ThinkVisual – un viaggio nella fotografia su LoSchermo.it: consigli per fotografare meglio

LUCCA, 8 giugno – Con l’articolo di oggi chiudiamo questa serie dedicata alla fotografia. Abbiamo avuto modo di vedere come questa disciplina abbia ormai una ricca tradizione alle spalle che ne permette uno sviluppo quanto mai vario in differenti settori, dal fotogiornalismo alla fotografia di ricerca. Tuttavia esistono delle linee guida che sono comuni non solo ai vari generi fotografici, bensi’ a tutti i linguaggi, visivi o meno.

Dobbiamo tenere presenti queste similarita’ perche’ il rischio che incontriamo, ed in effetti e’ assai frequente in fotografia, e’ quello di chiudere gli occhi e perdere di vista il significato piu’ ampio dei nostri sforzi. Che non e’ certo quello di comprare quante piu’ macchine fotografiche possibile o fare a gara a chi ha l’obbiettivo piu’ lungo. Lo scopo dovrebbe essere quello di sviluppare un linguaggio personale che sia di interesse anche per altre persone. Messa cosi’ sembra facile ma non lo e’ troppo.

Anche perche’ non appena si esce da un discorso prettamente tecnico ci troviamo subito in una condizione di esposizione personale molto piu’ profonda: se quello che esprimiamo sara’ proprio quello che sentiamo allora ogni ipotetico spettatore sara’ in grado di leggere una buona parte di noi stessi. Questa sensazione non e’ assolutamente naturale ne’ tantomeno facile da sostenere, anzi il piu’ delle volte imbarazza poiche’ non siamo abituati ad essere guardati cosi’ in profondita’.

Con questo articolo di commiato voglio quindi lasciarvi alcuni trucchi per capire come funziano dall’interno alcuni meccanismi che sono universali e sperimentati da tutti quelli che vogliano fare un certo percorso, e che se non riconosciuti possono spaventare fino a bloccarci completamente. 

Anzitutto sfatiamo uno dei piu’ grossi e pericolosi equivoci che ci siano, un lavoro artigianale si impara con pazienza e applicazione, uno che riguarda le categorie del linguaggio o dell’arte visiva invece no, bisogna essere dotati di natura. Falso, si impara tutto, basta studiare. Certo capita che ci siano persone a volte naturalmente portate per alcune attivita’, ma se non si applicassero resterebbero sempre al punto di partenza. Della serie geni si nasce, bravi lo si diventa. Talento, perseveranza, intuito, applicazione, sono tutte doti che se combinate assieme portano a qualche risultato, altrimenti servono a poco.

Altro mito da sfatare e’ quello per cui chi realizza un lavoro bello ed importante ci sia riuscito con facilita’ e velocemente. Falso ancora. Anzi e’ per solito sempre vero il contrario, ogni bel lavoro e’ frutto di enorme sforzo e sofferenza, crisi vocazionali, voglia di mollare tutto, alternato ovviamente a momenti di esaltazione ed estrema convinzione. Da queste modalita’ non si esce, funzionano sempre e per tutti cosi, il processo creativo alterna momenti alti ad altri bassissimi: interrompere un lavoro non appena arrivano le difficolta’ non e’ tanto segno di debolezza (umana e necessaria anche quella) quanto un segnale di poca comprensione e ignoranza di queste dinamiche. Scoraggiarsi di fronte alle difficolta’ e agli insuccessi e’ non solo normale ma fa parte del percorso che portera’ alla nascita’ di un (eventuale) qualcosa di buono. 

Spesso c’e’ un altro tabu’ a fare confusione, che un buon prodotto (anche artistico) sia perfetto. E’ chiaro che se la pensiamo cosi’ ogni nostra mossa apparira’ goffa e maldestra rispetto all’obbiettivo finale, e non tarderemo ad interrompere quanto di anche buono stavamo facendo. Nessuna opera d’arte o prodotto artigianale puo’ essere perfetto in senso assoluto, per cui e’ meglio che la nostra attenzione si concentri non tanto sulla perfezione ma sulla sua unicita’ e personalita’, dobbiamo renderlo piu’ simile possibile a quello che sentiamo. Che e’ appunto quello che vogliamo dire e trasmettere.

I trabocchetti e le insidie sono sempre dietro l’angolo, ed e’ per questo che e’ difficile creare un qualcosa di unico, bello, personale ed interessante anche per il resto del mondo.

