Cristina e il mestiere di attrice: “La recitazione? Puro istinto animale”

Cristina e il mestiere di attrice: “La recitazione? Puro istinto animale”

LUCCA, 30 dicembre – Nel corso del 2011 la vedrete a fianco di Gigi Proietti ne “Il signore della truffa”, una fiction in due puntate destinata alla prima serata di RaiUno. Però, oltre alla tv, la ragazza ha già al suo attivo esperienze nel cinema, nel teatro e nella pubblicità, oltre ad essere regista e sceneggiatrice di tre cortometraggi. Lei è Cristina Puccinelli, nata a Lucca e classe 1979, da una decade vive nella capitale, dove si è trasferita per inseguire il suo sogno professionale nel mondo dello spettacolo e aver studiato – tra gli altri – con Francesca De Sapio, Michael Margotta, la Compagnia del Carretto, Susan Main, Bob McAndrew, Mamadou Dioume. E lavorato con registi del calibro di Abel Ferrara. Il tutto partendo da un’infanzia concentrata più sui testi di William Shakespeare che sulle bambole.

Cristina, rende in Italia il mestiere di attore?

“Dipende quali sono le aspirazioni professionali: le fiction tv sono l’occupazione che dà più stabilità. Tanti attori, una volta trovato il loro ‘posto al sole’ soprattutto nell’ambito delle ‘sceneggiate tv infinite’ non trovano però più il tempo di perfezionarsi e inseguire la crescita artistica o più alte ambizioni professionali. Questo è un rischio da calcolare. Nel mondo del teatro viceversa si guadagna in genere poco, ma si sviluppa di contrappasso una naturale (soprattutto nell’off) tendenza alla ricerca. Una tendenza che al contrario può portare in certi casi a perdersi nel perfeziomento di stile e tecnica. Se vuoi davvero comunicare qualcosa invece l’arte che preferisco è il cinema, ossia la giusta via di mezzo fra i tempi stretti della tv e quelli (a volte troppo) dilatati del teatro”.

Nel tuo curriculum spicca la tendenza a frequentare gli stages più disparati, dalla recita con maschera alla danza funky fino al canto, in Italia e all’estero (Londra, Parigi). Quanto contano queste esperienze nella vita lavorativa di ogni giorno?

“Diciamo che ogni attore, in cuor suo e al di là degli impegni professionali del momento, aspetta sempre ‘il ruolo della sua vita’. Ma spesso accade che nel frattempo si trovi, diciamo, dei ‘buchi’ di tempo fra un lavoro e un altro. Allora il modo più costruttivo di spendere questo tempo è frequentare stages e corsi di aggiornamento, come qualsiasi altro professionista. Anche il nostro mestiere, infatti, richiede noi stessi come ‘strumento primario’ e quindi deve essere nostro interesse migliorarci sempre. Per non trovarsi un giorno, come spesso accade, con un testo meraviglioso da recitare, ma senza una preparazione all’altezza. Ecco: gli stages aiutano a superare i propri, naturali limiti”.

Attrice, regista, sceneggiatrice. In quale di queste tre figure artistiche e professionali ti trovi più a tuo agio?

“All’inizio volevo semplicemente fare l’attrice, per questo sono partita per Roma. Poi ho capito che in realtà amavo tutto il ‘mondo filmico’. Frequentando i set, leggendo le sceneggiature, è cresciuto in me il desiderio non solo di raccontare storie, ma anche di crearle e dirigerle. In questo senso il mio primo cortometraggio è stato una scommessa, perché dirigere e quindi tenere il controllo su una trupe è una cosa assai più complicata della sola recitazione, ma grazie a un affiatato gruppo di amici a cui mi sono appoggiata alla fine è andato tutto bene e ci hanno anche premiato ad alcuni festival. Se dovessi però esprimere ciò che sento di essere, adesso, direi un’attrice. Un’attrice che vuole esplorare la regia, però”.

E quali sono i tuoi registi preferiti?

Charlie Chaplin, Tim Burton e Michel Gondry sono i primi che mi vengono in mente. Amo molto anche il lavoro di Emanuele Crialese (cita ‘Respiro’ e ‘Il Nuovo Mondo’, ndr) e sono rimasta folgorata dallo spagnolo Julio Medem. Ho adorato ‘Caotica Ana’”.

