Lucca e il Liberty

Lucca e il Liberty

LUCCA – Benché Lucca sia una città dalla storia antichissima, chiusa dentro un perimetro di più di quattro chilometri di mura cinquecentesche, l’aspetto architettonico di questa città non è dato solo dalla fusione di questi stili antichi, ma anche, in maniera forse piu’ sorprendente rispetto a quello che ci aspetteremmo di trovare, dall’esperimento dell’Art Noveau.

Il volto infatti della Lucca di inizio secolo, e’ quello dato dalle villine costruite lungo viale Lazzaro Papi, Viale Carducci, Via Catalani, Viale San Concordio e Via Matteo Civitali. Il Liberty si sviluppa qui velocemente: nel 1870 il Comune diviene proprietario delle Mura e subito cominciano le proposte urbanistiche per sistemare l’intorno degli spalti e per l’apertura delle nuove porte.
La nuova lottizzazione interessa la ricca borghesia lucchese, formata in prevalenza da ricchi commercianti, industriali alimentari, banchieri e cambivalute.
Il tipo di architettura prescelto per queste residenze, ma spesso anche per opifici, negozi, officine, è quella del villino e del palazzo suburbano che si differenziano dalle ville lucchesi di campagna perché sede stabile della residenza.
E il linguaggio architettonico altro non puo’ essere che quello modernista.

Questo tipo di linguaggio viene però usato solo formalmente e non strutturalmente. Infatti in tutta l’Italia il Liberty è sì presente, ma in modo meno incisivo rispetto al resto dell’Europa.
La ragione di questa tendenza è da ricercare nella genesi di questo movimento e nella sua traduzione italiana.
L ‘Art Nouveau ebbe il suo inizio nel 1890. Il nome deriva da quello di un negozio parigino, «l’Art Nouveau Bing», aperto nel 1895 da Siegfrid “Samuel” Bing, che sfoggiava alcuni oggetti dal design innovativo, tra cui mobili, tinture, tappeti e vari oggetti d’arte.

Il nome italiano del movimento, noto in genere come Art Nouveau, Modern Style o Jugendstil, si fa generalmente derivare dal nome della ditta inglese Liberty & Co. Ltd., di proprietà di Sir Arthur Lasenby Liberty, che aveva un importante negozio in Regent Street a Londra alla fine del secolo XIX. Questo negozio, specializzato in abiti, stoffe e parati, fu uno dei maggiori centri di diffusione del nuovo stile.
Il movimento trae le sue origini dal socialismo utopistico di John Ruskin e si ispirò all’ideologia propugnata dall’Arts and Crafts di William Morris, il quale aveva posto l’accento sulla libera creazione dell’artigiano, come unica alternativa alla meccanizzazione e alla produzione in serie di oggetti di dubbio valore estetico, successivamente aveva cercato nell’industria un alleato piuttosto che un nemico. L’Art Noveau rielaborando questi assunti, precorse il moderno design e buona parte dell’architettura moderna, dando alla progettazione, il ruolo di premessa indipensabile ad ogni intervento creativo.
Nella nostra penisola il Liberty si sviluppa in un paese sostanzialmente pigro e che sembra aver dimenticato le recenti spinte ideologiche e popolari del risorgimento, in una nazione convinta di aver superato tutti i suoi problemi per il solo fatto di essere stata finalmente unita.

Questo fu, per tutto il tempo della sua effimera esistenza, il grosso peso con cui dovette convivere il movimento in Italia, I critici continuavano a vedere il movimento come un episodio secondario, di facciata, che riguardando la sola decorazione non poteva assurgere allo status di stile. Per dirla con le parole di Arrigo Boito, ferocemente critico, “c’è ornamentazione floreale, non c’è architettura floreale, ma dato che non troviamo stile decorativo senza uno stile architettonico, se ne deduce che non esiste uno stile floreale”. Il movimento noto come Liberty dunque, partendo da una vocazione prettamente decorativa, aspirava ad abbracciare tutta la procedura di creazione fino ad investire la cosiddetta arte seria, in special modo la progettazione architettonica, campo questo che sembrava particolarmente proficuo per indagare sia gli aspetti strutturali che estetici. Nel nostro paese questo è ancora vista come una aspirazione dissacrante, non si riesce a recepire, nelle aule delle accademie, ciò che all’estero era già acquisito:ovvero che la progettazione è globale e unisce inscindibilmente sia ciò che appaga l’occhio (la decorazione) sia ciò che è funzionale all’opera (la struttura).
In effetti nelle residenze che troviamo a Lucca, il linguaggio scelto è sì quello modernista, ma che ricalca gli stilemi di un’architettura ottocentesca con partiture neoclassiche più che la vera e propria linea del Liberty. Dove questa è applicata, è soprattutto floreale, ed è presente in genere prettamente nella facciata principale con decorazioni pittoriche o ceramiche, con balaustre e cancellate in ferro dalle tipiche figurazioni zoo e fitomorfe e a coup de fouet.

Dunque il Liberty a Lucca non si discosta dagli altri episodi nella penisola, acquisendo una dimensione poco piu’ che “cosmetica” e modaiola, senza lasciare segni profondi. Dovremmo infatti aspettare il futurismo per avere un movimento che davvero rivoluzionerà il modo di pensare e, di conseguenza, di progettare italiano.

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