ThinkVisual – un viaggio nella fotografia su LoSchermo.it: il reportage

ThinkVisual – un viaggio nella fotografia su LoSchermo.it: il reportage

LUCCA, 10 Marzo – Oggi andremo a indagare nel vivo come si costruisce un progetto fotografico, cosa che sembra facile e apparentemente inutile, e invece è una delle più complesse e rischiose, perché da questo passaggio, che è poi la partenza, dipende la buona riuscita del lavoro. Chi ben comincia è a metà dell’opera.

Prenderemo come esempio un lavoro che ho fatto anni fa, di impostazione fotogiornalistica potremmo dire. Il settore della fotografia giornalistica, è quanto mai vario ed incasinato, come altri settori d’altronde, ma questo per numero di proposte, crisi di mercato e sottogeneri vari presenta molte sfaccettature. 

In linea di massima, va da sé, un lavoro per rientrare in questa categoria deve essere pubblicato su quotidiani o riviste, o realizzato con questo scopo. 

Ma ci sono vari modi di lavorare che influenzano il nostro progetto. Un approccio rapido alla materia, in cui conta l’unicità del momento storico rappresentato viene per solito fatto rientrare nella categoria del fotogiornalismo delle news, ovvero di fronte a fatti improvvisi di ampia rilevanza socio culturale si privilegia la cattura di queste situazioni a scapito magari dell’autorialità del progetto stesso ed alla sua profondità di indagine. Non per questo sono lavori brutti o tirati via, anzi ci sono foto molto belle spesso, come questa, ma fanno della velocità realizzativa (per essere pubblicati prima possibile) un elemento fondamentale. Solitamente le immagini realizzate in contesti del genere vanno bene sia per riviste che per quotidiani, ma trovano spesso in questi ultimi il loro terreno ideale.  

Un livello invece più lento e approfondito viene di solito riservato a quei lavori che si pongono come obiettivo l’analisi di una certa situazione, che sia sempre di interesse globale, ma che può essere oggetto di un lavoro un po’ più sistematico e approfondito, in cui la situazione stessa viene descritta sia per quello che è, sia per quello che significa ad un livello più ampio e culturalmente diversificato. Questo è il settore in cui si muove per esempio la fotografia di reportage, che duri da uno a sei mesi o oltre, si tratta comunque di lavori in cui c’è un approfondito studio della materia a priori, e un’analisi dove spesso entrano in campo anche le preferenze stesse dell’autore. Anche a livello stilistico può caratterizzarsi per una maggiore riconoscibilità personale.

Volendo spingere ancora oltre, potremmo anche decidere di insistere per anni su di un determinato tema specifico. 

Non saranno più chiaramente foto di cronaca, non sarà nemmeno un reportage, sarà invece un lavoro approfondito e meticoloso che riceverà lo status di documentazione, più o meno personale, a seconda dei gusti. Se può sembrare strano o inusuale classificare secondo questo schema dei lavori fotografici, proviamo a pensare al mondo del video, dove sarà chiaro a tutti che un servizio sulla Libia per il telegiornale della BBC avrà un certo taglio, diverso da un altro servizio lungo mezz’ora programmato per la seconda serata e diverso ancora da un altro lavoro del solito giornalista sul solito argomento ma portato avanti negli ultimi cinque anni in cui ha vissuto in Libia, e che per il debutto scegliera’ la sala di un cinema anziché lo schermo televisivo. 

News, reportage, documentario, semplificando al massimo le cose questi sono i settori in cui le fotografie di impostazione giornalistica si muovono. 

Il lavoro che prendiamo come esempio tratta il tema del pellegrinaggio (contemporaneo, cattolico, in Europa ad esclusione di Israele) ed è stato fatto nell’arco di circa otto mesi. La cosa più difficile quando si vuole fare un lavoro del genere è, per assurdo, la scelta del soggetto. Non è affatto lontana dalla realtà l’immagine del fotografo che si auto-ipnotizza davanti ad un mappamondo in cerca del mondo che vuole descrivere. E’ anzi, purtroppo, fin troppo vera. Riuscire a scegliere con precisione l’oggetto di un lavoro è come averlo già iniziato, con buone possibilità che venga concluso. L’inizio è sempre il momento più delicato, possiamo virare successivamente, ma partire con idee chiare è un vantaggio notevole. 

Ovviamente anche per me, come per chiunque altro, la scelta non è mai facile. Provate a pensare un attimo a tutte le situazioni che esistono nel mondo, proprio lì fuori dalla nostra porta di casa, e che possono essere meritevoli di un’analisi. Sono infinite. E tutte hanno la solita dignità. E più ci pensiamo e più ne troviamo. Più ne troviamo e meno sicuri siamo di quale scegliere. 