Nonostante i flash dello studio di posa che le accendono il volto Cristina si illumina di ulteriore luce a parlare dei suoi miti. E’ un entusiasmo vero, quello che ci trasmette mentre prendiamo appunti. 

Qual’è il rapporto fra passione e mestiere nella professione di attore?

“Questo lavoro è impraticabile senza passione. Recitare è una cosa molto seria”.

Ma Anthony Hopkins ha definito il recitare un mestiere ridicolo…

“Lui è talmente grande che ormai può permettersi di dire e fare tutto ciò che vuole. E anche in questo sublima la parte più vera e profonda dell’essere attore: l’istinto animale. Non esite una condizione più vicina a quella dell’animale di quella di chi recita perché ci si affida molto alle pulsazioni interiori più profonde, per arrivare a rendere credibili personaggi inesistenti, molte volte estremi e che comunque necessitano di trovare dentro di noi emozioni che a volte non si erano mai sperimentate prima. E di viverle, per entrare nel ruolo. E’ molto difficile ma ogni attore ha la sua motivazione per fare questo mestiere: è come se le nostre vite non ci bastassero e dovessimo viverne altre ed altre ancora. Persi in un gioco di ruolo che paradossalmente è ciò che ci fa sentire di più noi stessi”.

Come è iniziato tutto per te?

“Da bambina, nella biblioteca di casa. E’ lì che i miei genitori custodivano i testi delle commedie teatrali classiche più famose. Passavo intere giornate a leggermi Shakeaspeare e Pirandello, con lo stesso spirito leggero con cui a quell’età si gioca con le bambole. Fantasticavo sui personaggi e mi immedesimavo in loro. Li recitavo nella mia mente”.

Domanda accademica: attori preferiti?

“Difficile dirlo, mi piace tanto Ewan McGregor e Kate Winslet è meravigliosa. Tanti attori sono dei giganti nella recitazione e nella tecnica, ma ciò che mi colpisce di più è la forza interiore che sono capaci di sprigionare. In questo Gigi Proietti è imbattibile, lavorare con lui o più semplicemente sedergli accanto a tavola rende questa sua grandezza: un’energia che in altri professionisti non si trova e che si manifesta oltre le ore lavorative. Basti pensare a come alla fine della giornata intratteneva il cast della fiction a cui ho partecipato con simpatici aneddoti e giochi di gruppo. E’ uno degli ultimi capo-comici di una volta. Una razza attoriale purtroppo in via di estinzione”.

L’intervista continua parlando di Teatro. Lei spiega come, al di là di tutto, preferisce i progetti sperimentali e underground alle grandi produzioni e alle lunghe tourné con i maestri più famosi. Dice che – pur prediligendo la commedia – non le piace come sul palcoscenico spesso si tenda a imitare la televisione, nei temi e nei tempi, definendo la tendenza come una deriva. E citando fra le sue passioni in questo senso Woody Allen e Neil Simon, che definisce “una certa commedia sofisticata”.

Spiega che però ogni forma di umorismo, specialmente nella tradizione teatrale, nasce per il suo contesto sociale e culturale di riferimento e che tanti lavori sono intraducibili da una lingua ad un’altra, senza impedire che perdano la loro carica.

Finiamo a parlare di questo “gap culturale”, di come lo scenario di appartenenza degli artisti ne condizioni la percezione dell’esterno attraverso filtri a volte fuorvianti, altre volte di una lucidità disarmante, per i profani.

“Pensa all’ultimo film di Sophia Coppola, una delle mie autrici preferite, ‘Somewhere’ – dice –: mi è piaciuta la scelta di girarne una parte in Italia alla celebrazione dei premi della tv (con tanto di Valeria Marini e Simona Ventura co-protagoniste, ndr) perché è un buon esempio della diffusa decadenza spirituale di questo nostro tempo. La sua vera percezione del nostro Paese”.

Perché, secondo te, la pellicola della Coppola ha vinto il Leone d’oro a Venezia? Eppure non è il suo lavoro più riuscito…

(Sorride).

“Però la Marini era perfetta”.

Inserisci il tuo commento

La tua e-mail non verrà pubblicata. compila tutti i campi obbligatori*

Se pubblichi stai dando il consenso alle regole di base , ai termini del servizio e alla normativa sulla privacy
Annulla

.

Newsletter


WP Facebook Auto Publish Powered By : XYZScripts.com