“Into the wild”: nonostante le buone intenzioni, un film patinato da sentimentalismi con una logica hollywoodiana.

“Into the wild”: nonostante le buone intenzioni, un film patinato da sentimentalismi con una logica hollywoodiana.

Nonostante le buone intenzioni di Sean Penn, ci sarebbe voluto un regista europeo per narrare con qualche verosimiglianza la storia vera di Christopher McCandless, il giovane che, appena laureato, abbandona senza dire niente famiglia e aspettative di carriera per darsi ad un vagabondaggio estremo che lo porterà a giro per gli stati centro occidentali degli Usa e da lì alla sua meta idealizzata, l’Alaska, dove alla fine troverà la morte.

Una scena del film

Nonostante il soggetto, nonostante l’insistenza per la ricerca romantica di autenticità e verità “assolute” del ragazzo, per la sua critica dell’istituzione familiare, soprattutto quando conflittuale e “malata” (ma quale famiglia oggi non è “malata”?), il suo protagonista viene dipinto come una persona “troppo sana”, “troppo normale” in proporzione all’enormità del suo progetto che evidentemente è molto più distruttivo e autodistruttivo che liberatorio.

Molto più bello ed educativo sarebbe stato mostrare la storia di uno ragazzo che, sotto una deriva totalmente irrazionale, rompe tutti i rapporti preesistenti e si mette per strada per un impulso irreferenabile, seppure ammantato di ideali un po’ fanatici di ricerca di qualcosa, magari della Verità (che, come si sa, non sta da nessuna parte). In questo suo percorso, pur facendo esperienze, e creando rapporti , non stabilisce di fatto alcun altro legame, finendo per andare e “rifugiarsi” in un luogo totalmente solitario e inospitale.

Qui sta il carattere tragico della storia, che invece alla fine è patinata da sentimentalismi un po’ patetici (la matura hippie e il vecchio militare che cercano di adottarlo) e resta ancorata alla logica hollywoodiana dei buoni e dei cattivi: la famiglia è cattiva, la vera esperienza maturativa la si fa fuori di casa, tra hippie invecchiati, agricoltori latifondisti e vecchi militari melanconici e saggi; il ribelle intransigente (e decisamente fanatico) è buono, la fine ingloriosa della vicenda (la morte del ragazzo per starvation) è riscattata da una specie di estasi da martire.

La ripartizione in capitoli che alludono ad un percorso interiore evolutivo del protagonista è palesemente disconfermata dal progredire della vicenda. Non è che l’altra versione della storia –lo strazio autentico dei genitori e della sorella, le vane ricerche del figlio missing, il carattere feroce e tragico della sopravvivenza nel mondo realmente selvaggio, l’inconciliabilità del progetto del ragazzo con qualsiasi forma di stabile socializzazione- non siano adeguatamente mostrati; quello che non si vede, se non forse nella fotografia (autentica) del vero Christopher, che compare alla fine, è la follia totale che anima l’intero percorso.

Il film si avvale di un bell’uso della macchina da presa, di un montaggio incisivo e di una fotografia naturalistica straordinaria, per quanto eccessivamente scenografica: si vedono tutti i posti più selvaggiamente belli degli States, ma il loro sapore è quello di cartoline che il protagonista del film, nei suoi vaticinii solitari, non avrebbe mai spedito.

Riccardo Dalle Luche (a cura de “La linea dell’occhio”).

Into The Wild
di Sean Penn con Emile Hirsh, Marciaq Gay Harden, William Hurt, Jena Malone, Brian Dierker. USA 2007. Dur: 148′.

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