Giorno del Ricordo: l’inadeguatezza di una commemorazione

RIJEKA (Fiume), 21 febbraio – Potevamo scrivere Pula (Pola) o Porec (Parenzo) o Moscenika Draga (Val di Santamarina) o Zadar (Zara) e dietro ugualmente “Hrvatska Republika”. Perchè oggi è così ed è giusto e immodificabile il fatto che sia così. Nelle Città e paesi vi sono scuole in lingua italiana di ogni ordine e il Liceo Italiano di Fiume è una scuola di prestigio; la Comunità Italiana ha un proprio rappresentante eletto a Zagabria, la casa editrice EDIT -con cui anche scrittori Esuli hanno pubblicato- pubblica giornali, riviste e libri di ogni genere in lingua italiana; ai ragazzi e ragazze importa una beata pippa degli avvenimenti di 65 anni orsono e ne sanno ancora meno: hanno studiato della guerra, la “loro”; molti che nel 1991 erano giovani vennero a lavorare in Italia e tornarono dopo per costruire e ricostruire la loro nuova Nazione, altri invece erano a fare un’altro lavoro, a macellare e farsi macellare; dal 1991 arrivarono un sacco di profughi dal sud e dall’est, poi anche gente da più lontano che parlava altre lingue.

Sul Korso (Corso) a Fiume il viavai e il passeggio sono caotici, si beve e si chiacchera ai tavolini dei Caffè; dal finestrone centrale del Palazzo Comunale sventolano affiancati i Vessilli Croato ed Europeo: il primo di Luglio la Croazia diverrà Stato Membro come lo è già la Slovenia, per adesso è nella NATO, nostra alleata. A un paio di isolati il nostro Consolato espone il bel Tricolore affiancato dalla Bandiera azzurra dell’Europa: si trova davanti al Molo Adamich-Adamichev Gat-ha ancora lo stesso nome. Solo pochi vecchi ricordano qualcosa di 65 anni orsono: alcuni con fastidio, altri con malinconia e rimpianto, altri scuotono le spalle o la testa. Alcuni vecchi hanno saputo dai genitori. E’ così. E’ oggi..

Eccoci, dopo aver parlato delle origini dell’odio e avervi raccontato i terribili giorni in cui si ammazzava “troppo poco” alla conclusione di questo nostro, piccolo, ma intenso Viaggio. Una conclusione amara. Torniamo a rimuginare un pò di cose: quali erano i motivi alla base delle bestiali “pulizie etniche” intrecciate delle Guerre Jugoslave dal 1991 al 1995? Dunque: “…il nazionalismo imperante…gli antichi odii e dissidi interetnici…le motivazioni economiche…la contrapposizione tra le popolazioni delle fasce urbane e le genti delle aree rurali e montane, oltre che gli interessi di alcune entità politiche e religiose…”. Grosso modo i motivi che rendevano appetibile il sostituirsi all’etnia italiana e da far pagare agli Italiani, intesi come “razza”, aggiunti ai conti  accumulati a nostro pesante debito dall’occupazione nei Balcani, dal Fascismo di Confine, da quello, e non era poco, che avevano subito i cittadini di etnia slava. I tedeschi erano ormai fuori mano, gli Italiani erano lì. Il metodo: pulire, eliminare. E gli Jugoslavi lo fecero usando gli stessi metodi che avevano usato tra di loro nel lontano passato e che avrebbero appunto usato nuovamente alle soglie del 2000: una cosa di una semplicità tragicamente disarmante.

Infoibarono nel corso degli anni una parte, terrorizzarono l’altra, e si prepararono a “ripulire” tutto. Forse ho fatto un paragone azzardato? Nò, tutto risponde alla bestialità, alla metodologia lucida del massacro, alla dottrina della Pulizia Etnica, con l’aggravante di ritenere propria una terra che da centinaia di anni era di gente che là sopra, su quella terra e davanti a quel mare, era nata e vissuta per generazioni, costruendo paesi, città, porti, cantieri e fabbriche, gente che non aveva rubato niente a nessuno.

