“Morirono ambedue con molta disposizione e volentieri”. Poi tutti lì a battere cassa per essere pagati, eccetto il boia

BARGA (Lucca), 2 dicembre – Dall’anno 2000 la Regione Toscana ha deciso di indire la propria festa regionale il 30 novembre di ogni anno, in onore di quel 30 novembre del 1786 in cui il Granducato di Toscana guidato da Pietro Leopoldo, fu il primo stato al mondo ad abolire la pena di morte. La storia seguente, invece, parte un po’ prima. Siamo a Barga, esattamente 30 anni prima dell’abolizione. E’ l’11 settembre 1756, data in cui si tennero presumibilmente le ultime due esecuzioni capitali del territorio comunale.

“Sentenza di forca e squarto”, come citano i documenti ufficiali dell’epoca e come spiega bene la ricerca pubblicata dallo storico locale Pier Giuliano Cecchi assieme a Cristian Tognarelli, uscita nell’anniversario del 30 novembre 2010.

Annibale Vespasiano del Signore Costantino Vespasiano di Marzano del Regno di Napoli. 23 anni. Impiccato. Due quarti del suo corpo con la testa furono attaccati alla forca in località Giovicchia a Barga, gli altri due quarti portati a Cutigliano. L’altro era Salvatore di Sossio di Loveta e di Maddalena di Cavasozza di corte Pasilla di Aversa. 32 anni. Impiccato. Due quarti con la testa affissi sempre alla forca della Giovicchia e i restanti due portati a Cutigliano dal boia.

Questa è la poco eroica e triste storia di due presunti disertori provenienti dal Regno delle Due Sicilie diventati briganti per necessità e anche un po’ per diletto, che riusciti a superare agilmente tre confini di stato a cavallo dell’Appennino tosco-emiliano, rimasero ingloriosamente e alla fine definitivamente sospesi all’ultima forca eretta nel territorio di Barga.

I nostri due giovinastri protagonisti si arrangiavano alla meglio vivendo di piccoli furti e rapine a danno dei viandanti. Nella calura estiva di agosto, che anche in Appennino si faceva sentire, Annibale e Roberto il 18 agosto 1755 si trovarono a passare da Cutigliano, paese del Granducato di Toscana e terra del Capitanato delle Montagne di Pistoia. Passata la giornata in un’osteria del paese e finiti i soldi, i nostri ‘eroi’ pensarono, giunta la notte, di fare qualche visita di cortesia in qualche abitazione isolata della zona. Gira che ti rigira finirono al Melo, paesino poco distante, e spacciandosi per sbirri bussarono alla porta della casa di un certo Francesco Petrucci. Sotto la minaccia di una pistola riuscirono a racimolare qualche soldo al malcapitato e tornarono alla locanda a Cutigliano dove erano alloggiati.

Il giorno dopo partirono per il crinale dell’Appennino, armati di uno schioppo e una pistola. Saccheggiavano e derubavano i poveri viandanti che s’imbattevano nella loro direzione. Ghiareta della Lima, Balzo Aquilante, Fonte della Secchia, Serra Bassa, San Pellegrino in Alpe, tutte località dove i nostri due, ormai eletti a rango di briganti, passarono e lasciarono il segno. Attraversate così allegramente le terre del Ducato di Modena, a sera, al termine di una giornata d’inteso lavoro si fermarono all’osteria della Caciaia, l’odierna Vetricia, 1300 metri d’altezza sull’Appennino alle spalle di Barga. Erano rientrati nel territorio del Granducato di Toscana. Mangiarono, dormirono e pagarono.

La mattina seguente, il 20 agosto, sulla strada per Barga, ritentarono la sorte nei confronti di Giuseppe Manfredini, un mercante di ritorno a Sant’Anna Pelago. Stavolta andò male. Il travestimento da sbirri non durò. Ci fu una colluttazione, partì qualche sparo. Annibale Vespasiano venne bloccato e poi arrestato. Roberto Venosa riuscì a scappare, ma fu arrestato poco dopo nei pressi di Coreglia, nel territorio della Repubblica di Lucca. Aveva tentato l’espatrio, ma non riuscì. Incarcerato a Lucca, ben presto le autorità lucchesi lo riconsegnarono ai loro omologhi barghigiani e rientrò nella giurisdizione del Granducato di Toscana.

Le prigioni barghigiane si trovavano sull’Aringo, nel Palazzo Pretorio, vicino al Duomo, il punto più alto del paese. Annibale e Roberto vi passarono quasi un anno. All’inizio del 1756 ci fu un tentativo di fuga di uno dei due. Roberto scavò un buco sul pavimento ma non funzionò. Le conseguenze furono che le guardie, per il resto della detenzione, applicarono delle catene ai piedi dei due detenuti per rendergli difficile ogni movimento.

Man mano che si andava concretizzando la possibilità di una condanna capitale, le autorità fiorentine comunicarono a Barga che si iniziasse a pensare al luogo dove erigere le forche. “… Siccome la pena in cui sono stati condannati dovrà esequirsi in cotesto luogo, così desidero sapere se vi sia costì il Patibolo, e se sia questo un ordine, e quanto vi bisogni cosa alcuna, potrà intendersela col Cancelliere della Comunità, perché ne siano date le disposizioni che occorrono, procurando di far ciò con la minor pubblicità che sia possibile, e senza strepito” (atti criminali 1753-57).

Alla fine il luogo prescelto fu la Giovicchia, in fondo all’odierno piano di Gragno, lungo la strada che in antichità era la via principale di collegamento fra Barga e Fornaci. Il proprietario del terreno era Sebastiano Buglia e la ‘minor pubblicità’ all’internocomunità barghigiana fu assicurata. Anche per l’epoca la pena era spropositata per due briganti accusati di qualche furto.

Dopo quasi un anno, l’11 settembre 1756 arrivò il giorno dell’esecuzione dei nostri due poco fortunati protagonisti. Le campane suonarono a morto, mentre gli impiccati stavano per arrivare, e il boia giunto da Firenze terminava gli ultimi preparativi, e alla fine Annibale e Roberto “morirono con molta disposizione e volentieri”, come riportato sul ‘Libro dei morti della Parrocchia di S.Cristoforo di Barga’.

Poi finì come finiscono sempre tutte queste cose: tutti volevano essere pagati. Ognuno pretendeva dei soldi per la loro parte di lavoro. Il falegname voleva i soldi per la costruzione delle forche. Il proprietario del terreno voleva i soldi perché su quel terreno non poteva più coltivare o costruire niente. Il fabbro voleva i soldi per le catene messe ai detenuti. L’unico che non pretendeva soldi era il boia. Statale, stipendio fisso e qualche extra solo per i lavori ben fatti, e i contributi pagati, sempre.

Per saperne di più scrittimaiali.wordpress.com

Inserisci il tuo commento

La tua e-mail non verrà pubblicata. compila tutti i campi obbligatori*

Se pubblichi stai dando il consenso alle regole di base , ai termini del servizio e alla normativa sulla privacy
Annulla

.

Newsletter


WP Facebook Auto Publish Powered By : XYZScripts.com