Coppie di fatto e legislatore

Coppie di fatto e legislatore

LUCCA, 27 maggio – Leggendo le statistiche, sempre più giovani coppie scelgono la convivenza al matrimonio. Si stima che le unioni libere in Italia siano 510mila (nel 1983 – a cui risale il primo rilevamento ISTAT erano 192mila). Le motivazioni sono le più varie: la volontà di fare una “prova generale” in vista del matrimonio, oppure l’impossibilità di contarne uno nelle more della pronuncia di divorzio.

Il fenomeno, quindi, assume una rilevanza culturale e sociale notevole.

Ma come si pone il legislatore di fronte a questa realtà?

Un importante intervento normativo in materia di famiglia di fatto si è avuto con la legge sull’affidamento condiviso.

La L. 54/2006 con la riforma dell’articolo 155 del codice civile e con l’introduzione degli articoli 155 bis, ter, quater, quinquies e sexies  ha riconosciuto in capo alla prole il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con i genitori, di ricevere cura, educazione ed istruzione da entrambi i genitori, così come quello di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale”. Così facendo il Legislatore, “ha riconosciuto il diritto del minore, eliminando, quindi, ogni possibile differenza tra figli legittimi e naturali”. Il regime è identico anche per il caso di adottabilità del minore, per esempio, da parte dei nonni in caso di morte contemporanea dei genitori. Va infatti valutato lo stato di abbandono del minore, tenendo conto del legame affettivo esistente tra i nonni ed i nipoti, oltre che in base a criteri economici, a prescindere che il figlio di coppia sposata o meno”.

Permangono tuttavia delle differenze; non si comprende come mai non sia stato ancora abrogato l’articolo 537 c.c. che permette ai figli legittimi di “liquidare” i fratelli naturali riconoscendoli la possibilità di soddisfare in denaro o in beni immobili ereditari, la porzione spettante ai figli naturali che non vi si oppongano; così come permane la competenza del Tribunale dei Minori per decidere in merito all’affidamento dei figli naturali, con conseguente aggravio di costi e tempi.

In generale la disciplina delle coppie di fatto deve ricostruirsi con gli istituti di diritto comune e con l’interpretazione giurisprudenziale.

Una delle questioni più dibattute concerne le attribuzioni patrimoniali.

E’ pacifico che le parti non assumano i diritti ed i doveri propri dei coniugi; ciò tuttavia non significa che ogni attribuzione patrimoniale eseguita durante una convivenza sia di per sé stessa ripetibile una volta venuto meno il vincolo sentimentale.

In merito, la giurisprudenza da tempo ha chiarito che la stabilità degli affetti e la comunione di vita proprie della famiglia di fatto hanno delle ripercussioni sul piano economico, in quanto creano un legame tra due sfere patrimoniali, un tempo assolutamente distinte. I Giudici chiamati a decidere in ordine alla richiesta di restituzione di somme corrisposte da un convivente a favore dell’altro ricorrono al concetto di “obbligazione naturale” (art. 2034 C.c. secondo cui: “Non è ammessa la ripetizione di quanto si è spontaneamente dato in esecuzione di doveri morali e sociali, salvo che la prestazione sia eseguita da un incapace”). In sostanza le erogazioni e/o contributi di fatto economicamente apprezzabili (si pensi al lavoro domestico) sono qualificate come espressione dell’adempimento di un dovere morale, ovvero della volontà di conformarsi agli usi. E’ necessario tuttavia, che la prestazione sia adeguata alle circostanze e proporzionale all’entità dal patrimonio ed alle condizioni sociali di colui che l’ha erogata (Cass.n°3713/2003).

La questione appare più complicata per quanto concerne i doni di apprezzabile valore, che non possono assolutamente ricondursi all’adempimento di un dovere morale e sociale. Spesso gli ex-conviventi ricorrono alla tutela legale per chiedere la restituzione di somme di denaro, gioielli, spesso regalati per consentire la prosecuzione del rapporto. La Cassazione con la sentenza n°11894/1998 è intervenuta sul punto, sancendo che in tali ipotesi si configurano vere e proprie donazioni da dichiararsi nulle per difetto di forma, ogniqualvolta manchi l’atto solenne. I Giudici di legittimità ritenevano infatti che l’ingente valore dei doni fosse da solo sufficiente a configurare una donazione, da qui la nullità dell’erogazione per mancanza dell’atto pubblico.

Detta pronuncia è stata fortemente criticata; quello che è certo è che non è possibile fornire una risposta valida per tutti i casi in cui ricorre un dono di ingente valore fra conviventi, potendosi configurare una liberalità d’uso, vale a dire un regalo in occasione dei servizi resi ed in conformità agli usi.

Un’altra questione concerne la casa familiare

In merito si precisa che se non c’è prole, la questione è rimessa alle parti; nel caso di immobile dato in locazione, si segnala che la Corte Costituzionale, con sentenza n. 404 del 7/4/1988, ha sancito l’illegittimità costituzionale del primo comma dell’art. 6 L. 27/7/1978, n. 392 (cosiddetta legge dell’equo canone), nella parte in cui non prevede tra i successibili nella titolarità del contratto di locazione in caso di morte del conduttore, in aggiunta al coniuge, agli eredi ed ai parenti ed affini con lui abitualmente conviventi, il convivente more uxorio (il diritto di subentrare spetta al convivente indipendentemente dal fatto che manchino eredi legittimi del conduttore, Cass. 8/6/1994, n. 5544).

Il contratto di convivenza

Molte coppie per evitare che si pongano problemi in caso di cessazione della convivenza, ricorrono al cosiddetto contratto di convivenza, con il quale si stabiliscono i doveri ed i diritti dei conviventi, addirittura stabilendo le somme da versarsi mensilmente per il mantenimento della famiglia.  La giurisprudenza di legittimità ha ritenuto che i contratti in forza dei quali i conviventi more uxorio regolano l’assetto dei loro rapporti patrimoniali sono da considerare validi in quanto contratti atipici, ai sensi dell’articolo 1322 Codice Civile, sempre che perseguano interessi meritevoli di tutela secondo l’ordinamento giuridico e non contrastino con norme imperative, con l’ordine pubblico o il buon costume (Cass. n. 6381/93). La Suprema Corte, inoltre, ha affermato che la convivenza more uxorio, almeno tra persone in stato libero, non costituisce causa di illiceità e, quindi, di nullità, del contratto attributivo di diritti patrimoniali collegato a detta relazione, atteso che la stessa non contrasta né con norme imperative, né con l’ordine pubblico e il buon costume, rilevando, al contrario, nel vigente ordinamento, per l’attribuzione della potestà genitoriale ex articolo 317-bis Codice Civile ed essendo fondata sugli stessi sentimenti e affetti caratteristici dell’unione coniugale, se stabile e duratura (Cass. n. 4476/76).

Va però chiarito che in caso di inadempimento, gli strumenti a tutela del convivente adempiente sono comunque diversi rispetto a quelli che la legge riserva ai coniugi.

*avvocato

(Per proporre quesiti da analizzare su ulteriori questioni legali i lettori possono scrivere all’indirizzo: consiglilegali@nullloschermo.it; sarà garantito il pieno rispetto della privacy).

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