Il Natale nel Massachussetts: tra Occupy Boston e le molte disuguaglianze

Il Natale nel Massachussetts: tra Occupy Boston e le molte disuguaglianze

BOSTON, 28 dicembre. Protesta o subisci. Non credo sia il tempo di scrollare le spalle: se ti tirano uno schiaffo, accetta la ferita ma non avere paura di urlare il tuo dolore. Occupati di te stesso.” È questo che dice Joe Maya, appena licenziatosi da Wall Street per aprire un’agenzia di sopravvivenza dal nome «Occupy Yourself». Non è ancora chiaro di cosa si occupi il suo nuovo lavoro, ma è uno dei tanti casi dell’americano self made man che non si accascia nemmeno durante questa fine del 2011 di crisi economica. Ricorda il caso di non poco tempo fa, riguardo una signora stancatasi dopo tanti anni di lavoro a Wall Street e che insieme ad un’amica decidono di comprare una gelateria per mettersi in proprio. Ricatturare infatti il sogno americano è la variabile fissa, perdonateci l’ossimoro, anche di questo dopo Natale. Il mood, come spesso viene definito in Italia con fiero anglicismo, è restare ottimisti.

Non perdono infatti tendenza i pop-up store, negozi in pratica temporanei che durano anche solo un anno o meno. Il vantaggio sono i costi bassi di start-up, dell’avvio di un’azienda, compreso l’affitto dello spazio e i costi delle insegne, con in cambio l’ebbrezza di essere padroni del proprio piccolo territorio d’affari: si tratta di negozi etnici, manufatti, servizi, qualsiasi cosa che sia diversa dal solito mercato.

Tutto fa gola al consumatore americano: finite le feste, i grandi magazzini di regali e carta per avvolgerli vengono passati in rassegna dai vandali del rispamio che già pensano a prendere il regalo per il Natale successivo approfittando degli sconti stracciati di gennaio del 70%. Di solito quando la cronaca d’oltreoceano racconta anche le follie del Black Friday, il Venerdì dopo la Festa del Ringraziamento e in pratica l’inizio dei saldi invernali, come un giorno di feriti e ressa, non fa che dimenticare che molti di questi clienti arrivano dalle subburbie più povere.  

Trent’anni fa in Massachussetts, racconta infatti Andrew Sum, direttore del Centro Universitario del NordEst sugli Studi del Mercato del Lavoro intervistato dall’editorialista Megan Woolhouse del Boston Sunday Globe, eravamo tra le nazioni leaders in uguaglianza in fatto di tasse, ora siamo la regione leader nazionale in disuguaglianza”.

Sulle differenze di classe, ne sanno qualcosa Sean di 11 anni, orfano di madre, Anna di 9 e sua madre Tatiana, come anche Isaiah, Ava e Zackary di 3 anni figli di una ragazza madre che frequenta l’Università e a cui la YMCA e altre organizzazioni non profit hanno fornito cibo e regali (a qualcuno anche una rata del mutuo) coordinati da Mary Mulvey J. presidente della West Roxbury Business and Professional Association, non lontana periferia ad ovest della più famosa Roxbury ghetto inquieto dell’adolescente nero Malcom X. Ma entrando in una delle baracche di legno di queste ultime famiglie, spesso camper appoggiati su quattro mattoni in un campo sterrato e senza fognatura, abbiamo scoperto qualche televisore al plasma di 55 pollici.

Qui i poveri con la crisi non hanno perso infatti il brutto vizio di gestir male i soldi” ci racconta una delle volontarie dell’organizzazione di solidarietà, colpa anche di una cattiva educazione o disparità che si crea in quella che a Boston è oramai una lotteria dove famiglie sono costrette ad entrare per poter mandare i figli nella scuola pubblica: e spesso si ritrovano in classi disagiate con segregazioni razziali non degne del tempo in cui viviamo.

Rimangono invariati, nel ricco Massachussetts, anche i consumi culinari del Natale; ma forse questo è un fine 2011 dove gli spot pubblicitari insistono di più sulla salute, dopo il famoso scandalo di un certo pesce sul menu dei ristoranti di Boston ma che il cliente nel piatto se ne ritrovava un altro tipo più scadente.

Se dovessimo eleggere, non l’uomo dell’anno ma la Società dell’anno la medaglia andrebbe infatti alla Food and Drug administration, l’agenzia dei farmaci e degli alimenti del governo U.S.A. che lavora a stretto contatto con Michelle Obama, e la cui campagna contro l’obesità è nota: da allora molti colossi stanno cambiando rotta in vista di un consumatore sempre più attento. I negozi Supervalu usa colori diversi nell’etichette per mettere in luce i cibi ricchi di proteine o quelli con basse quantità di grassi idrogenati; la catena di supermercati all’ingrosso Walmart ha commissionato anch’essa cibi poveri in sali e zuccheri, come Walgreens che vende frutta e verdura locale.

Oggi è comunque un dovere esporre questo tipo di etichette, come non mai prima” racconta alla stampa Michael Jacobson, direttore esecutivo del Center of Science in the Public Interest, un gruppo di pressione di Washington. Sebbene le cattive abitudini e le preferenze della massa vadano verso marchi più fedeli come PepsiCo: sono proprio loro che rallentano la battaglia contro i grassi insaturi. Nonostante ricerche hanno appurato che solo il 7% legge le etichette sulle informazioni alimentari ogni qualvolta fa spese. Anche perché un programma dell’Unione Europea di usare colori separati per evidenziare le calorie è caduto nel vuoto negli States sotto la spinta della pressioni delle lobby degli alimenti in scatola.

È una nazione che comunque dimentica velocemente, come allo stesso tempo sa cosa vuol dire non perdere tempo con i movimenti di protesta che non portano risultati. È il caso di Occupy Wall Street che oramai è un pezzo da collezionismo. L’America, da buon paese giovane, sa quanto è prezioso avere un passato, così che la Smithsonian Institution come pure la New York Historical Society hanno messo in archivio i materiali del movimento Occupy: poster, documenti, segnaletica e tutto il loro armamentario ideale. Il Roy Rosenzweig Center for History and New Media della George Media University ha lanciato OccupyArchive.org con 2500 articoli nel database. A New York hanno festeggiato il Natale così: con una veglia dalla mezzanotte per ricordare il significato della loro protesta e leggere l’intero archivio. Proprio come l’agente finanziario Joe Maya, anche loro occupandosi di sé stessi non hanno subìto le ferite della crisi urlando il proprio dolore.

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