ThinkVisual – un viaggio nella fotografia su LoSchermo.it: il “reportage underground”

LUCCA, 18 Marzo – Con la puntata scorsa abbiamo toccato il tema della fotografia documentaristica (in generale) e di quante possano essere le scelte che entrano all’interno della creazione di un reportage. Oggi diamo un po’ più spazio alle immagini stesse, perché voglio mostrare un lavoro che mi piace molto e che rientra a pieno diritto in questa corrente fotografica

Analizzeremmo del materiale che spacca di brutto (no, non è un termina tecnico, però rende bene l’idea, come i successivi). 

Cultura underground americana, roba forte, punk rock a manetta, botte da orbi, spesso illegali, foto che guardi e ti chiedi, ma com’è possibile? Semplice: basta crederci.  

Un fotografo d’altronde non può stare a far troppi complimenti decidendo di riprendere situazioni provenienti solo dalla faccia pulita del mondo, e il lato B chi lo racconta poi? Siccome il lato B è grande, molto esteso, con evidenti elementi utili per analizzare una società, è chiaro come sia fondamentale che qualcuno ne racconti l’esistenza. 

Gli Stati Uniti in effetti hanno una grandissima tradizione in questo campo, da sempre, una grande cultura produce altrettanto grandi controculture, e ogni fotografo decide quali sono le situazione meritevoli di essere raccontate. In Italia siamo molto più carenti, sia a livello fotografico, che a livello culturale, e quindi anche controculturale. E’ per questo che situazioni di questo tipo sono più rare da vedere, nonostante esistano anche da noi controculture (o culture giovanili, chiamatele come vi pare, chi non apprezza queste cose può anche rifiutarsi di utilizzare il termine cultura, poco importa, esistono comunque). 

La storia di oggi ce la racconta Julie Glassberg, fotografa residente a New York, che gentilmente ci ha concesso il permesso di parlare del suo lavoro e di mostrare le sue immagini.       

Parliamo del mondo dei bikers (non quelli in moto, quelli con la bici), in particolare il settore delle tall bike. Settore marginale da un certo punto di vista, i panettieri sono molti di più, anche in America, e proprio per questo ancora più interessante.

Nella gallery a fine articolo trovate alcune immagini provenienti da questo lavoro. Guardatele, ora, poi proseguite nella lettura altrimenti non mi seguite. 

Viste? Non male, bel lavoro. 

Se andrete a guardare le fotografie direttamente sul sito della fotografavedrete che le immagini sono molte di più ed hanno anche un ordine diverso. 

La prima non è una foto, ma una doverosa contestualizzazione che, in maniera molto sintetica, annuncia l’argomento che verrà trattato. L’introduzione è breve per precisa scelta dell’autrice, potrebbe scrivere pagine e pagine di introduzione su questo mondo conoscendolo così bene, ma è una fotografa e vuole che il proprio lavoro comunichi direttamente con le immagini. Scelta modulabile, le immagini ovviamente sono sempre quelle che contano di più, ma a volte il fotografo preferisce introduzioni lunghe a volte brevi, comunque sempre necessarie per inserire il lavoro in un certo contesto.  

Per esigenze di sintesi e impaginazione io ho scelto nove di queste foto da mettere nella galeri. Ma la struttura di un reportage, documentazione, insomma di qualsiasi opera fotografica che vive di molte immagini in serie e’ compito proprio del fotografo. Solo chi le ha fatte può decidere che ordine dare al materiale, e queste scelte di solito portano via molte notti insonni di prove e ripensamenti. Anche solo per rispetto del tempo perso sarebbe inaccettabile veder manomesso il materiale da un’altra persona, pur se tagliato a dovere. 

In questo caso le cose sono andate così, io ho scelto le foto che volevo farvi vedere, ed anche l’ordine, poi ho sentito la diretta interessata se le andava bene come avevo impostato la cosa. Risposta positiva, altrimenti avrei dovuto cambiare secondo le sue indicazioni, senza se e senza ma, le foto sono sue, mica mie.  

