La Ballata di Uomini e Cani di Marco Paolini

LASTRA A SIGNA (FI), 17 Novembre – Ieri sera Marco Paolini ha inaugurato la stagione al Teatro delle Arti di Lastra a Signa, uno di quei teatri vivi e vitali, accogliente e ospitale. Un teatro, sotto la direzione di Ganfranco Pedullà, che stravolge l’idea di centro e periferia, che offre un cartellone interessante senza svendersi o rimanere incastrato in dinamiche nazional-popolari.

Nel foyer è stata allestita una mostra degli artisti Marcello Paoli e Giovanna Sparapani e un ricco buffet. L’assessore alla cultura Marco Capaccioli dando il benvenuto a tutti, si è congratulato per il buon inizio di stagione che, nella prima serata, ha fatto registrare il tutto esaurito. Una stagione che vede un programma ricco e variegato: dalla Compagnia Sandro Lombardi al Teatro delle Albe, passando per Rocco Papaleo, Compagnia Carullo/Minasi, Teatro Popolare d’Arte, Compagnia Opus Ballet, Gli Omini e Fondazione Sipario Toscana.

In questo nuovo spettacolo, Ballata di Uomini e Cani (dedicato a Jack London), Marco Paolini ne ribalta il punto di vista e la prospettiva. In questo studio ci racconta l’Uomo attraverso il Cane, incorniciandolo in quattro sipari, quattro storie, Bastardo, Macchia e Preparare un fuoco, trascritte oralmente e un episodio di vita dello scrittore. Storie raccontate per immagini, immagini di un cane che ci guarda, i cani di Jack London, dei suoi racconti, cani che non muoiono mai, i cani da slitta che ci portano per le montagne e pianure del Canada, il Canadà delle “casette piccoline” e della vita delle persone alla ricerca di qualcosa o di loro stessi, della loro realizzazione. Un tributo, quello di Paolini, a uno degli autori che preferisce, un marinaio, ma anche un marinaio della neve, la neve che ritorna nella narrazione, il freddo e la solitudine dell’uomo che rimane solo con se stesso. Una narrazione che in questo spettacolo diventa dialogo interiore: non ci sono i russi nell’isba, nemici da combattere, come ne Il Sergente nella neve, non c’è la guerra, non c’è la socialità, ma la solitudine di persone e la loro vita, il racconto del vivere. Qui c’è il cane che ti fissa negli occhi, un incrocio di sguardi che innescano un guardarsi dentro, il cane che trova sempre casa, il cane che ubbidisce, il cane che si vendica, il cane che azzanna. Un’indagine intima che Paolini racconta in uno spettacolo diverso dagli altri, che diventa cinema, come se fossimo seduti davanti a uno schermo di parole colorate, di parole in movimento, con la musica dal vivo di Lorenzo Monguzzi, con i suoni e i rumori del treno, dei cani, dei fiammiferi, il fuoco che brucia davanti a noi, facendoci percepire tutto il freddo di quel racconto con la forza di una locomotiva che sfonda in sala.

Paolini apre una parentesi, come a voler sottolineare che le storie degli uomini non sono sempre analisi storiche. Paolini non è solo la denuncia del “Vajont” ma un modo di intendere il Teatro. Non sappiamo niente del Klondike, come dice all’inizio scherzandoci su, ma lo vediamo, navigando sulle immagini dei fiumi e delle montagne. Con Uomini e Cani possiamo andare ovunque, un viaggio onirico che scava nelle nostre personali immagini, un’evocazione incessante di due ore che dimostra come il raccontare sia il vero senso del racconto. Un viaggio che ha il sapore della cultura tramandata oralmente, di un teatro che è la stalla o la cucina dove ci si riunisce per ascoltare storie.

Paolini accende per noi un piccolo fuoco, per l’Uomo che sta assiderando in mezzo alla distesa della vita ricoperta di neve, un po’ di calore per scaldarci e salvarci mentre cerchiamo la via di casa e qualche senso dell’esistenza. Perché non siamo noi a guidare la slitta, non siamo noi a impartire ai cani Hike, Whoa, March! Noi subiamo queste imposizioni sociali, noi siamo quella slitta trainata dal tempo, e tutto intorno è bianco e freddo. Un bianco da colorare, un freddo da combattere con il fuoco o con l’amore per il Teatro.

Visita il sito internet del fotografo Guido Mencari

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