ThinkVisual – un viaggio nella fotografia su LoSchermo.it: la fotografia e l’arte

ThinkVisual – un viaggio nella fotografia su LoSchermo.it: la fotografia e l’arte

LUCCA, 14 aprile – Quella di oggi è una puntata un po’ particolare, non per questo meno importante, anzi. Parliamo di fotografia e arte, in particolare cerchiamo di capire come e perché il linguaggio fotografico possa essere considerato artistico. 

Terreno sdrucciolevole, in cui spesso ognuno dice la sua e le opinioni sono delle più varie, pero’ c’è sempre un qualcosa che ci aiuta a capire meglio le cose. Insomma, anche in questo contesto non è mai una scelta totalmente soggettiva, ci sono dei criteri che valgono quasi come leggi. 

Possiamo iniziare dicendo che la fotografia, così come ogni altro linguaggio, non rientra nell’arte per diritto naturale. Non basta essere fotografi per essere artisti. Così come non basta saper usare un pennello, una penna, scalpello o plettro. Queste sono cose tecniche, si imparano, chi prima chi dopo, ma sono acquisibili da chiunque semplicemente studiando e in tempi relativamente brevi. 

Il saper adoperare un linguaggio, qualunque sia, non comporta il conferimento dello status di arte. Siamo piuttosto all’interno del settore artigianale, dove conta la tecnica, la maestria, l’esperienza, il gusto, tantissime cose, che sono cose nobili e importanti, ma non di più. 

Per cui, una bella fotografia resta una bella fotografia. Un bel paesaggio resta un bel paesaggio, finisce li. Magari l’abbiamo comprato e pagato un sacco di soldi, ma non per questo si tratta di arte. Anche i divani costano tanto, le automobili, ma non sono certo prodotti puramente artistici. Ci sono eccezioni, ovviamente. 

C’e’ però una cosa che accomuna le opere che tutti noi identifichiamo come artistiche, e soprattutto sull’arte classica e moderna è facile che ci sia un generale accordo su questo. Un Rubens è un Rubens, se lo vogliamo vedere lo troviamo nei musei o nelle gallerie, se ci capita di trovarlo in un mercatino ringraziamo la sorte e sappiamo di aver fatto un affare enorme. Solo perché si tratta di un quadro antico e dipinto benino? 

Non basta. Anche per l’arte classica la tecnica realizzativa non è mai l’elemento principale per il suo valore. Certo che nella bottega di Giotto probabilmente era lui stesso quello che aveva la mano migliore, ma potrebbe anche non essere vero. Sicuramente era quello che aveva le idee più chiare, che sapeva cosa dire e come dirlo, ma non per questo doveva essere quello tecnicamente più bravo. Nel settore della fotografia valgono le solite regole. 

Non è raro il caso di un grosso studio fotografico in cui il ruolo di esperto e tecnico sopraffino sia affidato ad un assistente. Però poi le foto vengono firmate e vendute con il nome di quello che fa semplicemente click, o magari nemmeno scatta personalmente. Ingiustizia o eccesso di autoritarismo da parte del boss? No, non è quello il punto, la cosa fondamentale è’ avere qualcosa da dire e saper trovare il linguaggio adatto per esprimerlo. 

Saper dire qualcosa correttamente è già di per sè impegnativo, avere anche qualcosa da dire diventa molto impegnativo, e in questo settore è fondamentale.  

C’è un fotografo tedesco di enorme importanza, contemporaneo e relativamente giovane, che fin da giovanissimo si è imposto sul mercato della fotografia e su quello dell’arte, spesso fondendo insieme questi due mondi. Si chiama Thomas Ruff, ed una sua frase può  essere presa a modello per avvicinarci alla definizione di arte. Per Ruff, una buona fotografia (ovvero che possa essere considerata un prodotto artistico) deve esprimere al tempo stesso un punto di vista dell’autore sul mondo e sul linguaggio stesso che viene utilizzato. Un duplice aspetto che non deve mai scindersi per poter essere sempre attuale e vivo. Altrimenti diventa accademismo, e serve a poco.  

Possiamo quindi affermare che questo aver qualcosa da dire sia la parte più importante di ogni linguaggio che voglia evolversi al rango di arte. E più ne abbiamo e meglio è. Maggiori sono le considerazioni, suggestioni, opportunità di parlare dell’opera fatta e del mondo in cui viviamo e maggiori sono le probabilità che quest’opera diventi un prodotto artistico autonomo, che si regge sulle proprie gambe con all’interno tutta una serie fili da sciogliere, capire, interpretare o analizzare. 

Allo stesso tempo, vale sempre il detto molto anglosassone e purtroppo poco italiano Less is more, ovvero meno è di più, in cui si allude proprio al fatto di riuscire a comunicare il massimo con una discreta economia degli elementi a disposizione, insomma per farla breve la capacita’ di sintesi e’ fondamentale per evitare di trovarsi di fronte e dei polpettoni veramente indigesti. 