Spesso c’e’ troppa fretta e troppa ansia da prestazione, se fosse cosi’ facile esporre i propri lavori nei piu’ importanti musei del mondo forse non perderemo nemmeno tempo per farli. Infatti non e’ affatto facile, scontato e normale esporre al Moma o in simili posti, e chi lo fa non e’ altro che una percentuale bassissima di tutti quelli che ci provano, non per questo sono da considerare migliori a priori.

Chiunque voglia avvicinarsi alla fotografia (anche ad altri settori, le regole non cambiano) deve tenere bene in mente come funzionano le cose, altrimenti rischia di essere spazzato via alla prima onda.

L’unico consiglio che posso dare a proposito e’ quello di non demordere mai e di portare sempre avanti una parte di studio e di analisi accanto alla pratica fotografica vera e propria. Solo scoprendo cose nuove arriveranno nuove idee e nuovi stimoli, e saremo anche al riparo da brutte figure, come la classica convinzione di aver in mano un progetto valido e nuovo per sentirci poi dire che e’ un’idea gia’ vista e rivista ovunque. Meglio comunque sentirsi dire una cosa del genere che non mostrare affatto I nostri lavori, se ci priviamo di un punto di vista (piu’ sono e meglio e’) esterno sul nostro lavoro rischiamo di perdere completamente la bussola.

C’e’ un’altro elemento molto importante che in fotografia si tende a dimenticare, ovvero quello di finire i lavori. Spesso si ha un’idea, un paio di foto pronte a confermarla, e ci sentiamo gia’ in tasca un ottimo lavoro. Non lo e’ affatto, semmai e’ un ottimo inizio, cosa assai diversa. E’ un problema comune a tutti i linguaggi, Calvino stesso ha dedicato pagine importanti a questa problematica esemplificandola sul proprio lavoro. Anche lui iniziava tanti progetti, aveva molte idee e per ognuna di queste aveva un cassetto in cui custodirle. Come una nuova arrivava andava subito a riempire uno dei cassetti esistenti oppure veniva creata una nuova categoria se toccava tematiche ancora da esplorare. Fino a che restavano nei cassetti erano solo idee, tanti inizi possibili ma niente di concreto ancora. Solo prendendo il materiale scritto, dandogli una forma ben precisa secondo un’idea personale poteva accadere che questo si trasformasse in un lavoro compiuto. Ma fino a quel momento non c’era niente che potesse essere pronto per il pubblico.

Spesso i fotografi fanno lo stesso, hanno tre ritratti buoni e si considerano ritrattisti, hanno tre foto fatte ad un matrimonio e si considerano reportagisti. Cosi’ funziona nella fantasia, dove ci definiamo spesso solo in base ai nostri desideri, ma non funziona cosi’ nella realta’. Un ritrattista non fa un ritratto buono ogni tanto, fa solo ritratti buoni perche’ quello e’ il suo lavoro, variera’ certo da giornata a giornata ma non poi tanto. In alcune occasioni fara’ invece dei ritratti eccezionali, per poi tornare sul solito standard comunque alto, senno’ che ritrattista sarebbe. Stesso discorso per un reportagista, non fa fotografie di matrimonio ma realizza reportage che e’ un settore assai diverso.

E’ un’altra delle cose da sfatare, che la fotografia sia un territorio molto vago e personale dove e’ vero tutto ed il suo contrario. Fosse cosi sarebbe un bel casino, ben peggiore di come funzionano le cose adesso.

A questo proposito ho inserito nella gallery qui sotto alcune foto che adesso, e solo adesso, ho deciso di rendere pubbliche. Non perche’ fossi particolarmente timido o insicuro su di loro, ma perche’ e’ stato fino adesso un progetto in corso d’opera e renderlo pubblico non avrebbe avuto senso causa la sua incompletezza. Ora che almeno la prima parte del progetto e’ terminata ha senso farlo vedere perche’ puo’ essere letto secondo quelle che erano le mie intenzioni. Ovviamente la fruizione di un’opera e’ sempra una mediazione tra quello che chi l’ha realizzata vuole e quello che lo spettatore percepisce, per cui ognuno di noi avra’ sempre reazioni un po’ diverse di fronte alle solite immagini. E’ anche questo un passaggio non naturale che dobbiamo rendere piu’ semplice e indolore possibile. Se non siamo abituati a questo, sapere che altre persone guarderanno le nostre foto ci rendera’ abbastanza nervosi, ma siccome funziona sempre cosi’ tanto vale farci l’abitudine. L’idea stessa che un qualsiasi spettatore potesse non apprezzare una mia foto mi rendeva nervoso. Con il tempo capisci che non puoi farci niente, e che se il consenso sara’ universale ben venga, altrimenti va bene lo stesso. Questo non deve valere come scusa, se alcune persone di cui ci fidiamo non apprezzano il lavoro sara’ importante chiedersi il perche’, anzi sarebbe importante andar loro a chiedere cosa ne pensano prima di pubblicare un lavoro. Poi ognuno prendera’ le sue decisioni. 

