IVA: l’omessa dichiarazione del commercialista non scusa il contribuente. Perché?

IVA: l’omessa dichiarazione del commercialista non scusa il contribuente. Perché?

LUCCA, 12 giugno “L’affidamento ad un commercialista del mandato a trasmettere per via telematica la dichiarazione dei redditi alla competente Agenzia delle Entrate -ai sensi dell’art. 3, comma 8, D.P.R. n. 322/1998, come modificato dal D.P.R. n. 435/01- non esonera il soggetto obbligato alla dichiarazione dei redditi a vigilare affinché tale mandato sia puntualmente adempiuto”.

Questa la massima della Sentenza n. 16958 dell’ 8 maggio 2012, depositata dalla III Sezione penale della Corte di Cassazione, dalla quale cercheremo di trarre alcuni brevi spunti di riflessione.

E’ innegabile che il suesposto principio sia del tutto coerente con l’attuale sensibilità sociale e con la visione politico-economica che propone il risanamento dei conti pubblici come fine buono a giustificare pressoché ogni mezzo; in primis, una mai tanto pubblicizzata (quanto doverosa) lotta senza quartiere all’evasione fiscale.

Proprio in questa ottica è posto ad esempio anche il D.L. n. 138 del 13 agosto 2011, che ha operato una vera e propria “miniriforma” dei reati tributari improntata ad una sempre maggiore severità dell’apparato repressivo riservato ai contribuenti inadempienti (1). Le misure ivi contenute hanno comportato l’abrogazione di alcune ipotesi lievi di reato per le quali era prevista una pena ridotta; alcune modifiche in tema di sospensione condizionale della pena; la restrizione dell’ accesso al patteggiamento, ora subordinato al pagamento ad estinzione dei debiti tributari conseguenti alle condotte illecite da perfezionarsi prima dell’apertura del dibattimento; modifiche della prescrizione, ça va sans dire, nel senso di un allungamento dei termini; l’abbassamento delle soglie di punibilità, di talché l’area del penalmente rilevante risulta oggi ulteriormente estesa (occorrerebbe un intero volume per discutere l’opportunità di una simile scelta, in considerazione delle molte criticità nell’amministrazione della giustizia penale). In particolare, con riguardo al reato di omessa dichiarazione di cui alla richiamata Sentenza, la soglia di punibilità costituita dall’ammontare dell’imposta evasa è stata portata dai precedenti euro 77.468,53 ad euro 30.000,00.

Prendendo in considerazione il percorso seguito dalla Sentenza n. 16958, occorre anzitutto precisare i fatti da cui è scaturita la decisione della Corte. Nella specie, il ricorrente era stato condannato alla pena di un anno e due mesi di reclusione dal Tribunale e dalla Corte di Appello, per aver omesso di presentare le dichiarazioni IVA in due diversi anni di imposta. L’art. 5 D.L. 74/2000 afferma che “è punito con la reclusione da uno a tre anni chiunque, al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, non presenta, essendovi obbligato, una delle dichiarazioni annuali relative a dette imposte” quando, come visto poc’anzi, l’imposta evasa è superiore, con riferimento a taluna delle singole imposte a euro 30.000,00.

Premessi i fatti, le censure dedotte dalla difesa nel ricorso oggetto del giudizio vengono dagli Ermellini definite “generiche, perchè meramente ripetitive di quanto esposto in sede di Appello”; conseguentemente il ricorso viene giudicato manifestamente inammissibile e viene confermata la condanna per il ricorrente (oltre al pagamento delle spese processuali e della pena pecuniaria pari a 1.000 euro).

Nondimeno, prima di concludere per l’inammissibilità, la Corte sente la necessità di esprimersi affermando la linea dura nei confronti del contribuente. Ciò che la Corte non chiarisce, con buona pace del principio di colpevolezza garantito dall’Art. 27 Costituzione (2), sono le argomentazioni utilizzate per superare le -pur generiche- doglianze mosse dalla difesa quanto alla non ricorrenza dell’elemento soggettivo del reato.

I Supremi Giudici ribadiscono difatti un principio tralatizio – secondo cui ricorrere alle prestazioni di un commercialista non giusitifica la mancata vigilanza del cliente, obbligato per legge alla dichiarazione dei redditi e del valore aggiunto, sul puntuale adempimento da parte del professionista – affermando dogmaticamente la sussistenza dell’elemento soggettivo, senza per vero spiegare al cittadino i parametri di valutazione di quel dolo specifico richiesto dalla norma per l’integrazione del reato de quo; dolo – si badi bene, non colpa – la cui sussistenza dovrebbe essere accertata solo una volta provato il fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto.

Dura lex, sed lex? Al contribuite non resterà che agire in sede civile nei confronti del professionista negligente per ottenere da questi il risarcimento del danno.

1: Sul punto v. Gastone Andreazza in Riv. giur. Ambiente 2011, 05, 3695

2: Per la cui interpretazione si vedano le famigerate sentenze costituzionali n. 364 e 1085 del 1988

*Avvocato

(Per proporre quesiti su ulteriori questioni legali i lettori possono scrivere all’indirizzo: consiglilegali@nullloschermo.it; sarà garantito il pieno rispetto della privacy).

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