Chi conosce il linguaggio e come utilizzarlo sa bene che uno sguardo ben piazzato funziona molto di più di un urlo a sproposito. Vale per tutti i linguaggi, e per tutte le arti, qualunque esse siano. 

Se una fotografia, o meglio, un fotografo, riesce a gestire tutti questi elementi, personali, comunicativi, estetici, gestionali, ci sono ottime probabilità che il suo prodotto finisca nel calderone dell’arte. E di conseguenza venga immesso in un mercato artistico, che abbia quotazioni molto alte e che sia un oggetto da esporre in musei, gallerie o anche luoghi privati. 

Dal momento che tutte queste cose insieme non capitano per caso ma per una lunga serie di processi che ne hanno determinato il successo, e’ poi probabile che anche le opere future riescano a portare in scena elementi simili, Raramente le cose avvengono per puro caso. A volte capita, altre volte non capita ma e’ il mercato che fa un po’ di casino e prende una cantonata. Altre volte ancora può succedere che la famosa vena creativa smetta di funzionare, e allora tutto si ferma. 

Perché’ alla base di tutto c’e’ sempre una cosa piccolissima, che se viene scordata fa crollare qualsiasi castello: un’idea, spesso semplice, veloc e geniale. Senza di queste non ci sarebbe nessun tipo di arte. E sono parecchio bizzose, vengono quando e come vogliono, ma certo possiamo aiutarle se ci alleniamo bene. 

C’e’ una fotografa che per semplicità, intuito e precisione è talmente brava che quasi mi fa incazzare, e guardo le sue opere con la stessa emozione di un bambino che scopre una stanza segreta nella sua casa, era li, accanto a noi, bastava aprire una porta per scoprire un mondo nuovo. 

Taryn Simon nel suo ultimo lavoro, Contraband, ha documentato con stile piatto e tendente al neutro, tutti gli oggetti importati illegalmente negli Stati Uniti, presso l’aeroporto JFK di New York, tra il 16 ed il 20 Novembre del 2009. 

Questo campionario è un catalogo più che di semplici oggetti, dei nostri desideri e delle nostre passioni, di quello che le persone vogliono aggiungere alla vita di tutti i giorni, di cose per cui si è anche disposti a rischiare pesanti sanzioni pur di averle con sè. E’ il campionario dei desideri proibiti di una parte del mondo, è un tuffo diretto nel cuore di una società, con le sue frustrazioni, aspirazioni, manie e perversioni.

Per cui è tutto fuorché un asettico catalogo di oggetti. Sembra asettico e neutrale proprio per seguire quella frase, Less is more, dove la capacità  di sintesi fa sembrare leggera una cosa che invece di leggero ha ben poco e di cui potremmo parlare per ore. 

Quindi fotografia e arte a volte coincidono altre volte sono molto distanti, dipende da chi e soprattutto da come si utilizza questo linguaggio.   

Leggi la prima puntata: introduzione.

Leggi la seconda puntata: tempi e diaframmi.

Leggi la terza puntata: il reportage.

Leggi la quarta puntata: il “reportage underground”.

Leggi la quinta puntata: la fotografia d’autore.

Leggi la sesta puntata: il ritratto.

Leggi la settima puntata: il fotoritocco.

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3 commenti

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3 Commenti

  • Admin
    15 aprile 2011, 12:30

    BELLE RIFLESSIONI SULL’ARTE,COME SEMPRE CIO’ CHE SCRIVI E’ CHIARO E DA LEGGERE IN UN FIATO.FORSE NEGLI ULTIMI ANNI QUESTA PICCOLA PAROLINA “ARTE” E’ STATA ADOPERATA UN POCHINO A SPROPOSITO ED ECCO LA NECESSITA’ DI RECUPERERE LA SUA ESSENZA ANCHE SE “IL PRIMO OSTACOLO PER CAPIRE L’ARTE E’ QUELLO DI VOLERLA INTERPRETARE”COME DISSE QUALCUNO CHE NE SAPEVA UN BEL PO’IN MERITO. CONDIVIDO IL TUO ARTICOLO E…..VIVA LE BELLE FOTO MA ANCHE QUELLE COSI’ E COSI’…..
    GABRI

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  • Admin
    15 aprile 2011, 16:03

    Ciao, non conoscevo questo quotidiano, ci sono arrivato per caso. Ecco un esempio di come si dovrebbe spiegare l’arte nelle scuole ( se interessasse ancora a qualcuno…). Anche a me piace moltissimo Taryn Simon: sarà che nelle sue due serie precedenti di lavori usava la stessa palette di colori dei film di David Fincher e io amo quell’estetica da quadro di genere ottocentesco. Tra i pittori contemporanei mi piace Michael Borremans, che ne pensi?

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  • La redazione
    Admin
    16 aprile 2011, 17:26

    Fa piacere vedere che questi articoli vadano in giro e coinvolgano persone nuove, benvenuti ai vecchi e nuovi ospiti.

    Carlo, sulla pittura contemporanea non mi pronuncio, sono troppo profano.

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