Caso Palatucci: tanti (e autorevoli) interventi a sostegno delle anti-tesi proposte da LoSchermo.it

ROMA, 15 luglio – Sono molti e autorevoli i commenti e i contributi che stanno venendo fuori in seguito alle pesanti accuse sulla presunta “zelante” collaborazione con i nazisti di Giovanni Palatucci, Giusto tra le Nazioni e Medaglia d’Oro al valor civile. Accuse infamanti di cui abbiamo dimostrato l’infondatezza pur sottolineando che la figura di Palatucci ha bisogno di approfondimenti seri ma senza offese e strumentalizzazioni politiche.

Ha detto, infatti, Gabriele Boccaccini: “Inviterei ad una maggiore prudenza prima di esprimere giudizi affrettati. Lasciamo lavorare gli storici. Michele Sarfatti del Centro di Documentazione Ebraica, che è una della massime autorità della ricerca storica sul campo, parla giustamente della necessita’ di verificare i dati. Se non ci sono prove sicure che Palutucci abbia svolto quel ruolo di primo piano attribuitogli nel dopoguerra è altrettanto vero che non ci sono neanche prove che sia stato un collaboratore nazista. Infatti, Sarfatti ha detto in una sua intervista: resto perplesso su una frase della giornalista del New York Times, secondo la quale Palatucci avrebbe “aiutato i tedeschi a identificare gli ebrei da rastrellare”. Frase che attribuisce ai “ricercatori”, senza specificare chi. Ma di questo non esiste prova alcuna. Che ci siano state delle “esagerazioni” interessate da parte di alcuni ambienti cattolici e’ probabile, ma prima di definire Palatucci un collaboratore nazista ci andrei molto cauto (anzi direi che allo stato attuale della ricerca è decisamente prematuro). Per rispetto alle vittime dell’Olocausto e alla memoria di una persona che è morta a Dachau, attendiamo i risultati della ricerca storica”.

Ha sottolineato Pietro Cociancich: “A parte che sono attestati e provati gli ebrei salvati da Palatucci… a parte questo, poiché lavorava come questore a Fiume, sotto il dominio tedesco, è ovvio che avesse rapporti coi tedeschi. Quei tedeschi che poi l’hanno internato e ucciso”.

Franco Perlasca, figlio di Giorgio, nelle prime ore in cui era stata lanciata la notizia delle accuse ha commentato: “continuano ad uscire questi articoli su giornali importanti, dal Corriere alla Stampa. Non ho la presunzione di essere uno storico ma cerco di usare buon senso. Sono passati 70 anni e solo ora questi documenti vengono ritrovati? ma quali sono questi documenti di cui si parla ma che nessuno mostra? Se poi si vuol dire che Palatucci non può essere un Giusto perché “fascista” si scende solo nella politica e si torna indietro di 30 anni. Se qualcuno ha questi documenti li mostri e faccia chiarezza; ho invece l’idea, mia personale, che si voglia sollevare solo un polverone. Palatucci lo ricordo è morto in un campo tedesco prima della Liberazione. Il problema è che non ha salvato 5000 persone ma molto meno? Cosa cambia, è sempre stato un Giusto”.

Ragionamento poi pubblicato su Facebook. Tanti i commenti tra cui quello di John F. X. Palatucci, sacerdote a New York “dispiaciuto” per le accuse che arrivano proprio dalla sua città.

In merito al dubbio sul titolo di “Giusto” Matteo L. Napolitano ha visionato il fascicolo dello Yad Vashem che gli valse la proclamazione, nel 1990 ha scritto su Avvenire:
“Ma è necessario un quorum di salvati per conferire la patente di Giusto; oppure si può essere Giusti anche per una sola vita ebraica salvata? O chi stabilisce un quorum? “Chi salva una vita salva il mondo intero”, dice il Talmud. Dunque, l’essere Giusto non deriva dalla statistica o dalla matematica: basta salvare un solo ebreo. Il dossier su Palatucci conservato a Yad Vashem, che abbiamo potuto consultare, narra che il questore aggiunto di Fiume salvò ben più di un ebreo. Siamo in possesso della testimonianza autografa di Elena Ashkenasy Dafner, proprio la signora menzionata da Paldiel. Il documento, datato 10 luglio 1988, fu redatto a Tel Aviv e si trova nell’istruttoria su Palatucci nell’Archivio di Yad Vashem. Palatucci aiutava i partigiani e al contempo salvava gli ebrei. Queste le basi per cui Mordechai Paldiel lo ha dichiarato Giusto. Ora nuove presunte verità storiche su Palatucci vengono a galla e compete agli studiosi occuparsene: purché l’annunciato nuovo dossier su Palatucci sia prontamente e liberamente consultabile”.

