Intercettazioni telefoniche: contenuti giuridici e contorni politici

LUCCA, 11 dicembre – Il 4 dicembre 2012 la Corte Costituzionale ha reso noto di aver accolto il ricorso presentato dal Presidente Napolitano in merito alla sorte delle intercettazioni indirette acquisite dalla Procura di Palermo. La Consulta ha così risolto, in senso favorevole alla Presidenza, il conflitto di attribuzioni da questa sollevato.

La vicenda.

La Corte Costituzionale era stata chiamata a sciogliere il nodo delle intercettazioni indirette e fortuite di alcune conversazioni telefoniche, rilevate dalla Procura della Repubblica di Palermo durante l’indagine sulla c.d. trattativa Stato-Mafia, fra il Presidente Giorgio Napolitano e l’ex ministro dell’interno Nicola Mancino, oggi accusato di falsa testimonianza. In particolare, il casus belli è sorto attorno a quattro conversazioni di pochi minuti, captate tra la fine del 2011 e i primi mesi del 2012: secondo l’accusa, Mancino – al Viminale dal luglio 1992 all’aprile 1994- avrebbe mentito sui rapporti tra esponenti dello Stato e di Cosa Nostra intercorsi nei primi anni ’90, durante la stagione delle stragi. Nel periodo che ha preceduto l’avvio del procedimento che lo vede con altri imputato a Palermo, ci sono stati contatti tra Mancino e il Colle, in particolare telefonate con Loris D’Ambrosio, allora consulente giuridico del Quirinale, e in alcune occasioni, con lo stesso Napolitano.

In merito alle conversazioni che coinvolgono la più alta carica dello Stato, il Quirinale, ritenendo che la permanenza delle intercettazioni -anche se indirette- agli atti del procedimento fosse lesiva di prerogative attribuite al Presidente dalla Costituzione, il 16 luglio scorso -mediante l’Avvocatura dello Stato- ha sollevato davanti alla Corte Costituzionale conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato.

Il quadro normativo.

L’art. 7 della legge n. 219/1989, a compimento dell’art. 90 Cost. secondo cui “il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione”, proibisce l’esecuzione di intercettazioni telefoniche o di altre forme di comunicazione in capo al Presidente della Repubblica. A mente dell’art. 271 c.p.p. “i risultati delle intercettazioni non possono essere utilizzati qualora le stesse siano state eseguite fuori dei casi consentiti dalla legge […]”. Il già citato terzo comma afferma che in ogni stato e grado del processo il giudice dispone che la documentazione delle intercettazioni proibite dai commi precedenti sia distrutta, salvo che costituisca corpo del reato. L’art. 269 c.p.p. prevede che la distruzione possa essere chiesta anche dagli interessati, quando la documentazione non è necessaria per il procedimento e deve essere eseguita sotto controllo del giudice.

Intercettazioni indirette ed intercettazioni casuali.

Secondo quanto sostenuto dalla Procura di Palermo, l’immunità del Presidente della Repubblica, non dovrebbe essere totale anche per gli atti extra-funzionali.

Hanno così ripreso vigore le discussioni attorno al tema delle intercettazioni indirette, giacché con riferimento al Presidente della Repubblica non esiste una norma che ne disciplini espressamente il regime applicabile. Un ampio dibattito dottrinale e giurisprudenziale è rinvenibile con riferimento all’estensione delle tutele dei parlamentari ex art. 68 Cost..

Senza però entrare nei dettagli della vexata quaestio, possiamo rammentarem tuttavia, come l’espressione “intercettazioni indirette” dovrebbe riferirsi a quelle intercettazioni finalizzate ad ascoltare in maniera indiretta l’indagato, laddove sono propriamente “casuali” quelle intercettazioni che captano in maniera fortuita una conversazione non prevista.

La decisione.

La Corte Costituzionale, dopo aver dichiarato ammissibile il ricorso, ha rilevato che “non spettava alla Procura della Repubblica presso il Tribunale ordinario di Palermo di valutare la rilevanza della documentazione relativa alle intercettazioni delle conversazioni telefoniche del Presidente della Repubblica, captate nell’ambito del procedimento penale n. 11609/08 e neppure spettava di omettere di chiederne al giudice l’immediata distruzione ai sensi dell’articolo 271, 3° comma, c.p.p. e con modalità idonee ad assicurare la segretezza del loro contenuto, esclusa comunque la sottoposizione della stessa al contraddittorio delle parti”.

I commenti.

Per la lettura integrale della decisione sarà necessario attendere, con buona probabilità, il nuovo anno, ma nel frattempo non sono mancati i commenti di ogni provenienza e tenore.

Fra questi, degna di nota appare l’affermazione del Dott. Ingroia, il quale parla della pronuncia della Corte come di una decisione politica, esternazione che ha da più parti destato viva perplessità.

In tal senso si è espresso il Presidente dell’Unione Camere Penali, Valerio Spigarelli, secondo cui: “che il dottor Ingroia parli di sentenza politica è francamente stupefacente. Lui sta svolgendo un ruolo politico a tutto tondo, è paradossale che si lamenti del tasso di ‘politicità’ di una sentenza”.

D’altra parte, che vi sia il rischio di cortocircuito fra poteri dello Stato è confermato dalla posizione del vicepresidente del CSM Michele Vietti, il quale auspica una più netta separazione di politica e magistratura: “su questo tema – ha dichiarato Vietti in una intervista al quotidiano Avvenire- ho da sempre e reiteratamente auspicato che il legislatore dettasse regole rigorose su ingresso e uscita dei magistrati dentro e fuori dalla politica, in piena sintonia con i deliberati del Csm. Servono incompatibilità rigorose e impedimenti per chi fa la scelta di entrare in campo, rientrare dopo e fare l’arbitro. La professionalità di chi fa queste pure legittime scelte può essere valorizzata in altri settori della pubblica amministrazione ma non più nella magistratura che deve sempre apparire oltreché essere indipendente”.

In tono conciliativo si è infine espresso il presidente dell’Anm, Rodolfo Sabelli, secondo cui il ricorso del Capo dello Stato “non deve essere letto in chiave politica o di contrasto con la Procura”, ma solo “nei limiti di quelli che sono gli aspetti tecnici e processuali. La Consulta – ha concluso Sabelli – ha fatto chiarezza essendo il massimo organo di garanzia di legittimità delle leggi e di equilibrio tra poteri dello Stato”.

*Avvocato

(Per proporre quesiti su ulteriori questioni legali i lettori possono scrivere all’indirizzo: consiglilegali@nullloschermo.it; sarà garantito il pieno rispetto della privacy).

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