Quale sia quella giusta bisogna intuirlo da soli. E dobbiamo prendere la decisione, seguendo tutta una serie di motivi, interesse personale, conoscenza diretta dell’argomento, possibilità realizzative, costi, interesse per un ampio pubblico e su vari livelli, da quello visivo delle immagini fino ad un piano più genericamente culturale. 

E’ un piccolo e simbolico parto, per cui, letteralmente, traumatico. 

Nel caso specifico del reportage in questione la spinta finale mi è venuta quasi per caso, nel senso che un’occasione di fuga dal mio mondo di ipotesi si è rivelata fondamentale per effettuare la scelta ed iniziare a scattare, ovvero un viaggio in Israele insieme alla mia famiglia, dove le cose che avevo in mente in maniera confusa hanno iniziato a prendere una forma più propriamente visiva. 

Da qui parte l’avventura di un reportage, pezzo per pezzo aggiungiamo elementi al mosaico che alla fine sarà il prodotto finale, al cui interno convivono tante situazioni e registri diversi. 

Si tende generalmente a dire che nel settore giornalistico il fotografo rappresenti la realtà per quello che è. Ovviamente si tratta di un falso clamoroso, nessuno, anche volendo, è in grado di sottrarsi al proprio punto di vista. Per cui è preferibile essere onesti e farlo trasparire, semplicemente, d’altronde siamo noi e quello che finiremo sarà un lavoro che porta la nostra firma, normale che ci assomigli. 

Nel mio caso, dato il mio carattere e la mia impostazione, avrei potuto facilmente seguire una linea polemica e tendente sostanzialmente a screditare questo mondo. E avrei quindi potuto insistere su immagini come questa, dove volutamente mostro il poco rispettoso modo di vestire da parte di una turista in uno dei luoghi piu’ sacri dell’Islam, come d’altronde anche del Cristianesimo e dell’Ebraismo. 

Ma impostare tutto un lavoro così per me non è interessante, anzi, finirei schiavo dei miei giudizi e pregiudizi, buoni magari per un libretto satirico ma non altrettanto per un mondo di immagini.

E non scoprirei nemmeno niente di nuovo, cercherei solamente conferme alle idee che già avevo, un approccio professionalmente molto sbagliato. 

A questa immagine allora ho cominciato ad aggiungerne, non per negarla (altrimenti non l’avrei scelta) ma per integrarla. C’e’ sempre, ogni tanto, una parte un po’ polemica, ma se ne aggiungono altre in cui l’elemento che conta e’ il senso di mistero e di fascinazione per un mondo irrazionale che pur non seguendo come fedele riesco comunque a sentire e percepire. Che uno creda o non creda è scelta personale, ma il riuscire a sintonizzarsi sulle solite note del mondo di cui vogliamo parlare è abbastanza importante, se non lo capiamo restiamo esclusi da buona parte di esso. 

Di conseguenza avremmo scelto un soggetto sbagliato, non in quanto tale, ma perché non fa per noi. 

Ogni tanto sta anche bene insistere con foto ironiche come questa, oppure questa ma è sempre un’ironia che in qualche modo ci viene offerta dal luogo stesso, non siamo noi che forziamo la mano, certo scegliamo la foto da fare secondo i nostri gusti, ma è altrettanto vero che ci e’ stata servita su un piatto d’argento. 

Quello che poi torna più frequentemente è un generale senso di attrazione verso un mondo che sente come importante la ricerca di altri valori rispetto a quelli più quotidiani, cosa che appunto anche io, seppur su frequenze diverse, avverto, e queste foto parlano proprio di questo. 

Quindi la gestione di un lavoro di taglio giornalistico (più o meno ampio) comporta tutta una serie di scelte, valutazioni e chiarimenti personali che non sono affatto semplici o scontati. Ed è fondamentale che queste scelte siano ben chiare. Non lo saranno mai subito, almeno non tutte, ma più il lavoro va avanti, portandoci quindi nuove foto su cui riflettere, e più le cose si semplificano perché abbiamo maggiori elementi a disposizione.

Questo gioco – andare avanti e fermarsi per pensare all’impostazione – èuno dei più complicati se non abbiamo esperienza di queste cose. Restare per anni incollati alla scrivania pensando alla storia perfetta da raccontare è una strategia che non porta alcun beneficio, ma anche il contrario, partire immediatamente senza mai riflettere su quello che facciamo è parecchio rischioso. 

Leggi la prima puntata: introduzione.

Leggi la seconda puntata: tempi e diaframmi.

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