Quando Lavia dice “Leopardi”

Quando Lavia dice “Leopardi”

LUCCA, 30 marzo – Con buona pace del poeta – quello morto – dipende tutto dal “quando”. Cioè da come lo si “dice”, da quale intonazione si sceglie per iniziare a verbalizzare la frase che dà il titolo a questa recensione. Perché – diciamoci la verità –  si fa presto a dire “quando”: ma quanti “quando” ci possono essere nascosti dentro queste sei lettere che compongono questa parola a noi tanto familiare?

Parecchi, fidatevi. Quando Lavia dice “Leopardi” , – per esempio – capita che qualcuno in teatro russi. E non in modo sommesso e discreto, badate bene; si parla di ronfate con aspirazione multipla, destabilizzanti per l’attenzione di tutti coloro che invece pendono dalle labbra del famoso interprete che, come suo solito, sguazza con mestiere nella propria capacità di catturare l’attenzione dei presenti, talento affinato nel corso di una vita trascorsa sui palcoscenici più importanti del pianeta. Quando Lavia dice “Leopardi” suonano un paio di cellulari.

Antipatico, certo: ma capita anche questo e il Maestro – magnanimamente – ci passa sopra, confidando nella tempestività di un gesto risolutorio che – fortunatamente – si compie abbastanza in fretta. Quando Lavia dice “Leopardi” si possono imparare un bel po’ di cose. Specialmente se – invece di recitare – il Gabriele Nazionale decide di condividere una parte del proprio sapere con una platea variegata, fatta di giovani, meno giovani e anche di vecchi che hanno deciso di lottare eroicamente contro le ammaccature del tempo per poter ascoltare “Leopardi” detto da Lavia.

Come tutti coloro che si sono innamorati della filosofia in età matura, Gabriele Lavia è più interessato ai segreti celati dentro la struttura poetica dell’immortale Giacomo piuttosto che al suono della propria  “finzione” (che deriva dal greco poèyn, termine che poi ha dato origine alla parola poesia e che – l’ha detto Lavia – significa “mettere in opera”); lo spettacolo – più una lectio magistralis che una performance – assume aspetti più interessanti quando il celebre attore scava infatti nei contenuti di poesie che tutti – almeno una volta nella vita – hanno dovuto imparare a memoria senza – spesso – averne capito troppo bene il significato. 

E’ il caso de “Il sabato del villaggio”, di cui Lavia analizza gli aspetti “botanici”, quelli “manifatturieri”  e anche quelli “mitici”, magari mascherati da semplici cornici rispetto all’impianto centrale di un significante che tutti più o meno sanno riassumere; il fascio d’erba, le viole, la vecchierella (parola su cui Lavia insiste parecchio, insieme a “donzelletta”), il zappatore (svelata la sua identità di becchino shakespeariano) fino ad arrivare al falegname che martella e raspa di notte alla maniera descritta da Fabrizio De Andrè nella canzone “Maria nella bottega del falegname”.

Tra Il sabato e “L’Infinito” c’è poi un’esibizione muscolare di poesia leopardiana in stile flusso – di – coscienza alla Joyce, durante la quale Lavia ci porta a ritroso dalla morte alla celebrazione della vita nascosta dentro “A Silvia”, per deporre insieme al pubblico, sulla “tomba ignuda”, un rametto di quella siepe che sembra oggi essere stata sostituita da uno sterile  muro per garantire la sicurezza dei turisti che si recano a visitare il famoso colle di Recanati.

E dopo il giardinaggio poetico, Lavia si dedica alla pastorizia orientale, dimostrando come le pecore fossero già al tempo di Leopardi, una scusa per parlare di altro: se infatti Canto notturno di un pastore errante dell’Asia è una struggente riflessione sulla vita condivisa con la Luna che può andare bene anche per chiunque faccia un altro mestiere, è opportuno ricordare che anche Philip K. Dick si è finto interessato ai sogni delle pecore (elettroniche) per poi raccontare il proprio punto di vista sulle miserie umane che affliggono creature artificiali.

Creature solitarie e un po’ tristi come gli attori, quindi come Lavia: chè a tratti sembra un uomo, a tratti un replicante alla Roy Batty. Follemente innamorato della vita, del sapere, della parola ma assolutamente consapevole che nel giorno della propria morte, tutto quanto si perderà nel tempo come “lacrime nella pioggia”. Siano le parole di Leopardi, di Schiller o i raggi B  balenanti nel buio vicino alle porte di Tannhäuser.

La lezione del Maestro finisce; ora è tempo di dormire.

Leggi anche: “Il Teatro nell’universo di Gabriele Lavia”

2 commenti

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2 Commenti

  • Sara Ricci
    Admin
    2 aprile 2012, 12:17

    Se proprio bisogna “dire”, almeno diciamo giusto: ποιείν – poiein, con buona pace della pronuncia del maestro, si dice con l’accento sulla E (l’accento sta scritto sulla iota [i], ma si pronuncia sulla epsilon [e]), e si scrive poiein. No, dico, generazioni di studenti sono stati bacchettati a suon di 4 nelle interrogazioni, per via delle pronunce sbagliate, e poi arriva Lavia e non gli si “dice” niente? Pfui.

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  • Admin
    20 aprile 2012, 18:55

    Anche Lavia sbaglia, eh si’. Figuraccia.

    RISPONDI

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