentina” si svolse in diverse località ungheresi, vi è da chiedersi se in alcuni casi essa abbia ottenuto il risultato che i Palatucci speravano ovvero la salvezza di alcuni ebrei che ricevettero la documentazione falsificata. Non si può escludere che in alcuni casi i documenti contraffatti abbiano salvato ebrei”.

Non a caso il giornalista di Altavilla Silentina Oreste Mottola nell’articolo “Gli ebrei al confino di Altavilla Silentina”, in base  a documenti conservati nell’Archivio Storico della Biblioteca Civica, ha scritto che alcuni ebrei ungheresi raggiunsero realmente la località di Altavilla Silentina…
“Sì, lo fecero passando per il campo di internamento di Campagna, dove operava monsignor Palatucci. Se è vero che numerose richieste di espatrio in Sud America e verso altre destinazioni non andarono a buon fine, molte altre, invece, consentirono agli ebrei di Campagna e Altavilla di sottrarsi per sempre alle persecuzioni razziali. Lo stesso Centro Primo Levi riconosce che le vicende di Altavilla Silentina sono particolarmente complesse e richiedono ulteriori analisi documentali”.

Di fronte ai suoi articoli e alle sue tesi a difesa di Palatucci, come si è posta Natalia Indrimi?
“Dopo aver letto uno dei miei interventi, Natalia Indrimi mi ha scritto, spiegandomi le posizioni del Centro Primo Levi di New York e cercando di rispondere ai miei dubbi sulla congruità di alcune conclusioni che sembrano emergere dallo studio. Il Centro sta valutando attentamente le mie considerazioni e quelle degli altri studiosi che rimarcano la consistenza delle prove a sostegno delle azioni umanitarie dei Palatucci. Siamo in disaccordo sull’attendibilità dei testimoni. Riguardo al caso di Lenti/Altavilla Silentina, Natalia Indrimi mi ha scritto: “Bisogna anche chiedersi perché i Palatucci si sarebbero prodigati per salvare 50 ebrei in Ungheria quando non fecero nulla per quelli in loco”. Le ho ricordato che Giovanni Palatucci, con il suo lungo incarico presso l’ufficio stranieri della Questura fiumana, si era specializzato nel salvare gli ebrei non residenti. Inoltre, i Palatucci cercarono di aiutare persone di fede ebraica in situazioni assolutamente tragiche, non solo sul suolo italiano”.

Cioè?
“Oltre agli ebrei di Lenti, le carte di monsignor Palatucci riferiscono di casi riguardanti ebrei fuori dall’Italia, in cui Giuseppe Maria tentò di rendersi utile. Ne è un esempio quello di Hilde Levi e Lotte Frank, deportate a Lodz dalla Germania”.

Il Centro Primo Levi ritiene che Giovanni Palatucci non sia stato arrestato e deportato a Dachau, dove morì, per la sua attività a difesa degli ebrei ma bensì, ricordando il contenuto di un telegramma di Herbert Kappler, per “intelligenza con il nemico” cosa, per altro, già nota...
“I ricercatori non hanno tenuto conto del fatto che, in seguito al 3 settembre 1943, data dell’armistizio di Cassibile e inizio dell’occupazione tedesca, gli ebrei furono definiti nel Manifesto di Verona quali “stranieri e nemici”. Palatucci, anche sotto la Repubblica Sociale, operava a contatto con la Delasem. Nella primavera del 1944 aspettava gli ebrei della comunità di Lenti in Ungheria, muniti dei certificati di nascita e di residenza falsificati, in cui essi risultavano nati ad Altavilla Silentina. Per quella sua azione e per tante altre, il poliziotto di Fiume era sicuramente colpevole, agli occhi dei nazisti, di aver mantenuto contatti con il nemico. Di conseguenza, non ha senso dubitare che il suo martirio sia accaduto proprio per le sue azioni umanitarie rivolte alla salvezza degli ebrei”.

Al momento come si è conclusa la sua corrispondenza con la Indrimi?
“Dopo aver presa visione del contraddittorio, Natalia Indrimi mi ha scritto: “Credo che a questo punto la ricerca sia solo incominciata e che ci sia molto da studiare sulle tante questioni che riguardano le persecuzioni nel Carnaro e – indirettamente o direttamente – l’attività di Giovanni Palatucci”. Si può dunque affermare che lo studio effettuato dal Centro non abbia ancora raggiunto la sua fase conclusiva e dunque si debba considerare come avventata e  inopportuna la diffusione a macchia d’olio, da parte dei media internazionali, delle prime dichiarazioni a caldo rilasciate da Natalia Indrimi”.

Nazareno Giusti
@NazarenoGiusti1

Leggi anche:

“Palatucci collaboratore dei nazisti”: ecco perché le tesi del Primo Levi Center sono discutibili. Anzi, errate

Capuozzo, accontenta questo ragazzo

Caso Palatucci: tanti (e autorevoli) interventi a sostegno delle anti-tesi proposte da LoSchermo.it

6 commenti

Inserisci il tuo commento

La tua e-mail non verrà pubblicata. compila tutti i campi obbligatori*

Se pubblichi stai dando il consenso alle regole di base , ai termini del servizio e alla normativa sulla privacy
Annulla

6 Commenti

  • Admin
    10 febbraio 2014, 13:22

    In conclusione, se leggo bene quel che c’è scritto nell’articolo, mi pare che dal punto di vista storico dubitare abbia un senso, altro che.

    A meno che il Centro Primo Levi non sia diretto da David Irving.

    RISPONDI
  • Admin
    10 febbraio 2014, 13:39

    Proprio nel giorno della memoria,ancora si parla degli ebrei,ma allora è una fissa.

    RISPONDI
  • Admin
    10 febbraio 2014, 18:49

    Oh COTOLETTO…’un dubito che tu dubiti…!

    RISPONDI
  • Admin
    10 febbraio 2014, 20:31

    La discriminazione è lecita perchè trattasi di italiano. Se fosse stato americano, pensate che la cara Natalia si sarebbe posta il problema? Io penso di no, visto che gli USA sono anni che ci insegnano che i palestinesi sono cattivi e brutti e gli israeliani belli e buoni. E’ evidente che gli American Jews vogliono decidere su tutto, non solo sulla nostra economia o sulle fonti storiche ma pure su chi è attendibile e chi no…

    RISPONDI
  • Admin
    11 febbraio 2014, 04:20

    @ Cotoletto, nomen omen, non v’è dubbio che tu dubiti: anche il resto del mondo dubita della tua capacità di comprendere.
    L’articolo-l’intervista è chiaro e lucido. Non lascia spazio a interpretazioni. Se uno legge e vuol capire.
    Se uno è per natura fazioso e irragionevole, son affari suoi alla fine; dubita, che il mondo gira meglio.
    Così dormi meglio.

    RISPONDI
  • Admin
    11 febbraio 2014, 11:41

    Caro Arch. Melandri,

    confermo che il sig. Palatucci ha messo in salvo non meno di 250.000 rifugiati, tra il 1943 ed il 1945.

    Nell’ottobre del 1944, da solo, circondò e costrinse alla resa una colonna di panzer tedeschi.

    Nel dopoguerra, nelle prime dieci partite del campionato di calcio 1945/46 mise a segno 12 reti, prima che un infortunio ne frenasse l’ascesa.

    E’ più contento, così, architetto?

    E mi raccomando, non dimentichi di rinnovare la tessera ANPI.

    RISPONDI

.

Newsletter


WP Facebook Auto Publish Powered By : XYZScripts.com