“Il vento fa il suo giro” ossia come dice un vecchio detto popolare: “Le cose sono come il vento, prima o poi ritornano”

“Il vento fa il suo giro” ossia come dice un vecchio detto popolare: “Le cose sono come il vento, prima o poi ritornano”

“Se mi dicessero quale sia il film italiano più intenso e più poetico della stagione appena trascorsa non avrei dubbi. Nonostante due ottimi film come L’amico di famiglia di Sorrentino e L’aria salata di Angelini, segnalerei Il vento fa il suo giro del debuttante bolognese Giorgio Diritti (1959)”.

Perché? Intanto, ma è una ragione secondaria, per il coraggio. E’ un film che non ha avuto finanziamenti ministeriali né televisivi; prodotto da una cooperativa, di cui hanno fatto parte gli interpreti del film stesso; sottotitolato, nonostante sia italiano, perché parlato in tre lingue; recitato in buona parte dagli abitanti della Valle Maira, cioè da non attori, compreso il protagonista. Infine è un film che non ha una normale distribuzione, nonostante che abbia partecipato ad una ventina di festival italiani e stranieri, vincendo una mezza dozzina di premi e menzioni.

La ragione essenziale della scelta risiede, però, nella qualità ed intensità cinematografica. Il protagonista è un ex-insegnante, deluso dal sistema scolastico francese, che, trasformatosi in pastore, si trasferisce dalla valle dei Pirenei, in cui stanno costruendo una centrale nucleare, ad un paesino di montagna, Chersogno, in provincia di Cuneo, insieme alla moglie, due figli ed un gregge di capre, base del suo lavoro di formaggiaio. Il film inizia con le nevi invernali e termina con l’inizio dei primi calori estivi, e coincide con il dramma di questa famiglia, che da una tiepida accoglienza iniziale si sviluppa fino ad un sempre più violento rifiuto di lui, il “forestiero” (come viene chiamato dagli abitanti).

Il film ha un taglio documentaristico, ma va oltre, ti fa entrare e partecipare dentro le varie fasi del rapporto tra il paese e questi “venuti da fuori”: diffidenza iniziale, accoglienza con la bella festa notturna, infine via via, fatto dopo fatto, cattiveria pretestuosa, prepotenza, violenza. Sembra quasi un film di Herzog. Per il protagonista, che incarna con intransigenza morale ed un’intelligenza acuta, a volte unilaterale, l’amore quasi simbiotico con ciò che è naturale e il disprezzo verso tutto ciò che nasconde invidia e esprime cattiveria e ipocrisia. Per il paese, che assume una dimensione corale ed insieme vivamente dialettica, ma in cui “vincono” la paura del diverso e l’intolleranza. Rinnegamento inconsapevole della loro storia di povertà e silenzio.

Ne risulta un film interessantissimo sociologicamente per le trame dei sentimenti e delle ideologie (attualissime) che sommuove ed infine poetico, perché arriva a toccare, in questo scontro viscerale, le corde più intime dei sentimenti. La fotografia di Roberto Cimatti dà verità al paesaggio rendendolo, per buona parte della pellicola, aspro e grandioso. Gli attori sono tutti esemplari: dal protagonista, Thierry Toscan, un volto duro come la roccia (nella vita è un artista multimediale), agli abitanti del paese, che recitano con molta naturalezza ruoli difficili. Da segnalare infine un’attrice, pochissimo utilizzata dal cinema italiano, Alessandra Agosti, che dona alla moglie del pastore un’immagine così viva da risultare ambigua e molto seducente.

Gianni Quilici (a cura de “La linea dell’occhio” e del “Circolo del Cinema di Lucca”)

Il vento fa il suo giro di Giorgio Diritti con Thierry Toscan, Alessandra Agosti, Dario Anghilanti, Giovanni Foresti e gli abitanti della Valle Maira. Soggetto: Fredo Valla. Sceneggiatura: Giorgio Diritti e Fredo Valla. Fotografia: Roberto Cimatti. Musica: Marco Biscarini, Daniele Furlani. Italia, 2005. Dur: 107′.

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