In una lettera del primo giugno Ennio Di Francesco funzionario di Polizia e scrittore tra i primi a riscoprire la figura del collega morto a Dachau spiegava che Palatucci “cercò di mitigare, aggirare, disapplicare quelle tremende disposizioni, aiutando come poté, con estremo rischio personale i perseguitati dai nazisti, ebrei e non solo. Le testimonianze sono diverse, non poche riscontrabili nel libro di Goffredo Raimo: “ A Dachau per amore”. Le persone da lui salvate sono ormai quasi tutte scomparse;  qualcuna è ancora viva e raggiungibile. L’agire di Palatucci, il suo modo di essere, è attestato da uomini di cultura, tra cui storici,  ebrei e italiani, alcuni da lui direttamente aiutati come Antonio Luksich Jamini”.

Secondo Di Francesco la   migliore descrizione è quella di Paolo Santarcangeli, avvocato e poeta ebreo, che fermato in Questura nel giugno 1940 fu da lui aiutato a salvarsi: “Chi era Giovanni Palatucci? Solo un piccolo commissario di polizia. Non aveva la vocazione dell’eroe: ma era un uomo pietoso. Furono i tempi a farne un eroe. Era piuttosto minuto, curato nella persona, d’un colorito pallido, esile, salute cagionevole. Amava la vita, gli scherzi, le nostre ragazze: in quel tempo era innamorato di una giovane, vedi combinazione ebrea. Era “patriota”, ma le intemperanze dei fascisti gli davano fastidio e considerava come un’onta personale il razzismo in crescente espansione. Eravamo piuttosto amici. Nonostante ciò ci davamo del lei. La sua sorte è preso narrata. Aiutò in tutti i modi ebrei, slavi, antifascisti arrestati: voleva fare sentire che l’Italia era ancora un paese civile. Tentava di riscattare le istituzioni che serviva e della quali allora dovette sentire vergogna. Consolò gli afflitti, soccorse i derelitti. Favorì qualche evasione. Scoperto e torturato dai tedeschi fu mandato in capo di sterminio, in Germania. Non ne  tornò.”

Di Francesco riscoprì la sua figura insieme a Marco Coslovich e Vittorio Foa, sua figlia, Anna, sulle colonne de L’Osservatore Romano ha portato avanti la tesi che “in realtà la questione sia un’altra, quella della Chiesa di Pio XII, e che in Palatucci si voglia colpire essenzialmente un cattolico impegnato in un’opera di salvataggio degli ebrei, un supporto all’idea che la Chiesa si sia prodigata a favore degli ebrei, un personaggio sottoposto a una causa di beatificazione”.

Secondo Foa “è vero che sul caso Palatucci le ricerche storiche di prima mano sono state poche, che numeri e fatti sono stati sottoposti ad interpretazioni agiografiche. Ed è anche probabile che in seguito alle ricerche in corso i numeri andranno ridimensionati, che alcuni eventi andranno riletti. Ma ora come ora, in presenza di condanne infondate tanto definitive, ciò che è fondamentale è rispondere attraverso la documentazione a queste semplici domande: Palatucci ha o no salvato degli ebrei? Palatucci ha o no denunciato degli ebrei? Solo a queste domande ci aspettiamo che i documenti diano una risposta. Tutto il resto è commento”.

Alle prime accuse uscite con l’articolo del Corriere.it di Alessandra Farkas Angelo Picariello, giornalista di Avvenire e massimo biografo del poliziotto irpino su cui ha pubblicato il volume“Capuozzo, accontenta questo ragazzo”, in un suo articolo rispondeva così: “Una lettera appena rinvenuta da Giovanni Preziosi e resa pubblica- sempre da Preziosi- sulle pagine culturali de L’Oseervatore Romano, l’allora funzionario della questura di Milano, Carmelo Scarpa, parla del ruolo svolto da un sacerdote, padre Enrico Zucca, nel condurre alla frontiera senza nessun esborso, i due provenienti da Fiume raccomandati – manco a dirlo – da Palatucci. Cinquemila ebrei salvati, però si dice, sarebbero troppi per una regione che ne ospitava meno della metà. Ma la vera bufala è proprio questa. Si dimentica, o di finge di farlo, che attraverso Fiume a migliaia, forse decine di migliaia, fuggivano gli ebrei balcanici, croati, serbi, slovacchi, ungheresi, greci, in diverse ondate dall’autunno del 1941, per sfuggire all’avanzata tedesca e alle cruente persecuzioni del regime degli ustascia”.

