ThinkVisual – Un viaggio nella fotografia su LoSchermo.it: il fotoritocco

ThinkVisual – Un viaggio nella fotografia su LoSchermo.it: il fotoritocco

LUCCA, 25 aprile – Oggi parliamo un po’ di Photoshop, ovvero di manipolazione digitale delle immagini. Quello che mi interessa non è l’aspetto digitale della questione, bensì la manipolabilità stessa delle immagini, elemento vecchio quanto la prima fotografia scattata e che tocca temi estetici ma anche morali e di rapporti tra realtà’ e fotografia, insomma un territorio assi vasto. 

Al giorno d’oggi c’è un’opinione abbastanza diffusa per cui ritoccare una fotografia con Photoshop costituisce già per se stesso un elemento di falsificazione della realtà. Dipende. Non e’ proprio un passaggio automatico, fondamentalmente perche’ la fotografia non è la copia esatta della realtà ma una sua interpretazione. 

Nel caos che accompagna gli ulteriori sviluppi delle tecnologie digitali si cerca di arginare l’abuso di fotoritocco attribuendo a Photoshop i compiti che aveva la camera oscura in passato. Ma questa pur minima garanzia non ci mette al riparo da eventuali stravolgimenti. Perché già nel mondo a pellicola, chi sapeva fare poteva fare quasi qualsiasi cosa, come si vede bene in questa doppia foto, prima e dopo, a seconda delle convenienze politiche. 

Una differenza era senz’altro data dal minor numero di persone in grado di effettuare queste modifiche. Se all’epoca della foto in questione erano relativamente pochi gli stampatori così evoluti è altrettanto vero che oggi le persone in grado di fare giochetti del genere siano aumentate parecchio. 

Nel settore della fotografia a colori, scegliere una pellicola piuttosto che un’altra produceva enormi differenze sulla fotografia finale, come si ricorderà bene chi scattava in diapositiva per avere colori molto saturi e così diversi da quelli delle pellicole negative. Ma anche all’interno del solito medium c’erano poi moltissime sfumature, di colore, saturazione, contrasto ecc. 

Quello che dava un minimo di equilibrio al sistema era che, fondamentalmente, queste differenze erano pensate e realizzate da due persone, il signor Kodak e il signor Fuji. E visto che proprio di questo vivevano, era difficile che producessero delle pellicole con colori impazziti o gestiti mali, si passava da una più morbida ad una più arrabbiata, ma in un universo cromatico accettabile per l’occhio umano. 

Queste scelte oggi, nella fotografia digitale, sono a carico di chi scatta. E’ un vantaggio ambiguo, perché le possibilità di errore sono moltissime. 

Questo esempiolo dimostra bene, il ricorso alla saturazione cromatica, estrema in questo caso, non porta da nessuna parte se non è gestita a dovere. Qui il problema che viene alla luce è più complesso, il primo è la mancanza di abilità nel saper gestire i file, creando una sorta di mostro fotografico, l’altro è invece la tendenza a dedicare minor attenzione alla fase di scatto sapendo che poi con la postproduzione sistemiamo le cose come vogliamo.

Ragionamento evidentemente errato, perché una foto brutta è raro che diventi interessante grazie a Photoshop. Nell’esempio in questione la pesante alterazione cromatica ha portato alla squalifica delle foto da un concorso. Credo che la decisione sia da considerarsi giusta, ma quello che a me colpisce e’ il passaggio di consegne tra due momenti fondamentali, lo scatto e la sua lavorazione, entrambi importanti ma è il primo che dovrebbe essere valorizzato. 

Questo altro esempio riguarda invece un concorso più famoso, il World Press Photo, dove la foto in questione fu squalificata. 

Seguendo l’istinto si potrebbe credere che il motivo fosse nell’eccessivo taglio della fotografia, il legame tra la foto scattata e quella presentata al pubblico in effetti è un po’ debole, ma la decisione dei giudici è stata presa per la rimozione di un piccolo elemento dall’immagine. Era la punta della scarpa del ragazzo nello sfondo. Questa per i giudici è stata un’alterazione inaccettabile. 

Giusto, sbagliato, non lo so. Siamo su un territorio di confine, un po’ estremo, difficile avere regole precise e chiare. 

La tendenza generale è utilizzare Photoshop secondo quelle che erano le regole della camera oscura. 

Sembra una buona linea da seguire, peccato che in camera oscura, un ottimo stampatore poteva fare veramente di tutto, come abbiamo visto prima. 

Che fare quindi, ognuno per la propria strada sperando che piaccia anche agli altri? 

Una risposta, tanto chiara quanta indefinibile ci sarebbe, ma viaggia su un canale percettivo che si presta male ad essere riassunto in una regola tecnica precisa. Ovvero seguire un codice estetico ben preciso, capire per cosa e per chi scattiamo e in base a questo decidere che tipo di post produzione fare, se più leggera o più pesante.

Anche l’eliminare o meno elementi da una foto può essere considerato valido, ma dipende dal genere. Nel mondo giornalistico è giustamente inaccettabile, in un progetto di ricerca artistico per esempio potrebbe essere utilizzato con libertà. 

I limiti e gli aiuti per capire dove e quanto possiamo spingerci ci vengono proprio dal contesto e dall’utilizzo delle fotografie, il nostro lavoro sui file andrà allora accordato a questi aspetti. 

Aiuta anche avere esperienza di fotografia analogica, così da sapere quale era l’universo cromatico nel quale si muovevano le immagini, cosi da non spingere troppo sull’acceleratore. 

Infine l’ultimo aiuto siamo noi stessi, la nostra sensibilità percettiva che ci dirà quando andare oltre e quando fermarsi. Sempre meglio fermarsi prima che frenare troppo tardi. 

Da una cosa si scappa male però: la fotografia digitale ha nei software di post produzione un passaggio fondamentale, così come un negativo aveva bisogno di essere sviluppato e stampato per essere valutato a dovere. 

Oggi è più difficile di un tempo, perché questi passaggi sono lasciati tutti nelle nostre mani.  

Se sia un regalo o un dispetto lo capiremo con il tempo. 

Chi è interessato a problematiche del genere, e non solo, può approfittare della mostra Controversespresso il Museo Nazionale Alinari della Fotografia, in cui l’oggetto non sono tanto le foto (più o meno belle) quanto tutti gli aspetti controversi che queste possono suscitare.    

Leggi la prima puntata: introduzione.

Leggi la seconda puntata: tempi e diaframmi.

Leggi la terza puntata: il reportage.

Leggi la quarta puntata: il “reportage underground”.

Leggi la quinta puntata: la fotografia d’autore.

Leggi la sesta puntata: il ritratto.

Iscriviti al gruppo Facebook di “ThinkVisual” cliccando qua.

Inserisci il tuo commento

La tua e-mail non verrà pubblicata. compila tutti i campi obbligatori*

Se pubblichi stai dando il consenso alle regole di base , ai termini del servizio e alla normativa sulla privacy
Annulla

.

Newsletter


WP Facebook Auto Publish Powered By : XYZScripts.com