Tutto sommato gli Alleati ci vollero bene, eravamo stati a volte dei gran bastardi, anche come Truppe di Occupazione, i nostri generali, che dovevano essere portati davanti a un Tribunale per Crimini di Guerra, se la cavarono, gli Alleati, compreso Tito, stavano zitti e noi pure, inoltre noi venivamo adesso utili per la faccenda dell’inizio della Guerra Fredda; e figuriamoci come sarebbe venuto utile Tito, che abbandonato Stalin e il Comintern Sovietico (1948) diventava un “ago della bilancia” a capo dei Paesi Non Allineati!

Per noi la partita era chiusa, con buona pace di chi era restato in compagnia di Tito: la Grande Serbia ormai era fatta ed era andato tutto a posto. Ma a quelle Genti rimaste di là fu data una opportunità di scelta: “Andatevene in Italia e lasciate quì tutto: ci dovete ripagare per quello che i vostri connazionali hanno fatto di qua”. E l’Atto di Fede di quegli Italiani verso la Nazione costituì per noi una complicazione non cercata e voluta.

Quindi, in ultima analisi, quella Gente pagava il nostro debito: semplice. Fu coniata “ad hoc”- ma in effetti era già andata di moda  e poi la avevamo relegata da parte, per quella endemica sospensione dei nostri conti interni chiamata “defascistizzazione mancata”, una parola magica che li accompagnò alla Foiba, ai treni, alle navi, e di nuovo ai treni che li smistavano nei campi “di concentramento”, adesso chiamati Campi Profughi. La parola era “fascista”.

Era la “parola” che, dopo aver giustificato anche davanti agli Alleati, le ritorsioni slave, giustificava la nostra impreparazione a quell’emergenza, la nostra incapacità, il nostro fastidio. Furono “fascisti” anche quegli ex Partigiani che preferirono salire su quei treni e quelle navi che li portarono “di qua”. Quanti furono tra tutti? I numeri riportati nei Registri parlano ufficialmente- sono i numeri degli Storici- di 250.000 Esuli registrati e molte altre migliaia di cui non esiste registrazione. Poi ci sono quelli che restarono nella loro Terra, che non ebbero sufficiente forza di disperazione per lasciare centinaia d’anni della loro storia. Infine quelli che restarono nella loro terra macellati sul fondo di una “foiba”. Il problema costituito dall’Etnia di lingua Romanza in terra slava era risolto.

Per la gran parte delle cose accennate in precedenza e per tutti i numeri e fonti documentarie che ci sono state utili, oltre alle ricerche in internet, abbiamo approfittato di un pò di volumi del Professor Gianni Oliva, uno storiografo docente di Storia Militare Moderna presso la Scuola di Applicazione d’Arma dell’Esercito Italiano di Torino. Vorremmo poterlo considerare una “fonte” non sospetta.

Vennero in Italia? Nò, loro erano già in Italia, solo che un sacco di circostanze di cui non ebbero colpa fecero sì che l’Italia fosse poi da un’altra parte. I treni di carri merci che portavano quel Popolo lungo l’Italia da nord a sud ci ricordavano gli altri treni di carri bestiame che, in senso inverso, noi e i nostri alleati tedeschi, avevamo mandato verso nord pochi anni prima, in Polonia, Austria e Germania, e mentre davamo a quegli Esuli l’offesa di “fascisti”, quella “parola magica”ci giustificava ancor più con noi stessi perchè loro “lì” ci ricordavano la guerra, la miseria, la fame, erano nuovi concorrenti in cerca di case e di lavoro, erano i nuovi destinatari di una carità pelosa con cui ci tacitavamo la coscienza per tutto quanto avevamo fatto anche sulle loro spalle. Fummo capaci di tenerli per una decina d’anni in piccoli “universi concentrazionari”, in cui non si viveva la vita normale di una nostra famiglia, in cui era difficile mantenere dignità e decoro, in cui era difficile sperare di avere accesso a una casa e ad un lavoro.

