“Si ammazza troppo poco”: il nostro contributo al massacro

TRIESTE, 17 febbraio – Nel precedente articolo avevamo accennato alle guerre interetniche della ex Jugoslavia tra il 1991 e il 1995, anno più anno meno; lasciando perdere le cose più “leggere” tipo gli “stupri” e cosette simili, fonti attendibili parlano di un numero di civili massacrato in vario modo di circa 100mila unità; a circa 30mila unità ammontano gli “scomparsi”. Sapete perché vi forniamo questi numeri? Per darvi l’idea di ciò che quelle etnie sono riuscite a farsi tra loro, popoli di uno stesso ceppo culturale, nel momento in cui era cessato un controllo “politico” forte su tutto l’insieme. E la nostra non è una bella considerazione, né consolante.

Ci viene da pensare al fatto che la presenza delle truppe Alleate a due passi e qualche altro controllo internazionale del “Team” dei vincitori abbia frenato delle esplosioni di violenza ancora più bestiali nei confronti dei nostri Compatrioti della Giulia, Istria e Dalmazia; e anche così è stata una cosa inconcepibile. Eravamo dunque rimasti al 1800: con le premesse fatte giungiamo al 1900 prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, con due istanze che si presentano alla Monarchia Asburgica: un ritorno di una sorta di “Illirismo” Sloveno/Croato sotto, magari, forse, la supervisione Austriaca; l’aspirazione a unirsi all’Italia delle cosiddette Terre Irredente e delle Popolazioni già legate indissolubilmente a Venezia e che adesso possiamo definire come Italo/Giuliani, Italo/Istriani, Italo/Dalmati; per Fiume permaneva una sfumatura: si è detto che Fiume non era slava, ma tecnicamente neppure Italo/Fiumana; le Rappresentanze Politiche e Culturali Fiumane si riconoscevano nella lingua e cultura Italo/Veneta, tutto ciò che era stato pubblicamente scritto  dai secoli passati lo era stato prima in Latino e poi in Italiano, ma vi erano radici culturali più squisitamente locali e circoscritte e aspirazioni a mantenere uno status politico ed economico indipendente tra l’Italia e L’Ungheria, tra l’Occidente Europeo e l’Oriente Slavo e Ugrofinnico: come storicamente era stata la Città nei secoli: anello di congiunzione, cerniera tra realtà diverse e spesso antagoniste.

La vittoria contro gli Imperi centrali (per una volta eravamo stati dalla parte giusta e il costo era stato di 650mila ragazzi restati per sempre nelle trincee dei Fronti) aveva automaticamente realizzato l’istanza Italiana, salvo la definizione politica controversa di Fiume, che come detto in precedenza, fu “risolta” sotto la spinta di D’Annunzio con un pasticcio di Regime all’Italiana.

E fin quì tutto bene e tutto in ordine anche se più oltre vi dovrete ricordare alcune cose dette più sopra circa i rapporti interetnici e le motivazioni delle guerre Jugoslave, del Panslavismo ecc ecc. Passiamo a un’altra fase.

“Si ammazza troppo poco”, ammonisce nel 1942 il generale Mario Robotti, comandante dell’XI Corpo d’Armata italiano in Slovenia e Croazia, e il suo diretto superiore Mario Roatta rincara la dose: “Non dente per dente, ma testa per dente”. Nello scenario drammatico dei Balcani, dove l’aggressione italo-tedesca s’intreccia con le esasperazioni della guerra civile e delle contrapposizioni etniche, (aridaje!)  l’Italia fascista reagisce così alla resistenza jugoslava, albanese e greca con brutale durezza: rastrellamenti, villaggi incendiati, esecuzioni sommarie, internamento di migliaia di civili. Avevamo fatto presto a giungere a quel punto: nel neonato, nel 1918, Regno di Serbia, Croazia e Slovenia riecheggiavano di nuovo le parole d’ordine nazionaliste, tipo: “dove c’è un Serbo lì è Serbia”e dei confini ancora più a ovest; dalla parte opposta il Regime Fascista inaugurava in contemporanea – con Gerarchi inviati da Roma -il Fascismo di Frontiera: una serie di azioni violente e prevaricatrici, leggi e norme per la segregazione razziale e “l’apartheid” delle minoranze di etnia slava, ma di nazionalità, adesso, Italiana, nei territori italiani del confine orientale.

Ah, per la cronaca: tutti Cristiani Cattolici della Chiesa di Roma sia che parlassero italiano che croato o sloveno. Con l’annessione della Slovenia e l’occupazione italo-tedesca dei Balcani la segregazione assunse ancora di più la forma persecutoria propria delle leggi naziste. Da notare: in tutto questo gli Italiani di lingua italiana dei territori istro/giuliano/dalmati non avevano messo becco nè avuto in queste attività persecutorie, responsabilità maggiori di quelle che avevamo avuto noi Italiani Metropolitani.

