“State of Mind”: quando l’arte è “Minimal”

“State of Mind”: quando l’arte è “Minimal”

LUCCA, 22 aprile – Fino al 27 giugno al Lu.c.c.a. – Lucca Center of Contemporary Art – vengono proposte installazioni di Minimal Art provenienti dalla Collezione Panza. Nelle otto sale espositive sono raccolte opere realizzate negli anni Novanta e Duemila degli artisti Lawrence Carroll, Lies Kraal, Timothy Litzmann, Christiane Löhr, Emil Lukas, Jonathan Seliger, Séan Shanahan e Roy Thurston.

La corrente della Minimal Art nasce negli anni Sessanta e risponde all’esigenza di consentire un rapporto immediato tra opera d’arte e osservatore, riducendo al minimo i filtri imposti dalle convenzioni artistiche e dalla soggettività dell’individuo creatore.

Nell’opera non sono più da ricercarsi significati simbolici o prese di posizione ideologiche e questa neutralità consente di focalizzare l’attenzione sulla fisicità e sulla struttura della creazione artistica. I lavori Minimal Art hanno da sempre avuto una ricezione complessa, riscuotendo anche dure disapprovazioni e per questo, ancora oggi, costituiscono una vera sfida per l’osservatore.

Il Lu.c.c.a. ha il merito di essere riuscito ad armonizzare gli ambienti del cinquecentesco Palazzo Boccella, sede del museo, con la presenza di opere d’arte contemporanee, dando luogo a una simultaneità interessante.

Lo sfondo in prevalenza bianco e la buona illuminazione danno un’adeguata visibilità alle opere esposte, realizzate con materiali e tecniche diversi (particolarmente originale, al riguardo, è l’opera diChristiane Löhr, che utilizza, tra gli altri, vegetali essiccati e crini di cavallo).

Ricordiamo che il museo è situato nel centro di Lucca, in via della Fratta 36, davanti alla Madonna dello Stellario.

STATE OF MIND

Panza Collection

a cura di Maurizio Vanni

Lu.c.c.a. – Lucca Center of Contemporary Art

via della Fratta 36

aperto da martedì a sabato ore 10-19, domenica ore 11-20

catalogo Carlo Campi editore

2 commenti

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2 Commenti

  • Admin
    12 giugno 2010, 09:52

    Nella nostra città è ormai un fiorire di ricerche nelle arti visuali, quasi che si stia assistendo ad un risveglio dell’interesse culturale in questo campo. Se in passato le mostre figurative sulle avanguardie erano appannaggio prima della Galleria Paul Klee, poi del Bureau de l’Art, oggi grazie alla Fondazione Ragghianti, alla Poleschi Arte, alla Galleria 38 e al museo Lu.C.C.A., la città conosce un autentico risveglio culturale. Altro evento d’eccezione al Lu.C.C.A. fruibile fino al 27 giugno, è ospitato nel Palazzo Boccella allo Stellario, State of mind ove è di scena la minimal art della collezione Panza. «Ciò che vedi è ciò che vedi», affermava Frank Stella nel 1958-59 quando con i suoi black paintings inaugurava, probabilmente senza esserne consapevole, una nuova incredibile e imprevedibile stagione dell’arte contemporanea: la minimal art. Alcuni anni dopo, la critica ufficiale riconobbe alla minimal art, che si contrapponeva in modo deciso all’espressionismo astratto degli anni ’40 e ’50 e alla coeva pop art, la peculiarità di aver modificato l’approccio alle espressioni artistiche, il ruolo dello spazio e del visitatore, ma anche ridisegnato le geografie dell’arte contemporanea: gli Usa infatti prendono per la prima volta le distanze dall’arte europea, New York diviene la capitale dell’arte e questo grazie anche alla pop art, a Fluxus e alla mail art che nel ’62 fu codificata da Ray Johnson. State of Mind è un evento che coinvolge otto artisti della Collezione Panza, Lawrence Carroll, Lies Kraal, Timothy Litzmann, Christiane Löhr, Emil Lukas, Jonathan Seliger, Séan Shanahan, Roy Thurston, «che si esprimono – sostiene il curatore della mostra Murizio Vanni – ognuno in modo proprio, attraverso il denominatore comune della minimal art con un dizionario formale essenziale, con tecniche non relazionali di composizione pittorica, con strutture costituite da grandi, anonimi ed essenziali volumi geometrici in sequenze seriali, con l’impiego di materiali industriali quali legno, cera, punti metallici, pasta per modellare, silicone, resina acrilica, lacca, acciaio inossidabile, poliuretano, vetro, aghi, o desunti dalla natura, denti di leone, semi di edera, semi di caglio, crine di cavallo, gambi d’erba, foglie.» Ne scaturiscono otto installazioni pensate con la volontà di coinvolgere il bianco e il vuoto dello spazio espositivo come componente attiva del loro lavoro realizzato tra gli anni novanta e il duemila. Alla riduzione minimale delle opere, nessuna parte, seppur nella sua essenza, assume più importanza di un’altra, si contrappone l’esperienza della presenza fisica degli oggetti con lo spazio in modo da determinare la conoscenza immediata delle forme e dei materiali. In questo tipo di evento, l’attenzione deve spostarsi dall’interno all’esterno del lavoro, evidenziando le caratteristiche reali della struttura, le qualità fisiche e spaziali dell’istallazione per esaltare un rapporto inedito con l’osservatore. Al visitatore, infatti, non viene più chiesto di concentrarsi sul significato intrinseco della creazione, ma di avere una sorta di approccio poli sensoriale con il lavoro, di testare senza alcun pregiudizio il dipinto monocromo o il volume con cui deve dividere lo spazio e di pensare solamente al processo soggettivo di fruizione.

    Vittorio Baccelli

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  • Admin
    13 giugno 2010, 23:01

    L’ennesima mostra ideata e realizzata ad esclusivo uso e consumo di curatori, galleristi e dei pochi addetti ai lavori.
    Speculazione dura e pura per far crescere quotazioni ed arricchire curriculum, oltre che far sbizzarrire improvvisati et improvvidi spacciatori d’inchiostro e pixel sui nostri ed altrui schermi.

    🙂

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