A distanza di cinque secoli Lucrezia Buonvisi di nuovo sotto accusa

A distanza di cinque secoli Lucrezia Buonvisi di nuovo sotto accusa

LUCCA, 1 dicembre – Domenica 4 dicembre alle 17, presso l’Auditorium San Romano, processo a Lucrezia Buonvisi: la controversa nobildonna lucchese che visse nel Seicento, sfidando prima la Repubblica di Lucca e poi la Chiesa, si troverà nuovamente alla sbarra degli imputati. La messinscena processuale è il terzo appuntamento ‘giuziario’ con i personaggi che hanno fatto la storia della nostra città – dopo il processo a Castruccio Castracani e a Lucida Mansi –, all’interno della serie “Giustizia ai Padri di Lucca”.

Il comitato scientifico – costituito da Angela Buzzanca, presidente, Antonella Giannini, coordinamento, monsignor Giuseppe Bernacchioni, affari ecclesiastici, Sergio Nelli, archivio di Stato, Marco Paoli, biblioteca Statale e Francesca Fazzi, casa editrice MPF – è partito anche per questo caso dalla ricostruzione storica, avvalendosi di una folta documentazione: dai materiali conservati all’Archivio di Stato di Lucca al racconto “Storia di Lucrezia Buonvisi” dello storico Salvatore Bongi; dal lavoro storico-romantico di Tito Strocchi, “Lucrezia Buonvisi”, e dalla biografia romanzata di Aurora Ghilardi, “Lucrezia Buonvisi – intrighi,passione e sangue nella Lucca del ‘500”, alla ricostruzione di Silvana Bedodi, “Lucrezia e i tuoi sogni”, finanche al romanzo investigativo “Nel buio della coscienza” di Maria Teresa Landi e Luciana Tola.

Il materiale raccolto è stato poi autonomamente rielaborato per imperniare la vicenda sul processo cui il Santo Uffizio sottopose Suor Umilia (Lucrezia).

La corte sarà formata dal giudice Antonio Giannoni, che la preside, dai due giudici Marcella Spada Ricci e Barbara Lastrucci, l’accusa è rappresentata da Domenico Manzione, mentre la difesa da Lodovica Giorgi e Mauro Cortopassi. Teste dell’accusa Bruno Giannoni, teste della difesa Francesca Valenti. Cancelleria e ufficio Giudiziario spettano infine rispettivamente a Patrizia Pieroni e Silvana Martusciello.

Assisterà al processo anche un comitato d’onore, a cui prenderanno parte i moderni illustri della città dell’antenata sotto accusa – Mauro Favilla, sindaco di Lucca, Enrico Rossi, presidente regione Toscana, Stefano Baccelli, presidente della provincia di Lucca, Antonio Romiti, presidente Istituto Storico lucchese, Gabriele Ferro, presidente Tribunale di Lucca.

Il processo prende spunto da un fatto di cronaca di grande risonanza nella Lucca del Sedicesimo e Diciassettesimo secolo – ha riferito Buzzanca -: l’uccisione del nobile Lelio Buonvisi da parte di alcuni sicari. Del fatto è accusato Massimiliano Arnolfini, da sempre innamorato della moglie della vittima, Lucrezia Malpighi, sospettata a sua volta di complicità nell’omicidio. Il processo avviato dal Magistrato del Gonfaloniere, condotto con insolita durezza, termina con la condanna a morte in contumacia dell’Arnolfini, mentre Lucrezia sfugge al carcere e alla tortura rifugiandosi in convento. Intorno a questo nucleo storico, ampiamente documentato, si muove tutta una serie di personaggi realmente esistiti – l’inquisitore Vicario Orazio Ugolini da Urbino, il Cardinale Gallo presidente della congregazione dei Vescovi e personaggi del Consiglio Generale della Repubblica -. Seguendo il processo si può riviver la particolare atmosfera di quel periodo inquieto: congiure, diffusione della riforma protestante, difficili rapporti della Repubblica con il Granducato di Toscana e con la Chiesa, ma anche una Lucca piena di riferimenti culturali, economici e sociali”.

Ma vediamo più da vicino la storia di questa donna che è stata più volte paragonata ad un atro personaggio discusso e misterioso – e tra l’altro storicamente contemporaneo – come quello della Monaca di Monza manzoniana.

Lucrezia era figlia di Vincenzo Malpigli, appartenente ad una delle famiglie più ricche della città, e Luisa Buonvisi, figlia di Benedetto, appartenente ad una famiglia ancora più ricca e prestigiosa.

