Sarah Mckenzie chiude l’edizione 2013 di Lucca Jazz Donna. Serata di alto livello, tra performance non scontate e ospiti inattesi sul palco

LUCCA, 20 ottobre – Bastano la partecipazione di un folto pubblico e la sua piena soddisfazione a fine serata, per decretare il successo di un evento? No. Non a nostro avviso. Perché un appuntamento culturale abbia raggiunto pienamente il suo scopo non basta avere allietato cento persone per un paio d’ore: occorre averle emozionate, stupite, cambiate, arricchite o costrette a riflettere.

Se ieri sera, come noi, facevate parte dell’uditorio che, al teatro di San Girolamo, ha assistito al concerto conclusivo di Lucca Jazz Donna 2013, non potrete che convenirne: il trio Mckenzie-Tommaso-Angelucci ha raggiunto tutti questi obiettivi in una sola serata. E quindi: sì, è stato indubbiamente un gran successo.

Introdotta da tre interventi istituzionali di commiato e ringraziamento, la serata ha rischiato di imboccare subito la via soporifera del non-ritorno. Sensazione che, lo confessiamo, non si è certo attenuata quando sul palcoscenico è entrata l’artista protagonista della serata: Sarah Mckenzie. La versione slanciata di un’Alice nel paese delle meraviglie australiana, con tanto viso slavato circondato da boccoli di un biondo angelico e vestitino in pizzo verde smeraldo. Un candore che tutto lasciava presagire, tranne l’ardore infuocato con il quale ha trascinato i suoi due accompagnatori in una febbrile performance musicale di altissimo livello.

La sua voce calda, profonda, ora materna e ora sensuale, ha riempito la sala di vibrazioni rotonde eppure taglienti come lame, che hanno saputo stupire e conquistare anche gli estimatori di jazz più scettici e navigati.

Sul palco, inquadrata dai faretti di un teatro tutto concentrato su di lei, la giovane e talentosa pianista ha dominato la scena presentando molti brani di sua composizione, dalla profonda e nostalgica “One jealous moon” all’ironica e beffarda “That’s it, I quit!”, dando un senso al caos ritmico e all’anarchia musicale tipica degli sconclusionati pentagrammi jazz. Quindi un sincopato blues targato Gershwin e un insolito Sting, nella versione jazz di “Fragile”.

Ma a conquistare è stato soprattutto il trasporto fisico con il quale questa musicista poco più che ventenne si relaziona con il suo pianoforte a coda. Perché Sarah, la tastiera, non la suona. La accarezza. E poi la graffia, la spolvera, la percuote, la ascolta, la picchietta saltellando e ondeggiando sul seggiolino, ballando sinuosa al suono della sua musica e della sua voce, ora solenne e ora malinconica.

Di quando in quando, per prendere fiato e presentare i brani successivi, si rivolge al pubblico nel suo italiano ancora incerto. Sorride fragile, quasi timida. Poi torna a concentrarsi sulla musica e Alice nel paese delle meraviglie lascia di nuovo il posto alla jazzista navigata e padrona di sé.

Forse anche grazie alla sicurezza con cui si affida ai due compagni di viaggio: Giovanni Tommaso, contrabbasso, e Nicola Angelucci, batteria, entrambi affatto scontati nelle reciproche performance.

Angelucci è un accompagnamento quasi defilato, rispetto al trio, che scandisce il ritmo degli altri con la sofferenza del gregario costretto a sfogarsi nell’unico assolo che gli è concesso e nel quale si concede anima e cuore, percuotendo con forza, vigore e convulsa e frenetica coordinazione la batteria che, poco prima, aveva schiaffeggiato a mani nude trasformandola in un bongo al servizio del jazz.

Quasi mistico, invece, il rapporto esclusivo e simbiotico che lega il talento lucchese, Giovanni Tommaso, alla sua cassa armonica. Una relazione che esalta talmente la melodia e lo strumento che la produce, da dare l’impressione che sia Tommaso ad essere suonato dal contrambasso. Guardandolo, nel suo look informale da grande artista abituato a non prendersi troppo sul serio, semba quasi che il professore di musica conosciuto in tutto il mondo sia al servizio di una melodia che scaturisce a prescindere da lui e di cui lui è semplice strumento tra gli strumenti.

Una semplicità e una lievità scenica confermata anche dalla grande occasione offerta, di fronte al pubblico di Lucca Jazz Donna, al giovane sassofonista Lorenzo Simone. Un adolescente di Piacenza che, via facebook, aveva chiesto e ottenuto di incontrarlo e al quale Tommaso ha voluto dare una chance facendolo salire sul palco perché suonasse con il trio e strappasse all’uditorio applausi scroscianti e prolungati di fronte ai genitori emozionati del ragazzo.

Quindi, prima della conclusione, un nuovo colpo di scena. Il maestro invita a cantare il batterista lucchese Giangi Zucchini che, seduto in platea, non si fa pregare e raggiunge gli amici sul palcoscenico conquistando i presenti con la sua voce profonda alla Frank Sinatra.

Applausi, applausi e ancora applausi, carichi di emozione e di gratitudine, che hanno seguito a lungo l’uscita di scena degli artisti e che, con la loro eco, accompagneranno l’attesa della prossima edizione di Lucca Jazz Donna.

Silvia Senette
@silviasenette

(Foto di Laura Casotti per LoSchermo.it)

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