District 9: quando l’apartheid è per gli alieni

District 9: quando l’apartheid è per gli alieni

Distribuito dalla sempre gloriosa Sony Pictures e presentato dal “Signore degli anelli “ in persona, alias Peter Jackson, arriva finalmente sugli schermi “District 9”, un film atteso a lungo e con trepidazione dal pubblico, più tramite passaparola, sussurri e scambi di brandelli informativi tra gli appassionati in rete e su riviste specializzate che non grazie a un vero e proprio battage pubblicitario, iniziato tramite curiosi volantini distribuiti in giro per le città solo un paio di giorni prima dell’effettiva uscita del film…

All’interno il trailer italiano del film

I volantini, distribuiti a ignari passanti che impiegavano un po’ di tempo a capire di cosa si trattasse, qualora vi avessero prestato attenzione, recavano tutti la stessa dicitura “accesso vietato ai non-umani” e un curioso simbolo con l’effige di un “coso” sbarrata in maniera inequivocabile per la mondiale iconografia segnaletica.

Un film di fantascienza che non viene preceduto da grandi fanfare, è già di per sé una piccola eccezione, ma non è la sola “eccezione” di cui questo bel sci/fi movie si fregia.

Non vi è un grande cast, o almeno, non vi è un solo volto noto nel manipolo di bravissimi attori di quest’affresco corale.

Non vi è un’esagerazione nell’utilizzo degli effetti speciali, anzi , i credibili alieni, lasciati a vivere nella bidonville, sembrano così “semplici” così “normali” da costringere lo spettatori a ricordarsi che si tratti di creature finte e non semplicemente di personaggi “diversi”.

Non vi è una gloriosa battaglia contro la specie extraterrestre.

Ma soprattutto, per la prima volta nella storia del cinema, con un’astronave aliena non si impone con gran potenza di fuoco sulle luccicanti capitali USA, a va a fermarsi, palesemente in panne dopo una sorta di naufragio galattico, sopra Johannesburg negli anni ’80, lasciando la popolazione al suo interno, stramata e disorientata dopo tale lungo viaggio e tale naufragio, completamente alla mercé ed alle dipendenze degli “aiuti umanitari”, senza più mezzi meccanici per ripartire, senza più i propri leader che costituiscano un referente nei colloqui, e che diano loro uin ordinamento.

Malati, sfiniti, e tragicamente lontani da casa.

Per la prima volta gli alieni non ci vengono presentati come superpotenti invasori o dolci compagni magici.
Per la prima volta un viaggiatore che viene da lontano e che “cade” sul nostro territorio viene considerato esattamente come ogni alto migrante: un profugo sporco e “diverso”.

Non ci vuole un esperto di sociologia dell’immagine o qualcuno piuttosto abile nel trovare i significati nascosti (ma per l’appunto neppure troppo) per cogliere paralleli dolorosi con un passato ancora troppo vergognoso e vicino nella rappresentazione del fatto che dei profughi, approdati in Sudafrica lo scorso secolo vengano ghettizzati, emarginati e rinchiusi in slum, per non farli fraternizzare con il resto della popolazione, per sfruttarli come bacino di sfogo criminale, come cavie da laboratorio, come “cose” insomma.

Alieni segregati dunque, temuti, senza alcuna ragione apparente, talmente tanto da dover essere sottratti persino alla vista dei cittadini, in un’ulteriore segregazione anche fisica, visiva, che incarni il più meschino degli alibi della creatura umana, quel “lontano dagli occhi , lontano dal cuore” che usiamo fin troppo spesso per non sentirci coinvolti nelle bassezze, nella violenza e nella cattiveria, soprattutto, di cui ci rendiamo complici soltanto perché troppo pigri per non agire diversamente.

Le vicende narrate partono dal generale: il reportage giornalistico delle tre giornate in cui gli alieni verranno spostati nel nuovo campo, lontano dalla città , onde poter “tranquillizzare la popolazione”, come se “spostare” un problema fosse risolverlo, e scendono poi nel particolare di chi si trova improvvisamente “coinvolto” con la diversità, proprio malgrado, improvvisamente in bilico tra il proprio mondo di provenienza ed un altro, fino a quel momento temuto ed odiato.

Una situazione di mutamento, nella società dello stallo in cui prioritario è che ognuno rimanga al suo posto, che non può essere tollerata da nessuno e che funziona da miccia per speculatori, arrivisti e, soprattutto, per coloro che riescono ancora a pensare, a capire, a volere essere “diversi” vedendo nella diversità un sinonimo di ricchezza, non una minaccia al pattume dell’omologazione.

Il protagonista si troverà ad essere al contempo tradito da chi amava ed a dover confidare in chi odiava, come nei migliori casi di rovesciamento di vita di ciascuno di noi, ma al di la di quello, al di là della “storiella in se stessa” è lo slum che ci colpisce in faccia, e che resta lì, solo da un’altra parte, senza che nulla sia cambiato, continuando a montare disagio e popolazione come una falda sotterranea.
Vi ricorda qualcosa?

Nessuno di voi si è guardato intorno pensieroso tornando a casa, pensando a ciò che non vogliamo vedere, a coloro a cui non vogliamo pensare, dietro i muri grigi delle periferie.
In fondo gli “alieni”, letteralmente, sono solo “altri da noi”… e si sa… gli “altri” dai tempi di Caino, sono quelli con cui diamo il peggio di noi.

A volte fa bene vedere qualcosa che ce lo ricordi, che ci costringa, sia pure tramite metafore, ad un piccolo veloce e doloroso esame di coscienza.

District 9
Regia: Neill Blomkamp
Interpreti: Sharlto Copley (Wikus Van De Merwe): Jason Cope (Grey Bradnam – UKNR Chief Correspondent); Nathalie Boltt (Sarah Livingstone – Sociologist); Louis Minnaar (Piet Smit);
sceneggiatura: Neill Blomkamp, Terri Tatchell
USA 2009.
Genere: Fantascienza
Durata: 112
Sito: www.district9.it

1 commento

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1 Commento

  • Admin
    28 dicembre 2009, 21:49

    bel commento,

    ma magari il film è stato fatto in Sudafrica e parla anche e soprattutto dei problemi che hanno avuto loro, non per niente esiste a Cape Town District 6, che è una zona nel centro della città che fu rasa al suolo dalle ruspe durante l’apartheid, costringendo così tutti gli abitanti a “traslocare” a forza in zone più periferiche, le Cape Flats, dove ovviamente “disturbavano” meno.

    Quindi le allegorie, le metafore e i riferimenti storici sono semplicemente immediati, e più che evidenti, direi.

    Una nazione fa i conti col suo passato. Per noi, è più presente, e visti i tempi, credo anche prossimo futuro.

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