Dal matrimonio nacquero tre femmine e un maschio. Lucrezia fu l’ultima dei figli, nata a Lucca nel 1572 (tre, quattro anni prima, dunque, della Monaca di Monza) e visse la sua infanzia a Ferrara e “appena potea dirsi donna” – i virgolettati sono da attribuirsi al contributo storico di Salvatore Bongi – fece ritorno a Lucca, “messa in ischiera tra le più belle“.

Il suo destino era quello di sposare un Buonvisi, famiglia da cui discendeva la madre.

Il primo dei prescelti morì “poco dopo fissato il matrimonio“; si scelse allora uno dei fratelli e accadde la stessa cosa.

Ma le due famiglie, “non sgomentate da siffatti presagi stabilivano che la sposasse un terzo di quei fratelli, di nome Lelio e le nozze infauste si celebrarono in Lucca nell’agosto del 1591.”

Lelio aveva 26 anni e Lucrezia 19.                                                                                                           

Non era passato ancora un anno da quel matrimonio, che esso si rivelò sterile; così la giovane sposa cominciò a ricoltivare una vecchia passione, quella che, a Ferrara, l’aveva vista amoreggiare con Massimiliano Arnolfini, discendente pure lui da una illustre famiglia lucchese, la stessa ritratta nel celebre quadro di Van Eyck, del 1434, conservato alla National Gallery di Londra.

Così avvenne che una sera, il primo giugno del 1593, mentre Lelio passeggiava con la moglie, giunti nella piazza San Lorenzo, dove si erge la Chiesa de’ Servi, fu assalito da un gruppo di uomini e “cadde trafitto da diciannove ferite“.

Il giorno successivo fu emesso un bando “che ingiungeva ad ogni persona, che per qualunque via o modo avesse notizia o indizio degli omicidi, di farne denunzia al Gonfaloniere dentro ventiquattro ore, pena il taglio della testa e la confisca a chi non ubbidisse.”                                      

Si sospettò subito di Massimiliano Arnolfini. Si seppe che il sospettato, insieme con “i suoi scellerati”, aveva valicato il confine lucchese “dalla parte della Garfagnana.

Si interrogarono diversi sospettati, usando anche la tortura, finché uno di questi, Vincenzo da Coreglia, confessò di “essere stato avvisato come veramente dovesse ammazzarsi il Buonvisi per ordine di Massimiliano, e che al fatto sarebbero stati Pietro da Castelnuovo, Ottavio da Trapani e Nicolao da Pariana. Essergli stata assegnata la parte di star presente all’assassinio per salvare le armi e sostenere gli uccisori nel caso che sopravvenissero i birri.
Massimiliano fu condannato “ad aver mozza la testa e nella confisca dei beni; i tre assassini dover essere posti in un luogo eminente, ivi tanagliati con tanaglie infuocate, poi appiccati; più la confisca senza detrazione di legittima ed il bando ai figli e fratelli germani e con essi abitanti, secondo quanto disponeva lo Statuto. Il Carli e Vincenzo da Coreglia esser incorsi nella pena della testa.

Anche per Lucrezia fu ordinata la cattura, che non poté avvenire “per esser costei rifuggita nel convento di Santa Chiara, ivi tonsurata e vestita monaca“, assumendo il nome di suor Umilia Malpigli. Consigliata dalla famiglia, era entrata in convento il 5 giugno 1593.

La Repubblica di Lucca inviò, allora, un cancelliere a Roma “per impetrare dal Papa di catturare Lucrezia, la quale dicevano ‘indiziatissima’ d’aver tenuto mano all’assassinio del marito, poi rifuggita in frode della legge nel convento.

Il processo si concluse “dopo otto giorni di esami e di ricerche, e undici dal commesso delitti”.

Ma Clemente VIII trovò molti appigli per non consegnare la suora.           

Continuava, nel frattempo, la caccia a Massimiliano che “s’era ridotto coi suoi bravi, e con altri simili che aveva raccolto per via, nei paesi di Valdimagra tra Castelnuovo e Sarzana”.

Da un tal Giovanni da Fano si apprese che Massimiliano non solo “non negava di aver ammazzato Lelio Buonvisi, ma liberissimamente lo confessava.” Di lì a poco, tuttavia, doveva raggiungerlo la notizia che la donna per la quale aveva commesso il delitto, “niente fedele alla prima passione, benché monaca, andava moltiplicando gli amori e i delitti”.

