Intervista a Umberto Sereni: “Pascoli poeta moderno e attuale”

Intervista a Umberto Sereni: “Pascoli poeta moderno e attuale”

LUCCA, 10 agosto- Nel centenario della morte di Giovanni Pascoli abbiamo ritenuto doveroso intervistare il Professor Umberto Sereni docente di Storia Contemporanea all’Università di Udine, già sindaco di Barga per dieci anni. Autore di numerosi testi su Pascoli ha dato un notevole contributo alla realizzazione  del poderoso volume di oltre 300 pagine in grande formato dal titolo: “Giovanni Pascoli. Vita, immagini, ritratti” . Realizzato in collaborazione con il comune di San Mauro, il volume- che già si presenta come un testo fondamentale nella bibliografia pascoliana- sarà presentato nell’incontro “Pascoli, Carducci, D’Annunzio e la poesia della Versilia”, al Caffè della Versiliana, domenica, alle ore 18.

Professore, perché Pascoli, a un certo punto della sua vita, scelse di venire a vivere a Barga?
“Pascoli come gran parte degli artisti di fine Ottocento era alla ricerca di un luogo dove potesse  trovare un contatto diretto con la Natura. Su di lui gravava la disperazione dell’era moderna con città sempre più brutte e uomini sempre più cattivi. Per salvarsi si doveva tornare alla poesia, metterla al centro e per fare poesia bisognava tornare alla fonte dove gli uomini erano puri e vivevano ancora fanciulli: bisognava tornare in campagna. La ricerca fu indirizzata nella Valle del Serchio dagli amici livornesi. La proposta della casa, invece, fu fatta dal professor Giulio Giuliani di Filecchio. Pascoli qui trovò il suo Eden, le altre storie che si raccontano in giro tipo dissidi con sorelle sono panzane. Lo ammise Pascoli stesso nel suo primo discorso: vennì perchè qui c’era “Bello e c’era Buono”. Si tratta semplicemente di seguire il Pascoli e non di interpretarlo. Quando il poeta trova “bello e buono” non ha altro da cercare”.

Pascoli arrivò nel borgo di Castelvecchio il 15 ottobre, un martedì. Fu una casualità o una precisa scelta quella data?
“È una precisa scelta programmata. Pascoli ben sapeva il valore simbolico delle date. Il 15 ottobre è, infatti, il giorno della nascita di Virgilio suo modello di poeta che cantava l’amore per la campagna come antidoto alla disgregazione dell’Impero. Pascoli scelse quel giorno come sua seconda nascita, un nuovo inizio”.

Come furono i rapporti tra Pascoli e i barghigiani?
“Possiamo dividerlo in due tempi: una prima fase dal 1895 al 1905, un tempo felice in cui assume il ruolo di protettore dei “buoni villaggi”. Tutti si rivolgono a lui che sembra sostituire la figura di Antonio Mordini. Scrive la poesia in difesa delle acque del Serchio, si impegna per la battaglia della ferrovia. Poi però arrivano le lacerazioni: coinvolto nelle lotte politico-amministrative che in quegli anni investì Barga si schierò apertamente da una parte perdendo il ruolo di “pacificatore”. Fu trascinato e si lasciò trascinare. Divenne uomo di parte: utilizzato da una parte e avversato dall’altra in un conflitto che spaccò in due il paese. Questa seconda fase va dal 1905 al 1911. Un periodo triste. Nel 1907 rinunciò pubblicamente alla cittadinanza onoraria di Barga dopo non esser stato votato alle elezioni. Per quattro anni non entrerà più nella cittadina medicea. Vi tornerà nel 1911 per fare un vero e proprio comizio  in occasione dell’annullamento delle elezioni provinciali a Barga e Coreglia. Seguirà, pochi mesi dopo, il celebre “La Grande Proletaria si è mossa”. Uno dei discorsi pubblici che Pascoli fece durante il suo periodo in Valle del Serchio che vorremmo riunire in un volume edito da Maria Pacini Fazzi”.

Un personaggio importante nella vita del Pascoli barghigiano fu lo Zì Meo…
“Certo: lo Zì Meo, al secolo Bartolomeo Cagnoni, l’uomo che “godea del poco e non sapea del tanto”, fu l’uomo di fiducia del Pascoli, suo fedelissimo servitore. Della famiglia dello Zì Meo faceva parte lo scrittore Giorgio Caproni di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita, che non è stato per niente ricordato”.

Che rapporto ebbe Pascoli con Lucca?
“Il legame di Pascoli con la Città delle Mura fu dovuto in gran parte ad Alfredo Caselli proprietario dell’Antico Caffè Di Simo, un caffè sui generis, uno dei più importanti ritrovi letterari d’Italia e  d’Europa dove si davano appunatamento i giovani nomi della cultura del tempo. Caselli era l’uomo di fiducia del Pascoli. I due furono grandi amici e ebbero una fitta corrispondenza raccolta poi in un prezioso volume da Felice del Beccaro. Si deve a Caselli anche l’incontro del poeta con Giacomo Puccini. Il Caselli aveva un chiodo fisso: far fare un libretto al poeta che sarebbe stato musicato da Puccini. Una collaborazione che non si concretizzò mai anche perché non il ruolo di librettista non si addiceva di certo a Pascoli che aveva già provato una volta a scrivere per l’Opera con pessimi risultati. Quello tra Pascoli e Puccini fu un rapporto forte. All’indomani della prima della Madama Butterfly (che fu un fiasco totale) Pascoli scrisse una lettera sincera al compositore lucchese in cui rincuorava l’amico dicendo che “la farfalla sarebbe volata”; e così fu. Poi, proprio da un orafo di Lucca, il Carli, Pascoli fece fondere le sue medaglie d’oro vinte ai concorsi di poesia latina di Amsterdam, per acquistare la casa di Castelvecchio. Altro collegamento importante con la città di Lucca era la tipografia Marchi in Piazza dell’Arancio che stampò i “Canti di Castelvecchio” il più importante volume stampato a Lucca nel XX secolo che però non è ricordato nemmeno da una targa”.

