Quel ‘tarlo’ di Richman trasforma il concerto in spettacolo inusuale. Senza nostalgie

Quel ‘tarlo’ di Richman trasforma il concerto in spettacolo inusuale. Senza nostalgie

FIRENZE, 12 marzo – Scena: cassa, charleston, piatto, due congas al posto di rullante e tom, chitarra acustica suonata nel microfono. Basta. Jonathan Richman, alla Sala Vanni di Firenze, ci tiene subito a dire due cose: che questo non sarà un concerto – ma uno spettacolo – e che non sente nostalgia per il passato (si legga “niente richieste, please”).

Poi si spende per convincere il pubblico ad avvicinarsi per poter ballare, ma senza successo. La gente è intrappolata nelle poltroncine numerate e all’esortazione reagisce appena con un lieve sussulto. Così ci si adegua, lo spettacolo parte, si ferma, riprende. Jonathan ha smania di spiegare le canzoni, lo fa con il suo italiano in cantilena che è un po’ buffo, ma anche dolcissimo.

E’ difficile descrivere l’atmosfera della serata che va avanti spezzettata, traballante, tra canzoni in spagnolo, pezzi in italiano tratti da poesie di Pasolini e di Salvatore Di Giacomo, monologhi intimi e un po’ malinconici. Lo spettacolo diventa ‘strano’… Resta impassibile con le sue spazzole alle percussioni. Jonathan si muove, viene fra la gente, canta, parla, abbraccia la sua chitarra che tiene senza sostegni come una bambina piccola.

Il fatto è che lui è cambiato, non è più l’ironico ragazzino che dondolava la sua musica con una spensieratezza che strappava il sorriso. Adesso gli anni sono passati e Jonathan è più maturo, si è trasformato in un tarlo. Un tarlo che scava nelle parole e nei suoni, fino a trovarne la poesia. E’ questo che ci vuole dire: di guardare un cielo stellato, di preservare il privilegio di una notte di luna, di cantare tutto ciò.

Tutte cazzate? Non per lui, lo si percepiva; e allora che importa se lo spettacolo diventa inusuale, se non dura che un’oretta e se non c’è il bis (anche se richiesto a lungo). Lo amiamo lo stesso questo americano raro (dove ne troviamo un altro uguale?); lui ci ha donato se stesso, ha preso la sua anima e ce l’ha offerta a modo suo.

Noi ne siamo all’altezza? Non so, abbiamo solo cercato di acchiapparla.

redhochilibeppe@nullgmail.com

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