Fu per lui un duro colpo che fiaccò “all’audace le forze del corpo e la serenità della mente, tantoché fu detto addirittura da alcuni cronisti che ‘il rimorso di sì atroce delitto l’avea reso stolido e mentecatto’”.

Arrestato proprio davanti ai cancelli di Villa Buonvisi, fu per questa ragione che la Repubblica decretò che “’trovandosi Massimiliano Arnolfini fuor di cervello’ gli fosse permutata la pena col murarlo a vita nella torre di Viareggio“.

Quella torre, costruita nel 1534 e attorno alla quale si costituì il primo nucleo cittadino, è ancora presente in Viareggio e conosciuta come Torre Matilde. Fungeva ancora da carcere fino a non molti decenni fa.

Scrive il Bongi: “Era a quei tempi Viareggio uno squallido villaggio di povere capanne, quasi inabitabile per le nefande e pestifere esalazioni delle vicine paludi”.

Chiuso nella torre e con quel clima, l’Arnolfini resistè per circa dieci anni, quando si seppe, nel maggio del 1625, “che da tre giorni non aveva tocco il cibo, e che per una gran perdita di sangue pareva in procinto di morte”. Poco dopo questo episodio si sono perse le sue tracce nei documenti.

Lucrezia continuava, intanto, a coltivare in convento le sue passioni: “si era ugualmente saputo che Tommaso Saminiati era preso particolarmente di suora Umilia Malpigli. Costei toccava oramai i trentacinque anni di età; ma tanto avea conservato di bellezza e di fuoco, da affascinare del tutto esso Saminiati, benché di dieci anni più giovine”.

Anche un certo “Pietro pittore” figura tra gli amanti della donna, e il Saminiati l’aveva talmente in odio che voleva ucciderlo per “levarsi questa peste d’attorno”.

Al modo della più celebre Monaca di Monza, anche suora Umilia “dovea col veleno spengere una povera monaca. Era costei suor Calidonia Burlamacchi, che ritiratasi dalla sua compagnia, temeva potesse palesarne le colpe”. Fu il Saminiati a procurarle il veleno. Quel convento fu presto in preda a scelleratezze e, oltre suor Umilia, altre suore furono implicate in scandali: “Orizia Orsucci, Cherubina Mei, Paula Altogradi, Dionea Martini, e Massimilla Ludovici“.

Fu a questo punto informato il nuovo Papa Paolo V che autorizzò il processo, mettendo fine alle protezioni di cui la donna godeva in virtù delle sue parentele altolocate.

Gli atti processuali furono quindi inviati a Roma, che fu pronunciata dal Papa nei confronti delle monache implicate negli scandali del convento.

Riguardo a suor Umilia la sentenza dispose che fosse “condannata pure alla carcere come sopra; ma solamente per sette anni & alla privatione per sempre dello scapolare, del velo e della voce attiva e passiva“.

In realtà trascorse nove anni imprigionata nella cella, non volendo sottomettersi, scaduti i sette anni della pena, subì l’umiliazione di non poter più indossare l’abito e il velo, finché, il 6 marzo 1618, “le fecero grazia della carcere, restituendole l’abito e la voce attiva; a condizione però che mai potesse accostarsi ai parlatorii, ruote e porte del convento, senza una licenza riservata alla stessa Congregazione”.

Di lei non si parlerà più se non nel testamento della madre Luisa Buonvisi scritto il 17 settembre 1618, ossia pochi mesi dopo la sua scarcerazione.

Avea allora raggiunto l’anno quarantesimo sesto d’età. Quando poi cessasse di vivere non ci fu dato di ritrovarlo, mancando i registri mortuari del convento, disperso col maggior numero delle sue carte allorché fu soppresso. Così scompariva senza lasciare traccia della sua fine, forse negletta e solitaria nella cella, colei che tanto avea fatto parlare di sé nell’età più fiorita, ed infiammato il cuore di più d’uno a caldissimo amore”.

Secondo la leggenda, Lucrezia e l’Arnolfini si incontravano segretamente a villa Buonvisi di Camigliano (oggi Villa Torrigiani), dove la credenza popolare vuole che dimorino ancora i fantasmi dei due amanti.

Inserisci il tuo commento

La tua e-mail non verrà pubblicata. compila tutti i campi obbligatori*

Se pubblichi stai dando il consenso alle regole di base , ai termini del servizio e alla normativa sulla privacy
Annulla

.

Newsletter


WP Facebook Auto Publish Powered By : XYZScripts.com