Picariello aveva raccolto anche una testimonianza eccezionale: quella di Rocco Buttiglione che ricorda: “Mio padre, giovane vicecommissario a Zagabria (poi sarebbe diventato questore e vicecapo della Polizia), mi raccontò quel che fra tanti ufficiali dell’esercito e funzionari di polizia era una parola d’ordine. E cioè che bastava far arrivare a Fiume questi perseguitati e lì se ne occupava Palatucci”.

Intervistato da La Stampa, il 21 giugno, aggiungeva: “non vorrei esagerare ma, per accanimento e crudeltà, questa storia in maniera speculare comincia a ricordarmi il negazionismo degli ebrei”.

In un recente articolo, sempre su Avvenire, infine, riportava un ricordo di Settimio Sorani, ebreo antifascista che, in tempi non sospetti, (Sorani morì nel 1982) ricordava che Palatucci: “quando ebbe coscienza che nelle sue mani di funzionario addetto al controllo degli stranieri, stavano, in gran parte le sorti degli ebrei di Fiume, non esitò a prendere posizione conforme alla sua posizione di cristiano e di italiano. A Fiume continuò l’afflusso segreto degli ebrei profughi dall’Europa invasa, che prese proporzioni ampie dopo l’invasione nazifascista della Jugoslavia. Secondo le disposizioni del prefetto Testa, che fungeva pure da commissario di Stato per i territori jugoslavi aggregati alla Provincia di Fiume, gli ebrei fuggenti dovevano essere colti come in trappola. Grazie invece alla collaborazione di soldati e ufficiali della Seconda Armata la trappola non funzionò”.

Inoltre Massimo Occello, ex funzionario del Viminale, per 15 anni direttore della rivista Polizia moderna, che seguì le iniziali ricerche su Palatucci e la pubblicazione da parte del Ministero del libro “Giovanni Palatucci. Il poliziotto che salvò migliaia di ebrei”, afferma che nei primi anniMasone (allora Capo della Polizia, ndr) si rese conto, forse, in modo preveggente, che un’indagine del genere poggiata per forza di cose su fonti per lo più orali, avrebbe potuto vacillare sull’onda di una campagna di detrattori. E c’era da far presto, tanti testimoni stavano scomparendo. Per questo fu messo in piedi quel gruppo di studio, che, diretto da un questore, poi nominato prefetto, Antonio Pagnozzi, organizzò il lavoro con metodo “poliziesco”, con filmati, registrazioni e verbali. Sentimmo funzionari collaboratori, salvati, parenti di salvati. In Italia, in gran parte, ma ci recammo anche all’estero, in Canada, in Israele. È un patrimonio che andrebbe ora messo a disposizione di chi vuole approfondire il caso”.

Proprio vero perché alla fine oltre ai commenti autorevoli, contano soprattutto i commenti dei “salvati” (quelli veri, accertati) o almeno dei loro familiari come Renata Conforty, 71 anni: “Mi importa molto poco del dibattito su Giovanni Palatucci. Nemmeno trovo dignitoso il conteggio su quanti di noi ebrei gli dovrebbero o non gli dovrebbero la vita. Io so solo una cosa: che Palatucci salvò mio padre e mia madre. Che assicurò loro in due occasioni documenti che impedirono il loro internamento nei campi di sterminio. Senza di lui io non sarei nata, non sarebbe nata mia sorella, non ci sarebbero i miei due e i suoi due figli, e ora i suoi due nipoti. Dice il Talmud: chi salva un uomo, salva l’universo. Per noi Palatucci ha salvato l’universo. I miei furono ospitati in gran segreto per una notte al quarto piano della questura, perché il commissario avesse tempo di produrre documenti falsi, grazie ai quali sono restati per qualche tempo in città, dove sono nata”.

Nazareno Giusti

@NazarenoGiusti1

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3 Commenti

  • Admin
    15 luglio 2013, 20:39

    ottimo lavoro Nazareno: i gendarmi delle memoria son sempre pronti , a senso unico, ma i custodi della Storia fanno un ‘altro mestiere. La ricerca della verità!

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  • Admin
    16 luglio 2013, 12:11

    Articolo equilibrato e ineccepibile!

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  • Admin
    10 gennaio 2016, 15:21

    Ho conosciuto il Sig. Antonio Luksich Jamini a Firenze, e ne ho frequentato la casa, ove era approdato dopo l’esodo da Fiume con la famiglia della sorella. La sua riservatezza, e quella dei familiari non mi avevano conswentito di sapere più di tanto di lui. Lo sapevo storico, scrittore e solo ora ne conosco prerogative impensate. Neppure che era ebreo, era trapelato: una vera e propria vita da eremita in famiglia! Grazie

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