“Orchidee” di Pippo Delbono

ROMA, 11 gennaio – Andare a teatro a vedere uno spettacolo di Pippo Delbono dovrebbe essere obbligatorio. Come il servizio di leva di una volta. Arrivare dal paesino di provincia pieni di certezze e trovarsi catapultati dentro un altro mondo, che da fuori non capiamo bene. Essere a teatro a vedere Orchidee è come dover attraversare il corridoio della caserma con tutti i compagni al muro che danno scappellotti, spinte. Orchidee è così, non è un pacchetto-spettacolo, non è teatro-sipario-pronti-via, Orchidee sono le poesie che schioccano del silenzio della sala, frasi, urla, stralci, musica, foto, ricordi. Orchidee è essere invitati a una cena da Pippo Delbono, un ottimo padrone di casa che prepara le ricette della madre riviste e corrette e intrattiene gli ospiti.

Orchidee inizia con le solite raccomandazioni di spegnere i cellulari, e la raccomandazione si trasforma in un monologo che Pippo Delbono recita seduto in regia in fondo alla sala. Parla della madre, parla del mondo che non gli piace, che fa schifo, ma è l’unico posto dove possiamo stare. Parla delle foto, della realtà che ci sfugge e che ci affanniamo a fermare. Foto che lui scatta continuamente. Ma è difficile fermare Orchidee, perchè lo spettacolo sono tante foto, tante immagini, tante storie. Una stratificazione di poesia e poesie, una declinazione del bello in tanti volti, in tante citazioni, in corpi che danzano, in corpi di attori che sono persone fatti di corpi che raccontano, che ci conducono altrove.

La prima proiezione è un montaggio d’interviste a persone comuni, sui gay, sulla società, spezzoni della televisione italiana, politici, dichiarazioni, Berlusconi, come a vomitare via tutto quello che ci vomitano addosso quotidianamente. E una maschera entra in sala e ci ride, deride, come se avesse la consapevolezza che solo il teatro ci può scampare da tutto questo, l’opportunità che gli artisti ci danno di vivere anche un po’ nel loro mondo, il mondo che creano per scampare e sopravvivere nella realtà.

Orchidee provoca, inizia, e reinizia, cambia registro, come se ci scuotesse, per svegliarci la mattina, giorno inoltrato, aprendo la finestra e lasciando entrare una luce e scoprendoci dal nostro tepore. Mette in scena Mascagni, fa recitare due ragazzi in playback, nudi, ispirati, immersi nell’interpretazione, tanto per dileggiare il pubblico degli abbonati, “come se ci si potesse abbonare alla vita”, abbonati che vorrebbe si alzassero a ballare. E Pippo Delbono si alza dalla regia e va a danzare sul palco tra musica e immagini proiettate, danza sulle sue foto, su quello che ha visto e si porta dietro e dentro. Perchè questo è uno spettacolo a carte scoperte, forse sin troppo sincero da poter essere considerato facile, furbo. “La bellezza delle cose esiste nella mente di chi le osserva. David Hume”, una delle molte citazioni dello spettacolo. E forse è così, forse è difficile, ormai, distinguere l’onestà in quello che vediamo, perchè travolta da costruzioni che devono solo apparire sincere e vendibili. “In questo mondo dove non riconosco più la bellezza perche è nascosta ai miei occhi”, e forse è veramente difficile riconoscere un’orchidea di plastica da una vera, perchè identiche, perfette, dobbiamo solo aspettare che quella vera marcisca accanto all’altra, per apprezzarne la sincerità.

Delbono non  ama più il teatro, e magari non fa teatro, non fa finta di essere chi non è, la realtà che ci circonda è più drammatica, la realtà della vita e del teatro. Come recita: “solo Bobò riesce a sopravvivere a tutto questo”, Bobò seduto muto su una poltrona con un pupazzo cane ventriloquo in mano che ci abbaia. Forse è tutto lì il senso.

Guido Mencari

“Orchidee”

Fino al 18 gennaio al Teatro Argentina di Roma.

Uno spettacolo di Pippo Delbono, con Dolly Albertin, Gianluca Ballarè, Bobò, Pippo Delbono, Ilaria Distante, Simone Goggiano, Mario Intruglio, Nelson Lariccia, Julia Morawietz, Gianni Parenti, Pepe Robledo, Grazia Spinella. Musiche di Enzo Avitabile, luci di Robert John Resteghini, direzione tecnica di Fabio Sajiz, suono di Corrado Mazzone, luci e video diOrlando Bolognesi. Produzione: Compagnia Pippo Delbono – Emilia Romagna Teatro Fondazione, Nuova Scena- Arena del Sole- Teatro Stabile di Bologna, Teatro di Roma, Théâtre du Rond Point-Parigi, Maison de la Culture d’Amiens – Centre de Création et de Production.

In occasione delle rappresentazioni dello spettacolo, dal 7 al 22 gennaio il Nuovo Cinema Aquila, in sinergia con il Teatro di Roma, rende omaggio alla filmografia dell’artista con la rassegna ‘Il cinema di Pippo Delbono‘, un ciclo di proiezioni per ripercorrere le opere cinematografiche realizzate dal 2003 al 2011, come Guerra, Grido, La Paura, Amore Carne e Sangue.

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