Già emerge come il lavoro sia composto non solo dal fare le foto ma anche da come presentarle, due facce della stessa medaglia, entrambe cruciali, se scatto bene e non le presento altrettanto indebolisco il lavoro, o peggio ancora, posso anche distruggerlo. Se le presento bene ma il materiale di partenza è scarso il lavoro risulterà comunque debole. 

Quello che mi interessa oggi è entrare pero’ nella prima fase, quella dello scatto, e anche prima dello scatto. Il momento della partenza è sempre il più delicato. Come si sceglie il soggetto di una documentazione? 

Anzitutto conoscendo noi stessi, i nostri gusti, le nostre abilità e i nostri difetti. Il fatto di essere un fotografo professionista non implica quello di poter scattare bene in qualsiasi situazione, anzi, andando avanti emerge proprio l’opposto, la necessità di capire quali siano le situazioni favorevoli o sfavorevoli.

Facciamo un esempio, un mio collega amico fotografo, molto bravo e specializzato in fotografia di architettura riceve una proposta di lavoro interessante, ritratti di gruppo dei dirigenti di una grossa multinazionale, da fare in varie città sparse per il mondo. La proposta è allettante, l’offerta economica anche di più.

Ci pensa, la posta in palio è alta, il rischio pure. La sua risposta finale è stata un no. Con questa scelta non ha perso un ottimo lavoro, ne ha guadagnati tantissimi altri evitando di farne male uno, mettendo i piedi in un’avventura da cui sarebbe uscito malconcio perché e’ un settore che non destreggia bene come il suo di pertinenza.

Anche a livello più basso, anche a livello amatoriale queste scelte sono fondamentali. Nessuno vi accuserà di poca professionalità, in fondo fate foto per divertimento, ma vi divertirete molto più a lavorare su soggetti che capite e che vi interessano piuttosto che su altri di cui vi interessa poco o niente.

Ognuno è giusto che scelga con la propria testa, ma non sempre ci si ricorda. Continuo a vedere in giro foto troppo simili fatte da persone totalmente diverse tra loro. 

Tutti appassionati di macro botanica o del carnevale di Venezia? Spesso in queste scelte quello che prevale è la non scelta. Personalmente, anche per come lavoro, non posso pensare a situazioni peggiori di quelle appena citate. Massimo rispetto per i fiori e per il carnevale, ma sono mondi ai cui richiami sono al momento sordo. Risultato? Farei delle foto pessime. 

Spesso vengono ritenute situazioni facili, non so perché. Si, i fiori sono spesso attorno a noi, ma la maggior parte della popolazione mondiale viva in aree urbane dove le macchine sono molte di più dei fiori.

Il carnevale occupa un mese l’anno, ne restano altri undici scoperti.

Provate a pensare per un attimo in modo diverso, guardatevi, cercate tra i vostri gusti, tra le cose che più vi piacciono, sarà certamente più facile fare foto interessanti, sia per voi che per chi le guarda. E se pensate che siano situazioni banali non importa assolutamente, tutto è banale da questo punto di vista, teoricamente non resta alcun angolo del mondo che non sia stato fotografato.

Basta foto allora?

No. Se capiamo che spesso è tanto interessante il soggetto descritto quanto il modo di raccontarlo, bene, altrimenti restiamo legati al palo. Questo problema ovviamente non riguarda solo i fotoamatori ma anche molti professionisti del settore.  

Bisogna sviluppare una capacità visiva per andare oltre e fare foto belle, dove il bello arriverà dalla foto stesse ovviamente, ma anche dal modo in cui sono state scelte e presentate, dal soggetto fotografato e da quanto riusciamo a mettere di personale all’interno delle immagini. Pensate alle classiche foto che tutti i genitori, di solito i padri, fanno dei propri figli piccoli.

La situazione è banale e scontata, e messa così interessa solo i diretti interessati, i nonni al massimo, e poi diventa, diciamolo, pallosissima per tutti gli altri che hanno la sfortuna di vedere le foto, che saranno bruttine, tutte uguali e in quantità industriali. Pensate invece a quei segnetti che si fanno spesso su un muro (almeno, a me e’ capitato) ogni anno, per vedere quanto procede la crescita.

