Quando Babbo Natale divenne unico (o prevalente)

Quando Babbo Natale divenne unico (o prevalente)

ROMA – Il 18 dicembre il Consiglio dei ministri ha approvato i regolamenti attuativi del piano programmatico della scuola. Nessun cambiamento in vista né tanto meno dialogo con le parti sociali, tranne qualche sorpresa e alcune incongruenze. Vediamole nel dettaglio.

Il piano, infatti, avrebbe dovuto essere almeno coerente alla legge 133, mentre pare introdurre misure non previste dalla norma. Quindi nessuna marcia indietro, anzi. Certo è che il permanere dei tagli originali mai, di fatto, discussi non lasciava intravedere nulla di differente. Dunque la riforma Gelmini conferma la sua natura di taglio economico che si traduce in riduzione dell’organico e degli orari di formazione.

Per volontà del Governo, inoltre, i regolamenti attuativi non passeranno al vaglio delle Camere con l’implicita possibilità lasciata ai propugnatori di introdurre nuove misure. Esempio esplicativo di questo è l’anticipazione a due anni e mezzo della scuola dell’infanzia d’introduzione della Moratti e riconfermata il 18 dicembre senza che questo potesse essere discusso. Dunque più bimbi e meno insegnanti.

Confermato il maestro unico o “prevalente”: finalmente compare la dicitura, magra consolazione. Quindi la logica dei tagli ha prevalso sulla realtà di una scuola primaria riconosciuta d’eccellenza in Europa. Ribadita la parte riguardante l’insegnamento della lingua inglese, per il quale sarà sufficiente una formazione di 150/200 ore tenuta da docenti di lingua inglese della scuola media per considerare professionalmente qualificati all’insegnamento della stessa gli insegnanti della scuola elementare. Chi potrà integrerà con mezzi propri in barba alla stessa Costituzione che s’insegnerà a scuola e che ha nell’uguaglianza dei cittadini uno dei suoi fondamentali principi.

A questo proposito è bene, infine, ricordare che il tempo pieno nasce come risposta alle esigenze sociali delle famiglie, ma anche e soprattutto come modello pedagogico di didattica partecipata che mira all’integrazione e all’inclusione e si basa sul lavoro di gruppo e sul rispetto delle caratteristiche dei singoli studenti. Perché ciò si realizzi è essenziale la “compresenza” degli insegnanti che consente lo svolgimento d’attività di laboratorio qualitativamente efficaci e, nel contempo, di seguire in maniera individualizzata gli alunni in difficoltà. Proprio per questo è necessario che questo costo non sia azzerato, ma semmai distribuito in maniera congrua e tenendo conto delle singole realtà scolastiche. Quindi no ai tagli e no alla soppressione dell’autonomia delle istituzioni scolastiche. Salvaguardando equità e trasparenza, quello di cui la scuola avrebbe bisogno è l’individuazione di criteri in base ai quali valutare le scelte e l’operato dei singoli microcosmi scolastici. Certo, però, questa sarebbe una riforma e non un taglio indiscriminato.

Per quanto riguarda la scuola media statale la sensazione è che vi sarà un impoverimento culturale oltre che delle risorse, lasciando perdere il voto in condotta che pare inadeguato, anacronistico e tutto meno che risolutivo del problema bullismo e l’inserimento di materie d’insegnamento che mal s’accompagna alla riduzione del tempo scuola. Il modello di tempo normale precedente alla riforma Moratti di 30 ore, portato a 33 ore con l’insegnamento della seconda lingua straniera dovrà, infatti, cedere il passo ad un modello di 29 ore, o peggio ancora 27 ore. In entrambi i casi sarà necessario ridefinire l’ora di “cittadinanza e costituzione” e l’ora di religione cattolica e sopprimere la seconda lingua straniera. Il “tempo prolungato” dovrebbe essere riportato a 36 ore con ampliamento didattico per almeno tre giorni settimanali e solo ove i comuni potranno assicurare il servizio mensa. Pare alquanto criptico come si possa pensare di affrontare con questi tagli le difficoltà della scuola media e colmare il deficit riscontrato in questa fascia d’età nelle rilevazioni internazionali.