Quello che sinteticamente mi interessa in questo lavoro e’ dare spazio ad un certo tipo di paesaggio in qualche modo classificabile come di serie B per risonanza mediatica ma non per questo meno interessante, anzi per me lo e’ anche di piu’:

su questo paesaggio posso leggere come sulla pagine di un libro aperto, ci sono molte tracce, dettagli, elementi che mi rimandano ad una precisa cultura, ad un suo preciso uso del territorio, sia contemporaneo che storico. Oltretutto lo spazio fisico che questo paesaggio riveste, in particolare in Toscana, e’ ben maggiore di quello che vediamo nelle classiche cartoline, giudicato generalmente piu’ accattivante ma certamente piu’ stereotipato, arido e isolato rispetto a questo di serie B. Alla fine sono fotografie di paesaggio, quasi mai compaiono persone ma nonostante questo e’ proprio di loro che si parla.

Per collegarsi a quanto dicevo prima, la nascita di queste foto non e’ stata ne’ facile ne’ indolore. C’e’ stato un tempo in cui a queste foto pensavo e basta, senza farle, per capire dove e come si sviluppava il mio interesse per il territorio.

Poi e’ iniziata la fase di scatto, con i tipici momenti di soddisfazione alternati ad altri di disperazione. Tutte cose che devono accadere, e accadono, regolarmente. Dopo alcuni mesi il progetto ha cominciato a delinearsi meglio ed in questa fase piu’ si scatta e meglio e’, perche’ e’ solo andando avanti a guardando le fotografie realizzate che comincia la costruzione vera del lavoro. Da ultimo c’e’ un’altra fase che spesso viene ignorata troppo, quella dell’editing. Tra tutte le foto fatte, solo pochissime funzionano a dovere, e capire quali e’ ovviamente fondamentale. Nonostante questo, e nonostante quel 90% di fotografie fatte e non utilizzabili possano andare direttamente nel cestino, e’ fondamentale capire come tutte quelle “brutte” siano state fondamentali per arrivare a quelle buone: senza le prime non ci sarebbero state le seconde, ecco la loro vera importanza, non certo marginale e assolutamente da capire.  

Leggi la prima puntata: introduzione.

Leggi la seconda puntata: tempi e diaframmi.

Leggi la terza puntata: il reportage.

Leggi la quarta puntata: il “reportage underground”.

Leggi la quinta puntata: la fotografia d’autore.

Leggi la sesta puntata: il ritratto.

Leggi la settima puntata: il fotoritocco.

Leggi l’ottava puntata: la fotografia e l’arte.

Leggi la nona puntata: la fotografia di Massimo Vitali.

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3 commenti

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3 Commenti

  • Admin
    9 giugno 2011, 22:31

    Credo che riuscire a creare un progetto su alcuni paesaggi di serie B come li hai definiti e renderlo funzionante sia però una dote concessa a pochi(te chiaramente ce la fai alla grande).Ho aspettato l’ultima puntata per renderti omaggio…leggere i tuoi articoli è un po’ come essere allo studio con te e sentirti parlare quando tieni una lezione.Ti sono grato per quello che ci hai insegnato durante il corso dell’anno scorso e soprattutto per questo articolo che riflette in pieno i nostri punti deboli,ma che serve per spronarci a continuare a scattare anche quando torniamo da un week end come il mio, trascorso a Punta Ala a scattare per una regata e arrivare a casa e vedere che tutto ciò che ho fatto è veramente merda!!!!
    Un abbraccio
    Federico

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  • Admin
    10 giugno 2011, 07:05

    parafrasando Fantozzi
    “la neotopografia è una cagata pazzesca”
    punto.

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  • Admin
    13 giugno 2011, 01:46

    @ anti: non parafrasare, spiega direttamente come la pensi

    RISPONDI

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