Trasformiamola in foto, che ci vuole, niente di più semplice, abbiamo tutto quello che serve a disposizione. Diventerà, con il tempo, una cosa molto interessante da far vedere, e non solo ai nonni. Per realizzare un progetto del genere oltretutto basta anche avere una fotocamera compatta, volete usare il telefono? Puo’ andar bene lo stesso, è l’idea che conta non la tecnica realizzativa.  

Torniamo dove eravamo, la documentazione di Julie Glassberg sul mondo dei bikers.

La cosa che piace e attira di un lavoro del genere e’ ovviamente il soggetto che viene raccontato. E’ innegabile: si tratta di un soggetto forte, interessante e sostanzialmente poco conosciuto. 

Ma anche il modo con cui viene esposto è importante, la scelta del bianco e nero innanzitutto, azzeccatissimo, ma anche il registro che viene utilizzato, un linguaggio abbastanza intimo e dal di dentro, come se lei fosse parte di questo mondo. Raramente un fotografo è pienamente parte del mondo che racconta, non fosse altro per il fatto stesso di fotografare, mettiamo fisicamente tra noi e il mondo un filtro. Ma non possiamo certo rimanere esclusi e ai margini del nostro soggetto.

Farsi capire e accettare, avere libero accesso ad una situazione, far capire soprattutto che facciamo foto non per denunciare e smascherare ma per capire, per porre e porsi domande più che per trovare facili risposte. Mica e’ facile, e ognuno di noi e’ in grado essere più o meno credibile a seconda di quanto conosce e crede in quello che fa.  

Nel caso specifico la fotografa non si è mossa di nascosto e in modo furtivo, non è entrata in quel mondo come persona normale tirando fuori la macchina ogni tanto per rubare qualche foto. Avesse fatto così probabilmente la macchina fotografica avrebbe fatto una brutta fine. Ha seguito l’atteggiamento contrario, giocando a carte scoperte, dichiarando fin da subito che il suo obbiettivo era realizzare un reportage fotografico.

Certo non è che nel momento in cui uno si presenta annuncia subito di avere in mente una cosa del genere. Gradualmente, anche perché, come tutti e come sempre, quando ha iniziato questo lavoro non sapeva ancora quanto sarebbe stato interessante e quanto sarebbe andato avanti. Ma le cose erano già in chiaro, che sia per un giorno o per un anno la sua presenza in quella comunità era legata al fare le foto.

In questo modo, con un atteggiamento aperto e senza volersi nascondere e’ riuscita a conquistare la loro fiducia e a portare avanti la documentazione. Entrano in campo anche altre caratteristiche, il sentirsi a proprio agio in un determinato contesto, insomma se io già sapessi di trovarmi in una condizione scomoda difficilmente cambieranno le cose se uso la macchina fotografica. 

E’ per questo che ogni fotografo deve scegliere con attenzione il soggetto che scatta, e farlo in maniera personale è fondamentale per dire qualcosa di interessante, altrimenti saranno sempre le solite foto viste e riviste. 

Niente scuse, è vero che la scena underground americana non ha confronti con quella lucchese o toscana, ma è pur vero che di cose ne succedono parecchie anche intorno a noi, saranno diverse e apparentemente meno sensazionali, ma spetta a noi renderle valide. E’ come nella ritrattistica, settore che poi analizzeremo, la bellezza di un ritratto non dipende certo dalla bellezza o originalità del soggetto, siamo noi che lo rendiamo tale. 

Julie Glassberg, francese, vive e lavora a New York realizzando progetti personali o collaborando con quotidiani quali il The New York Times

Nel 2010 ha vinto la borsa di studio LUCIE FOUNDATION come fotografo emergente ed il premio Getty settore fotografia editoriale

Nel 2011 ha vinto il premio di eccellenza POYi  (Pictures of the year) 

E’ stata selezionata per esporre a PhotoEspana 2011, Madrid.  

Leggi la prima puntata: introduzione.

Leggi la seconda puntata: tempi e diaframmi.

Leggi la terza puntata: il reportage.

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