Questione morale, quando essere una “brava persona” non era sinonimo di stoltezza

Questione morale, quando essere una “brava persona” non era sinonimo di stoltezza

LUCCA – In televisione, sui giornali, durante la lavorativa pausa caffè e persino tra genitori nell’attesa dell’uscita dei propri pargoli da scuola, alla stessa stregua di una moda passeggera, si è riproposta la questione morale e, a forza di dibatterci sopra, si è riusciti nell’intento di snaturarne i cardini e ridicolizzarne il valore

…per cui tutti gli scandali e le condanne, la corruzione e la disonestà, perfino l’elenco dettagliato dei “riciclati” della politica nostrana non riescono più non solo a stupirci, ma neanche a ripugnarci. Polpa e sostanza delle parole hanno perso consistenza e ci si riduce a parlare di buccia senza riuscire ad arrivare al nocciolo. 

Da Niccolò Machiavelli, per il quale l’unico fine da perseguire era il mantenimento dello stato a Enrico Berlinguer che poneva la questione morale al centro del problema italiano, passando da Gaetano Salvemini che nel 1910 denunciò il malcostume politico e le gravi responsabilità di Giovanni Giolitti con il libro “Il ministro della malavita“, è tornato alla ribalta l’irrisolto e annoso dibattito, ma cos’è in concreto la questione morale? Qual è il nucleo centrale? Alla base di una politica e di un’economia morale chi c’è? Ovvero, risalendo questa catena alimentare dove esser pescecane ormai corrisponde al concetto di furbizia, sarebbe forse il caso di pensare che la moralità è possibile solo se vi sono persone morali e che le persone morali lo sono a prescindere dal contesto in cui operano. 

La questione è più sottile e il male, forse, è più radicato. Non è tanto il temere la legge, e probabilmente neanche l’aggirarla, quanto il concetto in base al quale tutto è lecito se non ci si fa scoprire e nulla riesce più a scandalizzare se non, appunto, la moralità e colui il quale la porta con pacata dignità. Nascondere la propria onestà per non esser tacciato di poca furbizia, non stupirsi più di nulla sono sintomi e la scorrettezza è la malattia. A sconvolgere non è il fatto che non ci sia una cura efficace per combatterlo, ma piuttosto che si dia per scontato sia un male incurabile. 

Così ci si rifugia in altri sogni sperati da altre persone in altri paesi come se questa panacea fosse in realtà un virus benigno in grado di varcare oceani e per miracoloso contagio aereo intaccare il sistema alla radice, estirpare la nostra patologia e reintrodurre parole semplici ormai da tempo dimenticate quali cambiamento, speranza, coraggio, responsabilità, solidarietà e perfino democrazia. 

Chi con invidia. Chi con scetticismo. Chi con speranza. 

Peccato. Peccato perché tanto entusiasmo, tanta energia sarebbe il caso di impiegarli per cambiare, sperare, essere solidali e assumersi la responsabilità, individuale prima che collettiva, di riappropriarci del nostro concetto di democrazia. Soprattutto per avere il coraggio d’essere persone morali, ovvero individui che danno a concetti quali scrupolo e coscienza un valore, per i quali il fine non giustifica il mezzo, neanche in parte e per sostenere con fermezza questo principio più d’ogni altra cosa proprio con coloro i quali si permettono di tacciare per questo di poca furbizia. Con chi al sogno nostrano non crede, mentre ad altre speranze plaude. 

Moralità e correttezza, sobrietà e misura di ognuno in ogni frangente perché non può in eterno reggere la giustificazione dell’aspettare che gli altri facciano altrettanto e perché il coraggio non è eludere le regole senza farsi scoprire, ma rivendicare la propria limpida integrità di fronte a chi pensa di poterci deridere per questo. 

Per creare una nuova generazione con diversi principi morali ci vuole il fegato di crederci fino in fondo, anche quando il dubbio di non crescerli “furbi come gli altri” assale, quando da genitori morali, se non fisiologici, dei nostri politici di domani ci assumiamo tutti l’arduo compito di educarli alla correttezza che, non facciamoci ingannare, non è sinonimo di stupidità. 

Woody Allen in Mariti e Mogli sostiene che “la vita non imita l’arte, imita la cattiva televisione“. E la cattiva politica? E quale la diretta conseguenza dell’altra? Sarebbe forse il caso di accantonare momentaneamente il dubbio uovo-gallina per cercare di salvare entrambi da questa “aviaria”, per rivestire il vocabolo “moralità” di sostanza, appunto, andando al nocciolo del problema. Non solo a parole.

Inserisci il tuo commento

La tua e-mail non verrà pubblicata. compila tutti i campi obbligatori*

Se pubblichi stai dando il consenso alle regole di base , ai termini del servizio e alla normativa sulla privacy
Annulla

.

Newsletter


WP Facebook Auto Publish Powered By : XYZScripts.com