ThinkVisual – un viaggio nella fotografia su LoSchermo.it: la fotografia di Massimo Vitali

LUCCA, 1 maggio – Con la puntata di oggi entriamo all’interno dell’universo iconografico di Massimo Vitali.

Per chi non lo conoscesse, Vitali è uno dei protagonisti della ricerca fotografica contemporanea, rappresenta una di quelle figure grazie al cui lavoro i confini della fotografia vengono spostati leggermente più avanti, sembrano piccoli passi ma in realtà equivalgono a chilometri. 

La sua opera assume così un valore storico oltre che attuale. 

L’elemento a cui è comunemente associato è quello del paesaggio con figure (spiaggia con bagnanti per la precisione), con composizioni caratterizzate da un punto di vista dall’alto, spesso fronte spiaggia con le spalle rivolte al mare. Per la grande importanza che ricopre l’elemento naturalistico nelle sue immagini è giustamente considerato uno dei maggiori rappresentanti della fotografia di paesaggio, benché vedremo come quest’elemento abbia un ruolo importante ma non così primario. 

Andiamo subito al sodo e vediamo quale sia il soggetto principale delle fotografie di Vitali. Ognuno di noi può scoprirlo senza per questo essere un esperto o un critico, se alle foto di Vitali levassimo il paesaggio ma lasciassimo le figure sarebbero probabilmente sempre riconoscibili come sue. Se lasciassimo il paesaggio ma non le figure avremmo invece qualche problema di identificazione in più. 

Quello che conta sono le persone, non in quanto singole identità quanto piuttosto come gruppo, come specie collettiva. 

L’occhio di Vitali, il suo approccio e la sua ricerca, nonostante siano parte della ricerca fotografica contemporanea, toccano i confini delle scienze sociali e dell’antropologia, non a caso, e giustamente, si considera un etologo sui generis. 

Il suo lavoro e’ simile ad una classificazione, uno studio comparato del genere umano considerato come genere animale, come se fossero pinguini o foche al sole. Non per niente il suo ultimo libro si chiama Natural Habitats. Sebbene ci sia un approccio quasi scientifico al soggetto, le foto prendono vita grazie alle nostre reazioni, la nostra capacità di leggere le immagini, entrarvi dentro, trovare micro storie e tantissimi attori di cui siamo sempre in grado di capirne i movimenti ed i gesti per evidenti affinità culturali.  

E’ chiaro come la nostra capacità di leggere i comportamenti altrui aumenti in proporzione alla nostra conoscenza del soggetto, e in questo caso l’esperienza che Vitali rappresenta è, almeno per la nostra cultura, universale.

Queste immagini non vengono scattate per sbaglio o per istinto, quello c’è, conta ovviamente sempre, ma non nella pianificazione e scelta del soggetto. 

Per questo vengono fatti sopralluoghi, cercate aree specifiche con determinate caratteristiche che l’autore vuole. Quando tutto il set è pronto allora si può iniziare a scattare, e certo l’istinto entra in gioco. Ma non confondiamo l’istinto con una casualità pressappochistica. 

Possiamo definire set il mondo che Vitali fotografa proprio in relazione al suo atteggiamento, è come se fosse di fronte ad una grande scena teatrale, un universo spiaggia, che per funzionare a dovere necessita di certe peculiarità, la prima, principale e più ovvia è che ci siano delle persone, altrimenti diventa difficile descriverle. Quando tutti gli attori sulla scena sono ben disposti viene schiacciato l’otturatore, se la scena non è soddisfacente non si scatta, ma visto l’impegno che richiede scattare foto del genere è bene che questa eventualità resti abbastanza rara.

Ovviamente oltre agli attori conta anche la scenografia, e qui entra in scena il paesaggio cui viene attribuita proprio questa funzione: essere un contenitore, uno spazio in cui ambientare delle storie. Storie che poi, come spesso nella tradizione pittorica, da Bosch a Brueghel, da Piranesi a Poussin assumono un valore simbolico, allegorico, comunque utilizzano il paesaggio per parlare anche di altro. 

Capito l’atteggiamento e il punto di vista del fotografo ci sono altre cose che risultano evidenti ma necessitano di chiarimento. 

C’è una certa somiglianza tra le foto, per i non addetti ai lavori può sembrare indice di mancanza di fantasia, come se uno non si impegnasse a fondo per dire cose con modalità nuove. 

Ma il punto non è quello, anzi. Provate a fare due o più foto, una serie di foto identica, stesso punto di vista, simile composizione, simile illuminazione, possibilmente cercando di esprimere un concetto analogo e in evoluzione. E’ molto più facile fare foto completamente diverse che non simili per stile e tecnica, questo perché se uno scattasse “a caso” avrebbe già raggiunto il primo obbiettivo, il secondo invece è frutto di una serie (lunga peraltro) di scelte, di mosse tecniche, di cose da dire e di modi per farlo. Insomma mantenere una riconoscibilità visiva è quanto di più difficile ci sia ed implica che alle spalle del fotografo ci sia tutto un mondo che si condensa in quelle immagini. 

