Proibizionismo o legalizzazione? La prostituzione oggi nel mondo, fra passato e presente

Proibizionismo o legalizzazione? La prostituzione oggi nel mondo, fra passato e presente

LUCCA, 4 settembre  – In clima di crisi economica e di manovre finanziarie dirette a tagliare molte risorse, il sindaco di Altopascio Maurizio Marchetti ha recentemente risfoderato la proposta di legalizzare la prostituzione attraverso la creazione di quartieri comunali a luci rosse, con controlli severi e una gestione pubblica dei proventi.

La notizia, pubblicata anche sul nostro quotidiano, ha destato interrogativi, critiche e approvazioni.

Quello che ci si domanda: è veramente sbagliato voler autorizzare e regolare il “mestiere più antico del mondo” offrendo certezza nei controlli e trasparenza nella gestione delle ricchezze che quest’attività può produrre? Non è controproducente reprimere un fenomeno che, anzichè scomparire, appare in aumento malgrado i buoni propositi della vecchia legge Merlin?

Quando si parla di prostituzione normalmente lo si fa in un’accezione negativa, pensando al mercato nero e alla mercificazione dei corpi.

Però forse i più non sanno che la prostituzione ha avuto trattamenti diversi nelle diverse epoche storiche.

Difficile da credersi, ma anticamente l’atto del prostituirsi era considerato alla stregua di un rituale sacro, nel quale le donne si concedevano alle divinità impersonate dai re, dagli imperatori e dai potenti in generale.

Scriveva a riguardo Erodoto: “In tempi passati la donna che si concedeva era una sacerdotessa dedicata agli dei e dandosi a qualcuno essa eseguiva un grande atto di adorazione. Aveva il rispetto degli altri e gli uomini nell’usare di lei la onoravano”.

Nell’antica Babilonia, inoltre, vigeva una legge per cui almeno una volta nella vita le donne dovevano andare al tempio della Dea Militta per concedersi sessualmente a un cliente, il quale avrebbe simbolicamente offerto loro del denaro gettandolo sul loro ventre o sulle loro ginocchia come atto sacrale; da qui che nasce il pagamento della prestazione sessuale.

Nell’antica società greca poi, la prostituzione, sia femminile che maschile, era regolata da leggi; coloro che la esercitavano erano trattati con assoluto rispetto in quanto erano considerati persone influenti e indipendenti che, peraltro, pagavano regolarmente le tasse.

Non solo i greci, ma anche i romani avevano provveduto a disciplinare il fenomeno della prostituzione che era praticata nei lupanari (ndr. bordelli), edifici siti fuori dalle città, aperti soltanto nelle ore notturne, ma tutelati e controllati dallo Stato. In quei luoghi le prostitute o meretrici, generalmente schiave o appartenenti ai ceti più bassi, accoglievano per lo più il popolo più povero. Per i patrizi, invece, era moralmente indecente recarsi in simili locali e pertanto gli “incontri” erano generalmente organizzati alle terme o in occasione di spettacoli, in modo da salvaguardarsi la reputazione.

I bordelli, inoltre, erano una vera e propria fonte di ricchezza per lo Stato.

Basti pensare che nel IV secolo d.C., durante l’impero di Costantino, prostitute e tenutari di case chiuse, dovevano versare la c.d. “collatio lustralis”, imposta prevista per tutti gli “atti di commercio”, da pagarsi ogni cinque anni.

Si sono quindi susseguiti periodi di tolleranza e periodi in cui la prostituzione era considerata “atto immondo”, così come nell’insegnamento della Chiesa.

Facendo un salto nella storia arriviamo all’Italia di Cavour ed assistiamo alla nascita delle case di tolleranza statali disciplinate dal “Regolamento del servizio di sorveglianza della prostituzione” del 1859 (trasformato in legge il 15 febbraio 1860) con cui si autorizzava l’apertura di case controllate dallo Stato per l’esercizio della prostituzione in Lombardia; il suo ambito di applicazione fu successivamente esteso all’intero paese dopo l’unità d’Italia. Il regolamento fu adottato per lo più per l’esigenza di contenere i numerosi casi di malattie contratte dai soldati sabaudi.

La legge fissava le tariffe adeguandole all’inflazione: dalle cinque lire per le case di lusso alle due lire per quelle popolari. Altre norme prevedevano la necessità di una licenza per aprire una casa, l’obbligo del pagamento delle tasse a carico dei tenutari ed i controlli medici da compiere sulle prostitute in modo da contenere le malattie veneree. Esisteva una norma specifica che prevedeva il ricovero coatto in ospedale per le prostitute che fossero state contagiate.

Nel 1891, inoltre, si decise di abbassare le tariffe praticate nelle case chiuse per evitare il dilagarsi della prostituzione libera, priva dei controlli di legge.

Con il regime fascista la prostituzione fu disciplinata in maniera compiuta con il Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza del 1931 (r.d. 18-6-1931, n. 773) che impose misure restrittive nei confronti delle prostitute, obbligatoriamente schedate dall’autorità. La prostituzione era ritenuta necessaria perché i bordelli erano considerati “luoghi di celebrazione della virilità del maschio”. Vi era un’attenta cura dell’igiene: le donne erano sottoposte a viste ginecologiche costanti su disposizione dell’autorità e in caso di malattia si doveva immediatamente interrompere l’attività.

Al termine della seconda guerra mondiale iniziò un lungo dibattito che condusse alla legge n. 75 del 20 febbraio 1958 (legge Merlin) con cui l’Italia abolì le norme che regolavano la prostituzione e contestualmente avviò, al pari degli altri paesi, la lotta contro lo sfruttamento della stessa; furono così soppresse le case di tolleranza.