Vogliamo aggiungere altri mattoncini a questa ricostruzione “asettica”; uno, almeno: è sintomatico.  Nel corso dell’occupazione dei Balcani, noi godemmo (per modo di dire!) della presenza sulla scena di altri protagonisti, oltre ai tedeschi; nel momento in cui la Resistenza Jugoslava si concentrava attorno alla figura del Comandante Serbo Tito, riconosciuto legittimo erede della Nazione Serbo/Sloveno/Croata dalle Potenze Belligeranti Alleate, si formavano altri gruppi di combattenti “legittimisti” etnici slavi: gli Ustascia croato/bosniaci di Ante Pavelic e i Cetnici, monarchici serbi, antifascisti ma anche antititini, alleati del Regio Esercito ma anche degli Inglesi, di Draza Mihailovic. La cosa interessante erano i loro obiettivi, senza previsione di far prigionieri: al primo posto erano i “Titini” e al secondo, quando possibile, così per gradire, gli italiani.

Siamo quasi alla fine, anche nel senso letterale del termine! La fine fu nel 1945, anche se dal 1943 non erano mancate le avvisaglie di come gli Slavi vincitori avrebbero interpretato la loro parte sulla scena; queste avvisaglie avevano coinvolto in taluni casi la nostra Divisione del Regio Esercito, nei Balcani,Garibaldi (Grande Unità cobelligerante dal 2 Dicembre 1943 con gli Alleati e con il II° Corpus Jugoslavo di Tito) e Reparti Partigiani dipendenti dal “CLN Venezia Giulia” e “CLN Trieste”. Nel contesto di guerra di questa Frontiera Orientale si era inserito anche l’elemento tedesco secondo cui quei territori, denominati “Adriatisches Künstenland”, sarebbero stati sempre e comunque sotto diretta amministrazione e sovranità del Reich, come pure l’Alto Adige. Non fosse bastato il comportamento delle Forze di Occupazione nostre, i tedeschi ci misero molto del loro, come avevano fatto in tutta l’Europa Occupata, specie quella dell’Est. Tanto neppure loro avrebbero pagato, almeno non su quel terreno.

Risultò chiaro, quando ormai si avvicinava il termine del conflitto, che il sogno del grande Stato Nazionale Slavo col confine molto,  molto a Ovest in territorio Italiano era un obiettivo proponibile al Tavolo della Pace, come risultò chiaro che l’Italia avrebbe pagato e pagato caro, nonostante il biennio del “parziale riscatto”. Gli Inglesi erano quelli più mal disposti nei nostri confronti, ma più che nei nostri, lo furono nei confronti degli Italiani del confine Orientale; gli Slavi di Tito -tralascio volutamente l’aggiunta di termini politici, sono talmente irrilevanti nell’ambito di questa storia!- si erano messi addosso la pesante coperta della Russia di Stalin (sempre Russia era, anche se il termine “Panslavismo” sarebbe dovuto suonare male!), ma se avessero avuto assieme anche gli Ustascia e i Cetnici sarebbero stati perfettamente d’accordo sulla Nazione Slava dall’Isonzo alla Serbia: dovettero accontentarsi di molto meno, non arrivarono a tanto, ma a noi, salvato il confine settentrionale sulle Alpi e quello occidentale con la Francia, ci importò, tutto sommato, un’ accidente dei territori che tornavano ad essere irredenti! Avevamo tante di quelle ferite da leccarci che quelle degli “altri” ci erano secondarie! Quelle degli “altri”! Ecco come da noi si vedeva il problema Giuliano/Istro/Dalmata! Erano “gli altri”; parlavano italiano ma in fondo…neppure tanto bene!

Riportiamo un trafiletto interessante: alla “Conferenza di Pace di Parigi nel 1947“, dove furono trattati anche i difficili problemi dei confini orientali e la Questione Triestina ed Istriana, con la nuova Repubblica Jugoslava di Tito, si parlò del grande contributo della “Garibaldi”. Alcide De Gasperi, Presidente del Consiglio italiano, durante le trattative italo-slave nel contesto della Conferenza di pace, cercò di far capire a Edward Kardelj, Ministro degli Esteri jugoslavo, l’importante contributo che la “Garibaldi” aveva dato ai popoli degli “slavi del sud” dopo l’8 settembre 1943, perché ne tenessero conto. Kardelj rispose in modo sprezzante “Ma quelli erano i partigiani del Re”. Fine del discorso. De Gasperi riuscì a salvare il “suo” Confine, quello del Trentino Alto Adige al Brennero. Sul Confine Orientale, forse, si sarebbe salvata Trieste, forse.

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