“L’amore è un cane blu”: Paolo Rossi racconta il suo “Western balcanico” in scena a Torre del Lago

TORRE DEL LAGO (Lucca), 26 FebbraioPaolo Rossi sarà in scena domani (27 febbraio) alle 21 presso l’auditorium “Enrico Caruso” con lo spettacolo “L’amore è un cane blu”. Sul fondale le montagne del Carso Rossi porta in scena con semplice stralunatezza, quell’essere sopra le righe in maniera fortemente autoironica, facendosi carico dell’umana inettitudine.

“Questo spettacolo è un diario, un disegno, diventerà un film, per ora è un concerto visionario popolare lirico e umoristico, che narra di un tragico smarrimento e di una comica rinascita – racconta Rossi -. Si tratta di mettere punti che non significhino “fine” ma ripartenza, del coraggio nella sconfitta, senza far troppo caso, né conto, né credito ai quattrini o alla paura che qualcuno vuole infondere per la tranquillità sociale collettiva. Non al denaro, non all’amore, né al cielo, diceva un altro grandissimo quarant’anni fa”.

Il titolo dello spettacolo arriva da un sogno che lei ha fatto e poi ha scoperto essere una leggenda realmente esistente: è stato un sogno premonitore?

“Sono coincidenze che ti fanno capire che sei sulla strada giusta, quando due segni così vanno a coincidere, perché se avessi prima conosciuto la storia e poi fatto il sogno sarebbe stato diverso! Invece è accaduto il contrario, il che non vuol dire che magari questa storia non la conoscevo già”.

Questo è uno spettacolo legato alle origini, però per la maggior parte della gente lei è “solo” un attore milanese…

“Quelli di Ferrara dicono che sono ferrarese perché ho vissuto lì molto tempo, quelli di quelle parti sanno che sono nato lì, in realtà siamo abbastanza nomadi e non è un ritorno alle origini perché l’origine è continuare a girare. Sono andato lì, sul Carso, Trieste, Istria, Slovenia, perché avevo bisogno di raccontare una storia di coraggio e di fatti di coraggio e le storie che mi avevano raccontato da ragazzo, di confine, tutto il secolo scorso dalla Prima alla Seconda Guerra Mondiale (e anche dopo, perché è durata un po’ di più la guerra), sono piene di fatti e di aneddoti in cui la gente improvvisamente deve dimostrare il suo coraggio e credo che il coraggio sia un coefficiente molto importante per fare politica oggi. Questa è una storia d’amore, ma anche di politica, un po’ come il film Film d’amore e d’anarchia che parlava di una storia d’amore, ma anche di politica attraverso i rapporti tra le persone”.

In Friuli è molto sentito il problema della lingua e del mantenimento della stessa: ciò ha influenzato in qualche modo il processo creativo di questo spettacolo?

“È un western balcanico, quindi c’è questo strano modo di contaminazione con il western; la chiave dello spettacolo sono appunti per un film, e con la colonna sonora diventerà effettivamente un film o qualcosa del genere. A parte che è Venezia Giulia quella e sono due lingue diverse. Il problema della lingua lì è molto sentito, poi qui nell’orchestra ci sono musicisti croati, sloveni, triestini, c’è un pugliese, Manuele Dell’Aquila, che mi accompagna da una vita, e loro conoscono là l’italiano e noi non conosciamo la loro lingua, perché alla fine noi italiani siamo fatti così”.

Come sceglie le musiche dei suoi spettacoli e quanto sono importanti per lei?

“Fondamentali. Ho sempre lavorato con le musiche. Il mio primo spettacolo è stato Histoire du Soldat di Stravinsky. Negli ultimi anni sono diventato regista lirico: finita la tournée qui vado in Cina col Teatro San Carlo di Napoli per una mia regia dell’opera Il marito disperata di Cimarosa, e siccome lo spettacolo è dal vivo la musica deve essere dal vivo”.

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