Dulcis in fundo la scuola superiore. La maggioranza si era impegnata ad aprire un confronto sui regolamenti attuativi, invece si è trattato esclusivamente dell’applicazione dei provvedimenti: lo slittamento della riforma delle superiori di un anno non vuol dire che non ci sarà, ma solo che è stata rinviata. Il problema invece è discuterne i contenuti e, soprattutto, le novità introdotte e non previste dalla legge 133. Tanto per cominciare non è dato sapere quali criteri ispireranno la riduzione degli indirizzi. Certo è che saranno ridotte le tipologie professionali e l’ipotesi di un monte ore pari a 32 ore settimanali renderà di fatto impraticabile i laboratori tecnico – professionali che caratterizzano questa tipologia d’indirizzo. A questo si aggiunga l’eventualità non ancora scongiurata di articolare l’intero percorso delle superiori su 4 anni. Quindi riduzioni orarie che si sommano a riduzioni annue con una più che probabile ricaduta sul percorso formativo-educativo dei ragazzi proprio dove, invece, si dovrebbe lavorare affinché vi sia una crescita.

La cosa più sconcertante, però, è la confusione che si avverte perché si parla di servizio scolastico qualitativamente e quantitativamente migliore senza far corrispondere le conseguenti risorse per far sì che ciò si realizzi.

Emblematico confronto tra l’articolo 4 comma 6 dove si legge che “la dotazione organica di istituto è determinata sulla base del fabbisogno del personale docente necessario per soddisfare l’orario delle attività didattiche, l’integrazione degli alunni disabili, il funzionamento delle classi a tempo pieno” e il comma 7 dello stesso articolo nella parte in cui si dichiara che “le classi a tempo pieno secondo il modello di cui al comma 3, sono attivate a richiesta delle famiglie, sulla base di specifico progetto formativo integrato e delle disponibilità di organico assegnate”.

Pare dunque “chiaro” che l’organico si farà in base alle richieste di tempo pieno, ma il tempo pieno sarà fornito solo se presente l’organico necessario.

Anche la scuola dell’infanzia che sembrava uscirne indenne, sarà “decurtata”. Nel piano programmatico, infatti, se ne azzera il lungo percorso degli ultimi anni, evoluzione che da centro d’assistenza l’ha trasformata in quarant’anni nella scuola statale dell’infanzia d’oggi, giudicata oltre confine qualitativamente esemplare. La scelta quanto meno discutibile di far cassa anche in questa fascia d’età lascia alquanto basiti, perché non si può pensare basti un “ricovero” mattutino al quale contrapporre, ove vi sia la possibilità economica, la baby sitter o le scuole private che garantiscono tempi di funzionamento più lunghi. Non si dimentichi inoltre che quest’ultime attingono a fondi pubblici.

In ultimo, ma non per ultimo lascia quanto meno confusi la razionalizzazione delle già ridotte risorse umane nei centri d’istruzione per adulti nei quali sarà riconsiderato l’assetto organizzativo e ridotte le materie d’insegnamento. Importante è ricordare che questi centri sono rivolti a soddisfare le esigenze formative delle fasce più deboli della popolazione, in questa maniera di fatto ulteriormente “impoverite”.

Senza parlare dell’autonomia scolastica costituzionalmente protetta di cui non si tiene in alcun modo conto e delle migliaia di lavorati precari, docenti e personale ATA, che da anni garantiscono il funzionamento delle scuole e che saranno eliminati senza alcun ammortizzatore.

Il mondo della scuola, sceso ripetutamente in piazza per far sentire il suo giudizio critico, non ha avuto nei recenti regolamenti attuativi nessun riscontro e tra tira e molla, interviste sulla vita scolastica del Ministro Gelmini e decreti attuativi che lasciano più che amaro in bocca una sensazione di confusione, in questa vigilia ci rimane un’unica certezza: Babbo Natale è unico, ma anche prevalente.

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