E mentre quel Popolo veniva disperso per l’Italia o verso i Paesi destinatari delle nostre emigrazioni, come l’Australia, prendemmo l’abitudine a loro, li lasciammo integrare anche se non erano lucchesi o fiorentini o torinesi. Quando li sentivamo parlare quella loro lingua, ci davano un senso di estraneità, quasi fossero stati intrusi dalle nostre parti. Non prendemmo mai coscienza di loro.

Ripensiamo a tutto questo e ci chiediamo se ci rendiamo conto di quello che è accaduto, se siamo in grado di capirlo senza sporcare nulla con le nostre perenni giustificazioni buone a giustificare tutto distorgendone i significati per sentircene assolti, se ci rendiamo conto che da decenni noi siamo divisi tra chi ricorda solo per strumentalizzare e chi strumentalizza per non ricordare. Poi, magari, entrambi i rappresentanti di questi due stereotipi si trovano assieme di “là” a passare una vacanza dove il mare ha dei riflessi unici, i porticcioli e le cittadine ti fanno sentire quasi come vicino a Venezia salvo che…ma, cazzo, parlano tutti l’ostrogoto per in là!… Nò, una volta, “per in là”, parlavano la nostra lingua, come noi.

E dopo tutta questa massa di parole, è con amarezza che diciamo di sentire inadeguato questo Giorno del Ricordo che l’Italia moderna dedica a quel Popolo di Esuli. Inadeguato perché quando dovevamo capire ed essere con loro ce ne scordammo e ce ne ricordiamo oggi che ormai anche per i più vecchi di loro sono passate tante, troppe altre esperienze più legate a “qui”, a ciò che hanno dovuto ricostruire.

In fondo un Giorno non ci costa nulla; quattro discorsi, due strette di mano, un paio di corone, e tutto ritorna nel limbo per un altro anno fatto di giorni in gran parte carichi di puttanate. Quale storia abbiamo frattanto insegnato alle generazioni, lontane da quelle cose? Quale storia, nella loro ritrosia e pudore a ricordare, in assenza di una memoria pubblica inequivocabilmente credibile, dove ognuno abbia il proprio nome e le proprie responsabilità di quello che accadde, hanno potuto insegnare a chi avrebbe avuto diritto a nascere in quella parte d’Italia?

Come sempre, come per tutto, come per la nostra storia più vicina e più importante, abbiamo avuto paura a definire tutti gli aspetti dell’accaduto, anche le cose per noi estremamente spiacevoli accennate più sopra e relative alla nostra sporca guerra; abbiamo nascosto gli Esuli quasi sempre dietro etichette politiche dei colori più contrastanti e per noi più significativi, ognuno tirando dalla propria parte, conteggiando anche i morti in modo tale che i numeri facessero più comodo a “quella” parte e non all’altra per attirare poi i vivi, e nel mezzo, in silenzio, ancora una volta, sono rimasti quelli che invece avrebbero avuto il diritto a  raccontare a tutti e che tutti, indistintamente avrebbero dovuto ascoltare in silenzio, negli anni. Gli anni se ne sono andati come se ne sono andati in tanti di quelli che avrebbero potuto raccontare con lucidità e per diretto coinvolgimento.

Perché tutto abbia un senso speriamo che la Memoria, il Ricordo, dopo onorati i Morti, e non importa contarLi, abbiano a soggetto e oggetto anche i Vivi, quei pochi che ancora possano riconoscere il luoghi, le case di “là”, e descriverle, e possano descrivere chi e come ci aveva abitato e vissuto; che narrino, che scrivano, che possano essere letti accanto ai libri degli Storici: sennò resterà a lungo andare un ricordo minuscolo, vuoto, puramente esteriore e destinato a essere il ricordo di una cosa che non conosciamo. Una abitudine di un giorno l’anno.

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