La fotografia contemporanea tocca spesso queste corde, e non sono giochetti tecnici e basta. La tecnica ovviamente conta, a certi livelli nessuna incertezza è ammessa, ma pensate ad altre similarità: ne La Divina Commedia di Dante, la struttura dei canti non è forse costante in tutte e tre le cantiche? 

Nessuno accuserebbe Dante di essere monotono e non sapersi innovare per alcune scelte tecniche e stilistiche, che oltretutto concorrono a rafforzare quello che vogliamo dire. 

In fotografia è lo stesso, nella fotografia definita oggettiva, quella cioè caratterizzata da un certa serialità del soggetto e del linguaggio per descriverlo, e da un utilizzo della macchina fotografica il più neutro e apparentemente impersonale possibile, alcune costanti vengono ricercate appositamente per definire con la massima precisione quello che è il nostro campo di ricerca. 

La retorica di alcune composizioni, gli effetti di alcuni obbiettivi tipo i grandangolari o i teleobiettivi non trovano posto per lasciare spazio ad immagini di cui a prima vista potremmo credere che siano state scattate dall’apparecchio fotografico stesso senza l’ausilio di una persona. Quasi che questa registrazione della realtà avvenga in maniera meccanica e automatica. Ovviamente non è vero, ma si tende a preferire questo linguaggio per lasciare libero il soggetto da elementi che ne possano disturbarne il potenziale comunicativo.   

D’altronde questa è proprio una delle caratteristiche fondamentali del medium fotografico, dove una fortissima componente tecnica ben si presta ad un utilizzo che potremmo definire, approssimativamente, catalogatorio. 

Ad ogni artista, interprete (chiamatelo come volete) è chiesto di esplorare il proprio linguaggio e di trovarne le forme espressive migliori per sviluppare concetti nuovi. Questa è senz’altro una delle strade principali della fotografia, e lo è stata fin dalla sua scoperta, ben di più per esempio di altri settori come il fotogiornalismo classico, la cui ascesa e declino è stata causata principalmente da novità tecnologiche.

Occorre a questo punto una precisazione tecnica, che riguarda la macchina fotografica ed i suoi vari campi di applicazione. 

L’apparecchio adoperato da Massimo Vitali, benché sia una macchina fotografica tradizionale a pellicola, utilizza negativi di grande formato, parecchio grandi in effetti, a partire da una misura di 20×25 centimetri ciascuno. E’ il cosiddetto banco ottico, il cui utilizzo comporta tutta una serie di modalità operative e che ben si presta alla realizzazione di stampe di grande formato, elemento indispensabile per poter valutare e apprezzare questo tipo di ricerca fotografica.

Tecnica e linguaggio si toccano a volte fino a confondersi, è anzi il modo in cui noi utilizziamo la tecnica che diviene linguaggio stesso. Se Massimo Vitali scattasse le sue foto anche con la migliore Leica mai prodotta il risultato sarebbe assai deludente, così come deludente sarebbero le foto di un evento di cui dobbiamo documentarne la cronaca  se scattassimo con un banco ottico. Ad ogni settore corrisponde il proprio mezzo tecnico, e proprio per l’importanza fisica che la tecnica ricopre nella fotografia queste scelte non possono mai essere sbagliate. 

A questo punto vi lascio alla lettura delle immagini stesse, che alla fine sono quelle contano. 

Note su Massimo Vitali

Massimo Vitali inizia ad esplorare l’elemento del paesaggio umano nella metà degli anni ’90, data dalla quale porta avanti una ricerca personale tutt’ora in corso. Le sue opere sono presenti nei maggiori collezioni private internazionali e nei principali musei, tra cui il Guggenheim Museum di New York e  la fondazione Cartier ed il Centre Pompidou in Francia. 

Delle sue foto dice: “Le immagini devono avere una dimensione magica, in cui s’incontrano a volte spunti sociologici e ludici e dove si elaborano strutture narrative. Sono soddisfatto quando la lettura delle mie foto è complessa o contraddittoria, e sono curioso fino al limite del voyeurismo, affascinato dal comportamento degli individui pur senza cercare di comprenderne il significato. Il mio intervento è neutro, non faccio che registrare, attendo che le cose mi accadano davanti perché le cose che succedono definiscono l’immagine. L’esperienza fotografica diventa una pratica aperta per un’esperienza del mondo”.

Leggi la prima puntata: introduzione.

Leggi la seconda puntata: tempi e diaframmi.

Leggi la terza puntata: il reportage.

Leggi la quarta puntata: il “reportage underground”.

Leggi la quinta puntata: la fotografia d’autore.

Leggi la sesta puntata: il ritratto.

Leggi la settima puntata: il fotoritocco.

Leggi l’ottava puntata: la fotografia e l’arte.

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3 commenti

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3 Commenti

  • Admin
    3 maggio 2011, 17:42

    In un tempo in cui siamo sovrastati da immagini che non siamo in grado di leggere gli articoli di Filippo sono preziosi e importanti.

    RISPONDI
  • Admin
    4 maggio 2011, 13:54

    oltre che belle…Invitanti…
    sono fatte tutte dai pontili?

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  • Filippo Brancoli Pantera
    Admin
    10 maggio 2011, 18:45

    @ Gabriello: a quello che mi risulta nessuna foto e’ stata scattata dai pontili.

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