Stelle rosa a San Pietro

Stelle rosa a San Pietro

ROMA – Il Vaticano dice no alla proposta presentata alle Nazioni Unite dalla Francia sulla depenalizzazione dei comportamenti omosessuali in tutti i paesi del mondo ed è subito dibattito. Tutto ha inizio con l’intervista all’osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, l’arcivescovo Celestino Migliore, integrata successivamente da una nota del portavoce della sala stampa del Vaticano, padre Federico Lombardi.

In sunto il Vaticano ha espresso preoccupazione perché la risoluzione, d’iniziativa francese, potrebbe sfociare in future pressioni e discriminazioni perpetrate ai danni degli Stati che non riconoscono l’unione tra persone dello stesso sesso come matrimonio.

Si rischierebbe insomma, sostiene il Vaticano attraverso il suo portavoce, di mettere alla gogna ogni norma che non ponga sul medesimo piano qualsivoglia orientamento sessuale. Dunque per timore di possibili future discriminazioni ai danni di chi considera il matrimonio fra uomo e donna la forma fondamentale e originaria della vita, non si avalla una risoluzione volta a dare un segnale forte a 94 nazioni che a tutt’oggi incarcerano, torturano e – in 7 tra questi paesi – condannano a morte le persone per il loro orientamento sessuale.

Immediate le reazioni delle associazioni italiane gay-lesbo, ma non solo. L’atteggiamento del Vaticano, motivato dal timore che in futuro le coppie etero possano sentirsi discriminate, pare infatti volto a ignorare lampanti violazioni dei diritti umani che spesso conducono alla morte.

Per molti, a partire da Amnesty International, risulta difficile comprendere come la Chiesa cattolica, fautrice del rispetto per tutti gli esseri umani, possa soprassedere di fronte alla condanna a morte, all’incarcerazione e alla tortura per paura che un domani si possa sollevare la questione dei matrimoni gay nei paesi ove oggi non è previsto.

In un sottile gioco di parole si parla di non discriminazione per coloro che discriminano, dimenticando che nel frattempo individui soffrono e muoiono per “colpa” del loro orientamento sessuale. Le lotte per il riconoscimento di un diritto non sono battaglie sovversive, ma mirano alla tutela di un principio basilare che è l’uguaglianza e, soprattutto, sono finalizzate alla salvaguardia dei diritti umani. Per tutti e di tutti.

Senza andare a ripescare l’ormai irrisolta e vetusta questione sulla separazione tra reato e peccato, tra norma e trasgressione, in molti in questi giorni si sono domandati come la Chiesa, strenua sostenitrice della vita, possa negare il proprio supporto a chi è frustato, incarcerato, impiccato e lapidato.

Ostacolare un provvedimento di quest’entità corrisponde, di fatto, con l’offrire un tacito appoggio a quei paesi nei quali l’omosessualità è perseguita anche con la pena di morte. Occorrerebbe ricordare che negli stessi paesi anche i cristiani sono oppressi e che la lotta per i diritti umani non può contemplare categorie o classifiche d’importanza. Perché è anche attraverso l’opposizione a un chiaro atto di violenza su un individuo che si protegge il principio fondamentale dell’uguaglianza per tutti. Questo va oltre il proprio credo, o meglio della propria professione di fede dovrebbe costituire la base, perché non è con un fondamentalismo che se ne combatte un altro.

Intanto le iniziative si susseguono a ritmo serrato, a partire dal sit-in di protesta di sabato pomeriggio. Alla manifestazione, promossa dalle associazioni Certi Diritti, Arcigay e Arcilesbica, hanno anche aderito Radicali Italiani, le associazioni Rosa Arcobaleno, lgbt Mario Mieli, DjGayProject, GayLib, Libellula, oltre alle Associazioni Luca Coscioni e Nessuno Tocchi Caino.

Inoltre Piero Sansonetti sulle pagine di “Liberazione” ha invitato tutti i cittadini a boicottare il no della Santa sede abbigliandosi con una maglietta o un indumento rosa, come la stella imposta ai gay nei lager, e andare a manifestare a San Pietro durante l’Angelus.

Nei giorni scorsi, infine, il segretario Cei (Conferenza episcopale italiana), mons. Mariano Crociata, ha dichiarato che «i matrimoni misti con musulmani di cui si è occupato un documento dei vescovi italiani, non sono da incoraggiare perché il passare degli anni porta spesso a ritornare alle condizioni culturali e ai rapporti sociali, religiosi e giuridici d’origine, con conseguenze a volte drammatiche che possono ricadere sui figli».

Alla vigilia di Natale sarebbe bene ricordare che la diversità è arricchimento, sempre che non si decida di utilizzarla come arma-contro.

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