Quale ruolo ebbe Pascoli nella memoria del Risorgimento?
“Sicuramente un ruolo fondamentale, nazionale. Fu uno dei sacerdoti della religione della Patria lo dimostrano il suo impegno e i numerosi discorsi che tenne anche in Valle del Serchio uno su tutti quello ad Antonio Mordini. Va ricordato inoltre che la sua ultima opera furono i “Poemi del  Risorgimento” realizzati nel 50° anniversario dell’Unità d’Italia e pubblicati postumi. Pochi giorni prima di morire volle iniziare un nuovo poema: “Il Tricolore” ma la malattia non gli permise di andare oltre il titolo”.

Nel giugno 2006 ad un’asta di manoscritti storici della casa Bloomsbury il Grande Oriente d’Italia acquistò il testamento massonico di Pascoli ritrovato dallo storico Gian Luigi Ruggio. Notizia resa nota dal Corriere della Sera. Quale fu il rapporto di Pascoli con la Massoneria?
“È accertato che ne faceva parte. Era un affiliato alla Loggia Rizzoli di Bologna dal settembre 1882, quando era studente a Bologna  ma era una cosa abbastanza normale per quel tempo e sopratutto per l’ambiente frequentato.  Nei suoi ultimi giorni fu vegliato dai fratelli massonici che lo accompagnavano nel “Viaggio eterno”. La sua appartenenza fu però cancellata del tutto nelle memorie della sorella Mariù che, da fervente cattolica, voleva far apparire il fratello alla stregua di un santo quando invece non era né un acceso credente ma nemmeno un anticattolico. Anzi, la sua poesia è piena di senso di mistero e di sacro”.

Qualche anno fa il professor Vittorino Andreoli pubblicò un libro dal titolo “I Segreti di Casa Pascoli” in cui analizzava da un punto di vista psicologico la vita familiare del Pascoli. Proponendoci un poeta, quasi alcolista, morbosamente attaccato alle sorelle in particolare legato da un attrazione fisica ad Ida…“Le ritengo ipotesi infondate. Che Mariù sia stata fondamentale nella vita del Pascoli  è logico, non ci vuole molto a capirlo. Giovanni era fragile e Mariù forte, è lei che lo guida e lo spinge anche alla poesia, probabilmente se non ci fosse stata la sorella non avremmo avuto il Pascoli poeta. Ma il resto sono baggianate.  Anche il fatto del Pascoli alcolista è un esagerazione: certo amava il buon vino come molti e forse alcune volte ha esagerato. Ma che vuol dire? Non mi sembra che gli ubriaconi in  genere scrivano poesie di quel livello”.

Pascoli, però, aveva certamente una personalità complessa…
“Sì, forse l’aggettivo che meglio lo descrive è umbratile. Era fragile, timoroso, portato a vedere ovunque nemici. Era un uomo che soffriva, sicuramente. Però di questa sua lacerazione interna non vi è traccia nella sua poesia che ha una visione benigna. Una voce di speranza. Come non ricordare il suo verso: “La nube del giorno più nera è quella che vedo più rosa sul far della sera”. Una voce di speranza che viene dai secoli e parla per i secoli. Pascoli è un poeta moderno in cui noi uomini del Duemila possiamo trovare molte affinità”.

Il poeta che però ci viene insegnato a scuola non ci trasmette emozioni, non arriva al cuore…..
“Ma è normale: la poesia di Pascoli è poesia del ricordo (lui stesso la definisce così) e i bambini che non hanno ricordo come fanno a comprenderla? Come si fa a presentare un ricordo a chi non ne ha? E Pascoli ne era profondamente convinto tanto da affermare che i fanciulli possono essere poeti ma non è detto che possano capire la poesia. Se si vuol trasformare le poesie in filastrocche va bene altrimenti Pascoli è uno di quei poeti che non andrebbe insegnato alle scuole elementari. Bisogna aver provato i sentimenti che descrive per capire le sue opere”.

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1 Commento

  • Admin
    23 giugno 2013, 22:38

    Saluto tutti
    più che commentare mi piacerebbe porgere alcune domande:
    a)si considera il Pascoli allievo del Carducci, pur avendo personalità umana e poetica diversissima, allora qual era il pensiero personale del Pascoli su Carducci e viceversa?
    b)Qual è stata la differenza tra l’ossessiva angoscia esistenziale del Leopardi e quella del pascoli?
    3) Se il Pascoli non era alcolizzato perchè è morto di cirrosi epatica secondo molte testimonianze, nonostante che il medico necroscopo su richiesta della sorella per salvaguardarne la reputazione umana ed artistica abbia scritto come causa di morte il tumore allo stomaco?

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