Il vino del futuro

Il vino del futuro

LUCCA, 16 gennaio – Inizia un nuovo decennio ed è scontato chiedersi, anche nel campo dell’enologia, quali strade prenderemo (o meglio quali strade prenderanno i produttori, i critici, la ricerca, il mercato).

C’è chi come Robert Parker, che dalle colonne di The Wine Advocate stabilisce punteggi e decreta tuttora il destino commerciale di molti vini, dall’alto della sua posizione di guru della critica enoica mondiale può arrischiarsi a prevedere il futuro, in dieci punti: dalla crisi della Francia all’exploit della Spagna e del Sud Italia, dal tappo a vite che soppianterà quello in sughero al successo del malbec, vitigno oggi misconosciuto…

Intanto l’utilizzo di pratiche biologiche e biodinamiche nella produzione vinicola riscuote sempre più interesse, sulla spinta vuoi di impulsi salutisti, vuoi di una forma di ribellione al “sistema”, e sempre più si espone al rischio di diventare fenomeno di moda e come tale passibile di fraintendimenti e di speculazioni indiscriminate (fregiarsi di una certificazione biologica sull’etichetta, di una dizione come “non filtrato” o – addirittura – “senza solfiti” comincia a far vendere).

Proprio il dibattito sull’uso dell’anidride solforosa (è possibile produrre un vino di qualità senza alcuna aggiunta di solfiti? Anche autorevolissimi difensori del vino “naturale” ne dubitano) appassiona e divide, produce molti esperimenti azzardati, qualche risultato sorprendente, e apre anche nuovi percorsi di ricerca. Un progetto siciliano che coinvolge le Università di Bologna e Trapani sta portando avanti una campagna di sperimentazioni per sostituire nel processo di vinificazione la famigerata anidride solforosa con una proteina naturale, il lisozoma, che avrebbe la stessa azione stabilizzante, senza effetti collaterali sull’organismo. Potremo prima o poi parlare davvero di vino biologico?

E poi c’è chi come Josko Gravner, dalla sua cantina di Oslavia, in quella terra di confine che tanto ha contribuito negli ultimi anni al ritorno dell’enologia verso la natura, la tradizione, il territorio, incurante degli orientamenti del mercato e delle previsioni degli “esperti”, continua a mandare un segnale chiaro e senza compromessi. Abbandonate le tecnologie più all’avanguardia, che dichiara di avere tutte sperimentate senza trarne i risultati voluti, ha deciso di far maturare il vino all’interno di grandi anfore di terracotta. Come gli Egizi 5000 anni fa. Archiviato il cammino fino a oggi percorso, che pure gli ha fatto ottenere grandi successi (e alte quotazioni sul mercato), progetta ora di concentrare i suoi sforzi su un unico vitigno, il più amato, la ribolla gialla, per arrivare al risultato di produrre un unico vino straordinario.

Che sia questo il vino del futuro?

2 commenti

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2 Commenti

  • Admin
    16 gennaio 2011, 19:22

    Ciao, però mi sembra di ricordare che in un’intervista, tre o quattro anni fa, Gravner avesse detto che sostituire la solforosa con altre sostanze era un falso atteggiamento naturale (e poi cosa si sapeva di queste sostanze) e che lui, se pur poca, la solforosa la usava. L’intervista era riportata nel libro “Critical Wine”. Ora non so: ha dichiarato il contrario? ha cambiato idea? cosa usa, se usa…

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  • Alessandra Del Rosso
    Admin
    19 gennaio 2011, 16:53

    Infatti Riccardo, nell’articolo non ho scritto che Gravner non fa uso di solforosa. Gravner è proprio uno di quegli “autorevolissimi difensori del vino naturale” che hanno sempre sostenuto che, anche se in piccole quantità, l’anidride solforosa sia inevitabile… a quello che ne so, almeno per il momento, non ha cambiato idea.

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