Questa legge dette esecuzione alla Convenzione Onu del 1949-1951 sulla prostituzione e la tratta delle persone, nata con l’obiettivo di reprimere la malavita collegata al fenomeno, nel rispetto della dignità e del valore della persona umana.

In sostanza, secondo la predetta convenzione, l’attività di prostituzione assume i caratteri di una libera professione sprovvista, tuttavia, di un riconoscimento formale.

La legge n. 75 del 1958, all’art. 3, vieta l’esercizio di case di prostituzione nel territorio italiano e punisce con la reclusione da due a sei anni e con la multa da euro 260 a euro 10.400 chiunque abbia la proprietà, l’esercizio, diriga, controlli o amministri una casa di prostituzione; con la stessa sanzione essa punisce chi conceda in locazione un immobile a tale scopo o il proprietario di un luogo ricettivo (albergo, circolo, locale da ballo ecc.) che tolleri persone che abitualmente si danno alla prostituzione o chi recluti o agevoli una persona a prostituirsi o che comunque compia atti di lenocinio.

L’art. 4 della legge Merlin contiene anche ipotesi aggravate del reato di favoreggiamento e di sfruttamento della prostituzione, mentre, all’art. 5, prevede una sanzione amministrativa pecuniaria  (da euro 16 a euro 93) per chi, indipendentemente dal sesso, inviti al libertinaggio in modo scandaloso e molesto o segua persone per la strada invitandole, con atti e parole, al libertinaggio. 

In sostanza, in Italia la prostituzione è lecita ma non può essere esercitata in case chiuse o come attività organizzata poiché è vietata sia la gestione dell’attività da parte di terzi che il c.d “meretricio di Stato”, ovvero, ogni forma di sfruttamento o favoreggiamento della stessa.

Vani sono stati i tentativi di modificare la legge Merlin, nonostante le aspre critiche in quanto essa non ha fatto altro che consentire la mercificazione del corpo in totale assenza di controlli sia di carattere fiscale – tributario che sanitario.

Le statistiche riferiscono che, in seguito all’entrata in vigore della legge del 1958, la prostituzione e la criminalità ad essa collegata, anziché diminuire, hanno assunto valori allarmanti proprio per il mancato controllo che un tempo era esercitato dallo Stato. Sono aumentati altresì i casi di tratta dall’estero di donne, uomini e perfino bambini.

Com’è la situazione nel panorama mondiale?

Il modello proibizionista assoluto in cui la prostituzione è illegale è quello adottato dai paesi musulmani (alcuni dei quali prevedono per essa la pena di morte) e dai paesi dell’Europa dell’est (salvo Polonia e Bulgaria).

Nell’Europa del nord (Svezia, Norvegia e Islanda), invece, si punisce il cliente, ma non il soggetto che si prostituisce, considerato vittima di sfruttamento.

Altro paese proibizionista è l’America del nord ad eccezione dello stato del Nevada.

La prostituzione è considerata illegale anche nella maggior parte dei paesi africani, asiatici e in Oceania.

Esiste poi il modello abolizionista, come quello italiano, che non vieta la prostituzione, ma punisce il favoreggiamento, l’induzione, il reclutamento, nonché la gestione di case chiuse; esso è presente anche in Francia, nel Regno Unito, in Canada, in Portogallo nonché in alcuni paesi del sud America (Brasile, Cina, Argentina) e dell’Asia (India, Hong Kong, Giappone).

Differente è, invece, il modello per il quale la prostituzione è lecita e regolamentata da norme pubblicistiche che impongono tasse e controlli sanitari obbligatori e stabiliscono i luoghi adibiti all’esercizio di tale attività.

In Olanda la prostituzione è lecita e regolata dal 1815 e, dal 2000, lo sono anche le case di appuntamento.

La legge olandese tratta la prostituzione come una normale professione, a condizione che sia svolta da soggetti maggiorenni e residenti nel paese. L’esercizio dell’attività deve avvenire in specifiche zone, devono essere pagate determinate imposte e si è sottoposti a controlli periodici medici, fiscali e di ordine pubblico.

In Germania dal 2002 la prostituzione è considerata un lavoro tout court con relativa assicurazione sanitaria, sussidio di disoccupazione, permessi, pensione e la prestazione è sovente esercitata nelle case chiuse.

In Austria la prostituzione è consentita di norma nelle case chiuse, tollerata in alcune zone all’aperto e, in ogni caso, è obbligatoria la registrazione.

In Grecia chi esercita la prostituzione deve iscriversi in appositi registri e sottoporsi a regolari controlli medici per l’autorizzazione dell’attività.

Ancora. In Spagna è vietato l’adescamento per strada e punito lo sfruttamento, ma esistono club ad hoc (c.d. “puticlub”) legali. Egualmente regolamentata è la prostituzione nei seguenti Stati: Nevada, Messico, Colombia, Turchia e Libano.

Alla luce di questo excursus, può davvero ritenersi controproducente in Italia una regolamentazione che permetta di controllare sotto il profilo sanitario, fiscale e previdenziale un fenomeno comunque inarrestabile?

Fonti:it.wikipedia.org; storiain.int.

(Ricordiamo ai nostri lettori che ogni articolo di questa rubrica è basato anche sulle richieste arrivate via mail alla redazione, per porre quesiti su ulteriori questioni legali possono scrivere all’indirizzo: consiglilegali@nullloschermo.it; sarà garantito il pieno rispetto della privacy).

* avvocati

Leggi anche l’articolo di rirerimento: Marchetti (PdL): “Basta ipocrisie, ai Comuni la gestione della prostituzione legalizzata”

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