Il nuovo romanzo di Francesca Caminoli: un viaggio alla ricerca del figlio perduto

Il nuovo romanzo di Francesca Caminoli: un viaggio alla ricerca del figlio perduto

VIAREGGIO (Lucca), 21 febbraio – Il libro di Francesca Caminoli è un diario-viaggio alla ricerca del figlio perduto. Per afferrarne un po’ il senso proviamo a leggerne l’inizio.

3 marzo 2005. Oggi è il mio compleanno e Guido mi ha mandato un bel regalo: la neve. Nevica oggi a Lucca. Domani è il suo compleanno, ma lui non ci sarà. Per questo mi ha mandato una neve. A lui piaceva molto la neve. Mamma senti, c’è l’odore della neve, a volte lo diceva già ad ottobre. Mi ha mandato la neve perché non poteva mandarmi un regalo. Lui è lontano, è andato via. Si è suicidato il 12 settembre dell’anno scorso, sei mesi fa. Si è buttato dai bastioni del castello di Otranto. All’ora del tramonto. Nel blu. Aveva il mare davanti, aveva il cielo davanti. Guido amava le cose belle”.

Già da queste poche righe iniziali, ma soprattutto nel proseguo, si intuisce che per capire nel profondo questo libro-diario occorre avere amato davvero, amato così tanto da rimanere “ossessionati” da questo amore. Altrimenti si può soltanto percepire il dolore, ma alla fine forse “consumarlo”.

Guido, il figlio amato, si è suicidato, “si è sacrificato” scrive l’autrice “per fare stare meglio il mondo” come asseriva lui stesso. E Francesca Caminoli un anno dopo studia un percorso che la porti ad Otranto il 12 settembre, proprio lì sui bastioni del castello, al tramonto, verso le cinque e mezza.

Così il 2 settembre parte in macchina da sola e la sera stessa, senza averlo preventivato, “in una piccola camera d’albergo sui Monti Sibellini si ritrova a dialogare per iscritto con lui, ad annotare pensieri, cose viste, sensazioni con lui”

Il diario è, quindi, anche uno di quei meravigliosi viaggi nell’Italia minore, più appartata ed intima, dove si sente ancora respirare il palpito delle cose autentiche: il Piano Grande nei Monti Sibellini, l’Aquila e il Gran Sasso, Santo Stefano di Sessanio e la Valle dell’Orfento, Trani e Castel del Monte, Lecce e infine Otranto; poi ci saranno Gallipoli e Matera, le Dolomiti lucane e Venosa… Quando ella ritorna, dopo tanti giorni, sull’autostrada Napoli-Roma scrive:

Mi sembrava di essere entrata in un altro mondo, come se ci fossero due italie, una dove tutto va ancora adagio, dove incontri una macchina ogni tanto, aquile e zampognari, dove riesci a pensare. Un’altra dove tutto è caotico, ammassato, macchine su macchine, case su case, persone su persone…”.

Ma l’elemento di forza di questo viaggio è il colloquio con il figlio, fatto di domande e di pesanti interrogativi (Da dove venivano, Guido, il tuo insostenibile dolore e la tua insostenibile sofferenza? Quante volte me lo sono chiesta senza riuscire a darmi una risposta. E non mi bastano le cose che mi dicevi, il tuo poterci fare del bene da un altro mondo, il tuo non volere stare più qui. Questo era il dopo, ma il prima, il prima da dove veniva?), di constatazioni (Tu sei stato prima il bambino, poi il ragazzo, poi il quasi uomo, anzi l’uomo, che sempre mi ha obbligato a guardare e a guardarmi nel profondo.), di critiche e autocritiche, di ricordi struggenti e soprattutto del bisogno di segnali inviati dal figlio della sua presenza, del suo esserci ancora. (Guardo i girasoli e guardo il prato. E all’improvviso tu sei lì,sei etereo come nella mia visione che ti ho raccontato, ti alzi, mi sorridi, vieni da me e mi abbracci.Mi abbracci le spalle e la testa, io seduta e tu in piedi. Non dici niente, ma non importa, sei lì, la tua presenza parla per te).

E’ un colloquio-rapporto di tipo mistico, ci si potrebbe chiedere?

E’ una fusione tra mistico e realistico, in cui il mistico diventa reale, perché la presenza di Guido nasce da ricordi, immagini, suggestioni così forti che si propongono e ri-propongono, al di là della volontà della scrittrice, come dati reali, che fanno parte dell’immaginario più intimo e più sconvolgente e, quindi, più vero dell’autrice. E qui, in questi colloqui, Guido viene rappresentato nella forza delle sue idee, nella vivezza di certe immagini, nella suggestioni di certi luoghi.

Le parti più alte del libro sono, infatti, quelle in cui si viene a creare quasi una simbiosi tra la mamma-il figlio-il luogo. Si pensi alle pagine su Otranto, ma soprattutto a quelle su Matera.

Ma c’è un altro elemento ancora che forse si tende ad escludere, associandolo troppo all’autrice stessa: il figlio, Guido Veronesi. Guido non lo conoscevo, ho visto soltanto la bella immagine di un suo dipinto in copertina (e un’immagine non ha la forza materica di un dipinto) e una sua poesia, posta come epigrafe all’inizio.

Essa dice:

“Nell’istante/ in cui la necessità/ incontra la bellezza/ trovo lo spazio/ che tutti i sensi/ in sé raccoglie”.

Nella poesia ci sono i due elementi che un filosofo-psicologo come James Hillman e un politico-poeta come Nichi Vendola considerano essenziali per la politica degli anni a venire: la necessità (l’acqua, il mare, la terra e il fuoco) e la bellezza (la poesia che attraversa tutto). Qui in pochi essenziali versi Guido Veronesi le raccoglie e le illumina nello spazio forse più alto dato a noi umani: la creazione. Questi versi soltanto basterebbero per sentire il rimpianto del suo non esserci più, delle potenzialità che aveva di potersi esprimere ancora.

E c’è un altro aspetto, secondario nell’economia del romanzo: il modo e il luogo della sua morte, che egli ha voluto e che ha scelto. Otranto, il bastione del castello, il mare, il cielo, il salto, il prato. Una scelta aperta, ariosa. Una scelta estetica. Ho pensato a Carmelo Bene, il massimo esteta forse del novecento e non solo italiano, al suo romanzo-film “Nostra Signora dei Turchi”, che si svolge, in buona parte, a Otranto tra il castello, la cattedrale, il mare… E mi sono chiesto: “Guido avrà conosciuto Carmelo Bene, lo avrà, in qualche misura amato…”.

Francesca Caminoli. Viaggio in requiem. Milano, Jaca Book 2010, pp. 117. Euro 12.

Francesca Caminoli è nata a Lecco nel 1948. Giornalista professionista, ha lavorato a Milano in quotidiani e periodici fino al 1982, poi si è trasferita a Lucca. Ha pubblicato Il giorno di Bajram, Il Grandevetro/Jaca Book, 1999, e per la stessa casa editrice La neve di Ahmed (2003) ripubblicato da Paravia Bruno Mondatori nel 2006.

Negli ultimi anni ha realizzato un giornale in Nicaragua con i ragazzi di strada del progetto Los Quinchos, con cui collabora. Con il ricavato della vendita delle incisioni del figlio, scomparso nel 2004, ha aperto una piccola scuola di pittura per i ragazzi del progetto.

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